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Parole Desuete: Molcere

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Molcere – Il verbo che accarezza l’anima
“Molcere” è verbo gentile, antico, quasi sussurrato. Non si limita a placare: lenisce, addolcisce, accarezza. È il gesto che calma il dolore, la parola che stempera l’ira, il canto che consola. È verbo che non urla, ma che agisce con grazia. Oggi è quasi scomparso, ma un tempo era il verbo dei poeti, dei filosofi, dei liturgisti.
“Molcere” è il contrario del ferire. È il balsamo linguistico che trasforma la pena in quiete, la tempesta in respiro. È la carezza che si fa verbo.
Etimologia - dal latino mulcēre, “accarezzare, lenire, placare”.
Significato: Lenire, placare, addolcire, calmare con dolcezza.
Esempi letterari:
• Virgilio, Georgiche: «Molce il vento le spighe» – il verbo si fa natura.
• Dante, Purgatorio, XXIV: «Molce la pena il canto» – la musica come medicina dell’anima.
• Parini, Il Giorno: «Molcere l’animo con dolci parole» – la parola come gesto terapeutico.
Riflessione:
“Molcere” è verbo che respira piano. La sua sonorità è morbida: la m iniziale è come un abbraccio, la o è apertura, la l è scivolosa, la c è carezza, la e finale è sospensione. È verbo che non si impone, ma si offre.
Riscoprirlo significa restituire alla lingua la sua capacità di consolare. In un mondo che corre, “molcere” invita a rallentare, a parlare con dolcezza, a pensare con empatia. È verbo che cura, che ascolta, che accompagna. È il verbo che ogni insegnante, ogni poeta, ogni genitore dovrebbe avere in tasca.
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