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La parola desueta di oggi è NEQUIZIA

La parola desueta di oggi è NEQUIZIA

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A proposito di questo titolo

Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

Questa rubrica è un invito a fermarsi.

A leggere non per informarsi, ma per trasformarsi.

A riscoprire il piacere di una parola che non serve, ma incanta.

Che non semplifica, ma approfondisce.

Che non chiude, ma apre.

Ogni parola desueta è una soglia: dietro la sua apparenza antica si nasconde un mondo che attende solo di essere riaperto.

Non è nostalgia — è riconquista. È il desiderio di riappropriarsi delle sfumature, dei chiaroscuri, delle vibrazioni che la lingua moderna ha smarrito nella fretta del dire.

C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto:

si indossavano.

Avevano stoffa, respiro, peso.

Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

Alcune sono scivolate nei margini dei dizionari, altre si sono nascoste nei versi dei poeti, altre ancora dormono nei teatri chiusi e nei quaderni dimenticati.

Noi siamo qui per svegliarle.

Per rimettere voce dove è rimasto solo silenzio.

Perché ogni parola dimenticata è un respiro in attesa di essere pronunciato ancora una volta.


NEQUIZIA

“Non il male dell’azione, ma il vuoto dell’anima.”

Nequizia è una parola che pesa come una sentenza ma brucia come un sussurro. Non indica soltanto la malvagità, ma una forma più sottile e terribile di corruzione:

la decadenza morale dell’anima, la perdita della luce interiore.

È la malizia che non grida, la colpa che si consuma in silenzio.

Nequizia è il volto interiore della rovina, la polvere che si posa sul cuore.


Etimologia in pillole

Dal latino nequitia, derivato di nequam (“buono a nulla, vile”), con la radice ne- (negazione) e -quam (qualcosa, valore).

Letteralmente: “assenza di valore”.

Nella lingua latina e poi in quella medievale, passò a significare “depravazione”, “malvagità morale”, “torpore dell’anima”.


Echi letterari

• Dante Alighieri, Purgatorio, XVII:

“Nequizia fu la sua dote e la sua fine.”

→ Il peccato come destino più che come atto.

• Giovanni Boccaccio, Decameron, IV giornata:

“La nequizia dell’uomo si fa sottile quanto la sua ingegnosità.”

→ L’intelligenza piegata al vizio.

• Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, canto IX:

“La nequizia del cor gli tolse il lume.”

→ Il male come cecità spirituale.


Uso oggi / Avvertenze

Parola di tono arcaico, quasi biblico o dantesco.

Usala per evocare la bassezza morale, ma con gravità, non con disprezzo.

Non è “malizia” né “crudeltà”: è un male che nasce dall’inerzia del bene.

Perfetta nella poesia morale, nella critica letteraria o nel teatro tragico.


Riflessione

La nequizia è il peccato che si fa abitudine, la notte che si dimentica di essere notte.

Rievocarla significa dare nome a ciò che oggi preferiamo ignorare: il buio quieto delle coscienze.

È parola che non accusa, ma interroga.

E nel suo suono antico — neq- come una lama smussata — si avverte ancora il respiro di una civiltà che sapeva nominare il male senza gridarlo.

Sono termini che hanno avuto vita, forza, respiro — e che meritano di essere riportati alla luce, non come reliquie da museo, ma come strumenti vivi di pensiero e d’emozione.

Ogni parola qui è un corpo, un suono, un gesto che ancora palpita sotto la polvere del tempo.

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