La Parola Desueta di oggi è RANCURA. copertina

La Parola Desueta di oggi è RANCURA.

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A proposito di questo titolo

Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

Sono termini che hanno avuto vita, forza, respiro — e che meritano di essere riportati alla luce, non come reliquie da museo, ma come strumenti vivi di pensiero e d’emozione.

Ogni parola qui è un corpo, un suono, un gesto che ancora palpita sotto la polvere del tempo.

C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto:

si indossavano. Avevano stoffa, respiro, peso.

Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

Alcune sono scivolate nei margini dei dizionari, altre si sono nascoste nei versi dei poeti, altre ancora dormono nei teatri chiusi e nei quaderni dimenticati. Noi siamo qui per svegliarle.

Per rimettere voce dove è rimasto solo silenzio.

Perché ogni parola dimenticata è un respiro in attesa di essere pronunciato ancora una volta.

La parola di oggi è

RANCURA

“Non l’ira che esplode, ma quella che resta.”

Tra rancore e dolore si annida rancura: la tristezza che non guarisce, la ferita che si chiude male.

È la parola delle lettere mai inviate, dei silenzi lunghi, delle memorie che bruciano piano.

La rancura non distrugge: consuma.

È un’ombra dolente, un eco di ciò che avrebbe potuto essere e non fu.

Etimologia in pillole

Dal latino rancor, rancoris, da rancere, “esser rancido, imputridire”.

Dallo stesso ceppo nasce rancore, ma rancura ne è la sorella più antica e più umana: meno odio, più dolore.

Presente già nel volgare toscano del Duecento, sopravvive nei poeti fino all’Ottocento.

Echi letterari

• Dante Alighieri, Vita Nova, XXVI:

“Rancura del core e pianto.”

→ Il dolore amoroso che si fa dolcezza.

• Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXXI:

“Rancura che l’alma mia consuma.”

→ Il languore come forma di memoria.

• Gabriele D’Annunzio, Poema Paradisiaco:

“Non odio, ma rancura lenta e chiara.”

→ Il rimpianto come stile.


Parola perfetta per esprimere rimpianto dolente, malinconia affettiva, oppure la persistenza emotiva di un torto.

Evita di usarla come sinonimo di “rancore”: è più tenera, più ferita che vendicativa.

In un testo teatrale o poetico, restituisce un tono crepuscolare, intimo, quasi musicale.

Viviamo in un tempo che non sa più elaborare la rancura:

preferisce la rabbia rapida o la distrazione.

Ma la rancura è la lentezza del sentire, il dolore che pensa, la dignità del rimpianto. È ciò che resta quando l’amore smette di gridare e comincia a ricordare.

“Le parole non muoiono.

Si addormentano.

A noi il compito di svegliarle.”

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