Episodi

  • Parole Desuete: ONUSTO
    Jan 18 2026

    Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

    In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

    C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto: si indossavano. Avevano stoffa, respiro, peso.

    Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

    Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

    La PAROLA DESUETA di questa puntata è...

    Onusto – Il peso della grandezza

    Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

    Non è semplicemente “carico”. È più antico, più profondo. È il peso che non si misura in chili, ma in memoria, in gloria, in colpa. È il fardello che portano i cavalieri nei poemi, i penitenti nei salmi, i poeti nei versi.

    “Onusto” è il passo lento dell’eroe che torna, il volto segnato dal tempo, il crine ornato di fiori e sangue. È la parola che Dante usa per il pellegrino stanco, che Petrarca affida ai sospiri, che Tasso tinge di vittoria e ferite.

    Oggi non la usiamo quasi più. Ma quando riappare, illumina il testo come un’armatura al sole. Solenne, araldica, inconfondibile.

    Perché ogni conquista ha un prezzo. E ogni parola, se scelta con cura, può raccontarlo.

    Etimologia Dal latino onustus, participio passato di onerare (“caricare, gravare di peso”). È quindi parola che porta con sé fin dall’origine il senso concreto di un fardello, ma con possibilità di traslato immediato al campo morale e simbolico.

    Significato “Onusto” significa carico, appesantito, gravato da un peso materiale (onusto di armi, di ricchezze, di frutti) o immateriale (onusto di gloria, di pensieri, di colpe). È voce alta, quasi solenne, che raramente si piega all’uso quotidiano: appartiene al linguaggio della poesia, dell’epica, del sacro.

    Esempi letterari • Dante Alighieri, Purgatorio, XXIV, 9 «Onusto di fatica e di sudore» → Qui “onusto” amplifica la concretezza della fatica corporale, caricando il pellegrino di un peso che è insieme fisico e spirituale. • Francesco Petrarca, Canzoniere, CCCXII «Onusto di pensieri e di sospiri» → L’anima si fa soma: i pensieri diventano un carico da trasportare, più pesante di una pietra. • Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, XVII, 63 «Onusto di gloria e di sangue» → La parola si tinge di ambiguità: la gloria stessa diventa peso gravoso, e il sangue, pur segno di vittoria, si unisce alla fatica in un carico quasi insostenibile. • Giovan Battista Marino, Adone «Onusto di fiori il crin» → Qui la parola si alleggerisce e si fa barocca: il peso non è di colpe o di armi, ma di ornamenti sovrabbondanti.

    “Onusto” è parola densa e sonora: la sua struttura sembra già mimare la gravità del concetto. La o iniziale la apre come un respiro profondo, la n la incupisce, e l’us-to finale dà la sensazione di chiusura e compimento, come un peso che si abbatte e si posa.

    È un vocabolo epico: non indica mai un peso banale, quotidiano, ma sempre un carico straordinario, che segna l’eroe o il poeta. È il contrario del “leggero”: in “onusto” tutto è grave, ma non necessariamente triste; può essere il peso della fatica, dell’onore, della memoria.

    La sua rarità odierna lo rende quasi un arcaismo aurorale: quando riappare, illumina il testo con un tono alto, araldico, inconfondibile. È come se, pronunciandolo, si sentisse già il respiro del poema cavalleresco o del salmo liturgico.

    “Onusto” ci ricorda che ogni grandezza ha un prezzo e che ogni conquista, perfino la più luminosa, porta sulle spalle un fardello. È la parola che trasforma il semplice “pieno” in destino gravoso Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

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    7 min
  • Parole Desuete: Molcere
    Jan 10 2026

    Molcere – Il verbo che accarezza l’anima
    “Molcere” è verbo gentile, antico, quasi sussurrato. Non si limita a placare: lenisce, addolcisce, accarezza. È il gesto che calma il dolore, la parola che stempera l’ira, il canto che consola. È verbo che non urla, ma che agisce con grazia. Oggi è quasi scomparso, ma un tempo era il verbo dei poeti, dei filosofi, dei liturgisti.
    “Molcere” è il contrario del ferire. È il balsamo linguistico che trasforma la pena in quiete, la tempesta in respiro. È la carezza che si fa verbo.
    Etimologia - dal latino mulcēre, “accarezzare, lenire, placare”.
    Significato: Lenire, placare, addolcire, calmare con dolcezza.
    Esempi letterari:
    • Virgilio, Georgiche: «Molce il vento le spighe» – il verbo si fa natura.
    • Dante, Purgatorio, XXIV: «Molce la pena il canto» – la musica come medicina dell’anima.
    • Parini, Il Giorno: «Molcere l’animo con dolci parole» – la parola come gesto terapeutico.
    Riflessione:
    “Molcere” è verbo che respira piano. La sua sonorità è morbida: la m iniziale è come un abbraccio, la o è apertura, la l è scivolosa, la c è carezza, la e finale è sospensione. È verbo che non si impone, ma si offre.
    Riscoprirlo significa restituire alla lingua la sua capacità di consolare. In un mondo che corre, “molcere” invita a rallentare, a parlare con dolcezza, a pensare con empatia. È verbo che cura, che ascolta, che accompagna. È il verbo che ogni insegnante, ogni poeta, ogni genitore dovrebbe avere in tasca.
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    5 min
  • Parole Desuete: Odeporico
    Jan 3 2026

    Odeporico – Il diario che cammina
    Introduzione
    “Odeporico” è una parola che sa di viaggio, ma non di turismo. È il cammino che si fa racconto, l’itinerario che diventa pensiero. È il diario scritto tra una tappa e l’altra, la descrizione di paesaggi, incontri, emozioni lungo la strada. È parola colta, elegante, quasi accademica, ma capace di evocare il fascino del movimento, della scoperta, della narrazione errante.
    Nel mondo moderno, dove il viaggio è spesso ridotto a selfie e itinerari, “odeporico” restituisce dignità al camminare pensante. È la parola che userebbe un viaggiatore del Settecento, un poeta romantico, un esploratore dell’anima.
    Etimologia
    Dal greco hodos (cammino) + poros (passaggio).
    In italiano, “scrittura odeporica” indica il genere letterario del diario di viaggio.
    Significato
    Relativo al viaggio; scritto che descrive un itinerario, un percorso, un’esperienza di movimento.
    Esempi letterari
    • Giuseppe Baretti, Viaggi in Inghilterra: «Opera odeporica, ma anche morale.»
    • Vittorio Alfieri, Giornale di viaggio: «Scrittura odeporica che riflette il cuore più del paesaggio.»
    • Giovanni Comisso, Viaggi felici: «Odeporico e lirico, come ogni vero cammino.»
    Riflessione
    “Odeporico” è parola che cammina. La sua struttura è sinuosa, come un sentiero: la o iniziale è apertura, la d è passo, la p è svolta, la r è respiro. È parola che non corre, ma osserva. Che non descrive solo luoghi, ma stati d’animo.
    Riscoprirla significa restituire al viaggio la sua dimensione interiore. Non è solo movimento nello spazio, ma trasformazione del pensiero. È la lingua che accompagna il passo, che annota il cambiamento, che trasforma il paesaggio in racconto.
    “Odeporico” ci invita a viaggiare con lentezza, con attenzione, con penna in mano. Perché ogni cammino, se raccontato, diventa memoria. E ogni parola, se scelta, diventa orizzonte. #paroledesuete #parolecheinsegnano #ParoleCheIncantano
    #CustodiDelleParole

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    5 min
  • Parole Desuete: Crispato
    Dec 27 2025

    Il Corpo che Parla nella Parola
    Introduzione Narrativa
    Ci sono parole che non si limitano a descrivere: mettono in scena.
    “Crispato” è una di esse. È un aggettivo che non parla, ma agisce. Non racconta soltanto: contrae, torce, stringe. È il volto deformato dall’ira, la mano serrata nello spasmo, la fibra che si ribella all’armonia.
    Significato
    Crispato significa “contratto, increspato, deformato da una tensione interiore”.
    Può riferirsi alle mani serrate, ai lineamenti del volto, persino a un paesaggio che si increspa in minaccia. Non è semplice “chiusura”, ma qualcosa di più violento e improvviso: un fremito che rende visibile l’invisibile, la forza emotiva che esplode nella materia.
    Etimologia
    Dal latino crispus, che significa “arricciato, increspato, ondulato”.
    Nel latino classico indicava ciò che si muoveva in piccole onde: i capelli ricci, le acque del mare, persino le pieghe di un tessuto. Col tempo, il termine si è spostato dal piano descrittivo a quello espressivo: non più solo “riccio” o “ondulato”, ma “tormentato, contratto”. Da qui nasce l’uso figurato e drammatico in italiano
    Esempi Letterari
    Alessandro Manzoni, Adelchi:
    «La mano crispata dall’ira non lasciava la spada.»
    L’immagine è teatrale: la parola diventa gesto scenico, quasi un’indicazione registica.
    Giosuè Carducci, Giambi ed Epodi:
    «E la fronte crispata dal dolore.»
    Qui il corpo è il teatro del sentimento: il dolore non resta nell’anima, ma si incide nei lineamenti.
    📖 Giovanni Verga, I Malavoglia:
    «Il viso crispato nello sforzo.»
    L’uso realistico: la fatica quotidiana che modella il corpo e lo irrigidisce.
    Riflessione: Crispato è parola di teatro.
    Ogni volta che la pronunciamo, evoca un gesto, una contrazione muscolare, un lampo che deforma e rivela. Non descrive serenità, ma tensione: è l’istante in cui l’anima preme sul corpo e il corpo tradisce l’anima.
    In una società che tende a celare le emozioni dietro facce neutre e sorrisi di circostanza, “crispato” restituisce la verità del volto umano: che siamo creature che soffrono, si arrabbiano, si tendono e si torcono. #paroledesuete #ribellionelinguistica #ParoleInClasse #DidatticaCreativa #parolecheinsegnano

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    5 min
  • Parole Desuete - Lepidezza
    Dec 22 2025

    La parola di oggi è LEPIDEZZA.

    La parola che sorride prima di parlare; che punge senza ferire
    Etimologia
    Dal latino lepidus, “gradevole, spiritoso, elegante”. La lepidezza è la grazia del dire, l’arguzia che non graffia ma accarezza, la finezza che non umilia ma conquista. È l’antitesi della volgarità, della goffaggine, dell’eccesso che stona. È misura, luce, sorriso.
    Significato
    La lepidezza è intelligenza che si affaccia sulle labbra, brio che scintilla senza abbagliare, eleganza che non ha bisogno di mostrarsi. È la capacità di essere brillanti senza invadere, di essere vivaci senza disturbare, di essere profondi senza appesantire. Una forma di leggerezza pensante.
    Esempi letterari
    Francesco Petrarca, Epistole “Lepidezza del dire è dono raro.” Non basta conoscere: occorre saper modulare la parola con grazia, come un musicista che non suona solo le note, ma il loro respiro.
    Ludovico Ariosto, Satire “Lepidezza è l’arte del poeta cortese.” Il poeta non si limita a narrare: incanta, sfiora, illumina. La lepidezza è la sua arma più sottile.
    Giuseppe Parini, Il Giorno “Lepidezza tra le dame è virtù sociale.” Nel salotto settecentesco, la parola diventa gesto, ornamento, segno di distinzione. La lepidezza è il passaporto della buona società.
    La lepidezza è una grazia che non pretende, una bellezza che non reclama attenzione. In un’epoca in cui la comunicazione è spesso rapida, tagliente, rumorosa, essa diventa una forma di resistenza culturale: un invito a rallentare, a scegliere con cura, a restituire dignità al dialogo.
    È il piacere di parlare bene e di pensare meglio, di usare la lingua come un’arte sottile, come un ventaglio che apre possibilità invece di chiuderle. Riscoprirla significa rivalutare la gentilezza verbale, l’ironia che sfiora senza ferire, la precisione che non è pedanteria ma cura.
    La lepidezza ci ricorda che il linguaggio non è solo un mezzo, ma un paesaggio dell’anima. Ogni parola dimenticata è una porta chiusa su un modo di sentire; riaprirla significa ritrovare una parte di noi stessi che credevamo perduta.

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    3 min
  • La Parola Desueta di oggi è RANCURA.
    Dec 13 2025

    Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

    In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

    Sono termini che hanno avuto vita, forza, respiro — e che meritano di essere riportati alla luce, non come reliquie da museo, ma come strumenti vivi di pensiero e d’emozione.

    Ogni parola qui è un corpo, un suono, un gesto che ancora palpita sotto la polvere del tempo.

    C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto:

    si indossavano. Avevano stoffa, respiro, peso.

    Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

    Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

    Alcune sono scivolate nei margini dei dizionari, altre si sono nascoste nei versi dei poeti, altre ancora dormono nei teatri chiusi e nei quaderni dimenticati. Noi siamo qui per svegliarle.

    Per rimettere voce dove è rimasto solo silenzio.

    Perché ogni parola dimenticata è un respiro in attesa di essere pronunciato ancora una volta.

    La parola di oggi è

    RANCURA

    “Non l’ira che esplode, ma quella che resta.”

    Tra rancore e dolore si annida rancura: la tristezza che non guarisce, la ferita che si chiude male.

    È la parola delle lettere mai inviate, dei silenzi lunghi, delle memorie che bruciano piano.

    La rancura non distrugge: consuma.

    È un’ombra dolente, un eco di ciò che avrebbe potuto essere e non fu.

    Etimologia in pillole

    Dal latino rancor, rancoris, da rancere, “esser rancido, imputridire”.

    Dallo stesso ceppo nasce rancore, ma rancura ne è la sorella più antica e più umana: meno odio, più dolore.

    Presente già nel volgare toscano del Duecento, sopravvive nei poeti fino all’Ottocento.

    Echi letterari

    • Dante Alighieri, Vita Nova, XXVI:

    “Rancura del core e pianto.”

    → Il dolore amoroso che si fa dolcezza.

    • Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXXI:

    “Rancura che l’alma mia consuma.”

    → Il languore come forma di memoria.

    • Gabriele D’Annunzio, Poema Paradisiaco:

    “Non odio, ma rancura lenta e chiara.”

    → Il rimpianto come stile.


    Parola perfetta per esprimere rimpianto dolente, malinconia affettiva, oppure la persistenza emotiva di un torto.

    Evita di usarla come sinonimo di “rancore”: è più tenera, più ferita che vendicativa.

    In un testo teatrale o poetico, restituisce un tono crepuscolare, intimo, quasi musicale.

    Viviamo in un tempo che non sa più elaborare la rancura:

    preferisce la rabbia rapida o la distrazione.

    Ma la rancura è la lentezza del sentire, il dolore che pensa, la dignità del rimpianto. È ciò che resta quando l’amore smette di gridare e comincia a ricordare.

    “Le parole non muoiono.

    Si addormentano.

    A noi il compito di svegliarle.”

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    4 min
  • La parola desueta di oggi è NEQUIZIA
    Dec 7 2025

    Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

    In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

    Questa rubrica è un invito a fermarsi.

    A leggere non per informarsi, ma per trasformarsi.

    A riscoprire il piacere di una parola che non serve, ma incanta.

    Che non semplifica, ma approfondisce.

    Che non chiude, ma apre.

    Ogni parola desueta è una soglia: dietro la sua apparenza antica si nasconde un mondo che attende solo di essere riaperto.

    Non è nostalgia — è riconquista. È il desiderio di riappropriarsi delle sfumature, dei chiaroscuri, delle vibrazioni che la lingua moderna ha smarrito nella fretta del dire.

    C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto:

    si indossavano.

    Avevano stoffa, respiro, peso.

    Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

    Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

    Alcune sono scivolate nei margini dei dizionari, altre si sono nascoste nei versi dei poeti, altre ancora dormono nei teatri chiusi e nei quaderni dimenticati.

    Noi siamo qui per svegliarle.

    Per rimettere voce dove è rimasto solo silenzio.

    Perché ogni parola dimenticata è un respiro in attesa di essere pronunciato ancora una volta.


    NEQUIZIA

    “Non il male dell’azione, ma il vuoto dell’anima.”

    Nequizia è una parola che pesa come una sentenza ma brucia come un sussurro. Non indica soltanto la malvagità, ma una forma più sottile e terribile di corruzione:

    la decadenza morale dell’anima, la perdita della luce interiore.

    È la malizia che non grida, la colpa che si consuma in silenzio.

    Nequizia è il volto interiore della rovina, la polvere che si posa sul cuore.


    Etimologia in pillole

    Dal latino nequitia, derivato di nequam (“buono a nulla, vile”), con la radice ne- (negazione) e -quam (qualcosa, valore).

    Letteralmente: “assenza di valore”.

    Nella lingua latina e poi in quella medievale, passò a significare “depravazione”, “malvagità morale”, “torpore dell’anima”.


    Echi letterari

    • Dante Alighieri, Purgatorio, XVII:

    “Nequizia fu la sua dote e la sua fine.”

    → Il peccato come destino più che come atto.

    • Giovanni Boccaccio, Decameron, IV giornata:

    “La nequizia dell’uomo si fa sottile quanto la sua ingegnosità.”

    → L’intelligenza piegata al vizio.

    • Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, canto IX:

    “La nequizia del cor gli tolse il lume.”

    → Il male come cecità spirituale.


    Uso oggi / Avvertenze

    Parola di tono arcaico, quasi biblico o dantesco.

    Usala per evocare la bassezza morale, ma con gravità, non con disprezzo.

    Non è “malizia” né “crudeltà”: è un male che nasce dall’inerzia del bene.

    Perfetta nella poesia morale, nella critica letteraria o nel teatro tragico.


    Riflessione

    La nequizia è il peccato che si fa abitudine, la notte che si dimentica di essere notte.

    Rievocarla significa dare nome a ciò che oggi preferiamo ignorare: il buio quieto delle coscienze.

    È parola che non accusa, ma interroga.

    E nel suo suono antico — neq- come una lama smussata — si avverte ancora il respiro di una civiltà che sapeva nominare il male senza gridarlo.

    Sono termini che hanno avuto vita, forza, respiro — e che meritano di essere riportati alla luce, non come reliquie da museo, ma come strumenti vivi di pensiero e d’emozione.

    Ogni parola qui è un corpo, un suono, un gesto che ancora palpita sotto la polvere del tempo.

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    4 min
  • Presentazione di Parole Desuete: podcast di ribellione linguistica
    Nov 22 2025

    PAROLE DESUETE

    Dove le parole tornano a respirare


    Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato. In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

    Sono termini che hanno avuto vita, forza, respiro — e che meritano di essere riportati alla luce, non come reliquie da museo, ma come strumenti vivi di pensiero e d’emozione.

    Ogni parola qui è un corpo, un suono, un gesto che ancora palpita sotto la polvere del tempo.

    Questa rubrica è un invito a fermarsi.

    A leggere non per informarsi, ma per trasformarsi.

    A riscoprire il piacere di una parola che non serve, ma incanta.

    Che non semplifica, ma approfondisce.

    Che non chiude, ma apre.

    Ogni parola desueta è una soglia: dietro la sua apparenza antica si nasconde un mondo che attende solo di essere riaperto. Non è nostalgia — è riconquista. È il desiderio di riappropriarsi delle sfumature, dei chiaroscuri, delle vibrazioni che la lingua moderna ha smarrito nella fretta del dire.

    Ogni sabato riscopriremo una parola dimenticata: elegante o bizzarra, poetica o pungente, austera o giocosa.

    La esploreremo nella sua etimologia, nei suoi usi letterari, e nel suo respiro contemporaneo, come un gioiello ritrovato in fondo a un cassetto.

    Non per esercizio erudito, ma per piacere: il piacere di ascoltare la lingua in tutta la sua profondità, di restituirle il diritto alla lentezza e alla bellezza.


    Voce di Elisabetta Farris (www.elisabettafarris.com)

    Al pianoforte: Enza Ferrari



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    4 min