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Parole Desuete: ONUSTO

Parole Desuete: ONUSTO

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A proposito di questo titolo

Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto: si indossavano. Avevano stoffa, respiro, peso.

Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

La PAROLA DESUETA di questa puntata è...

Onusto – Il peso della grandezza

Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

Non è semplicemente “carico”. È più antico, più profondo. È il peso che non si misura in chili, ma in memoria, in gloria, in colpa. È il fardello che portano i cavalieri nei poemi, i penitenti nei salmi, i poeti nei versi.

“Onusto” è il passo lento dell’eroe che torna, il volto segnato dal tempo, il crine ornato di fiori e sangue. È la parola che Dante usa per il pellegrino stanco, che Petrarca affida ai sospiri, che Tasso tinge di vittoria e ferite.

Oggi non la usiamo quasi più. Ma quando riappare, illumina il testo come un’armatura al sole. Solenne, araldica, inconfondibile.

Perché ogni conquista ha un prezzo. E ogni parola, se scelta con cura, può raccontarlo.

Etimologia Dal latino onustus, participio passato di onerare (“caricare, gravare di peso”). È quindi parola che porta con sé fin dall’origine il senso concreto di un fardello, ma con possibilità di traslato immediato al campo morale e simbolico.

Significato “Onusto” significa carico, appesantito, gravato da un peso materiale (onusto di armi, di ricchezze, di frutti) o immateriale (onusto di gloria, di pensieri, di colpe). È voce alta, quasi solenne, che raramente si piega all’uso quotidiano: appartiene al linguaggio della poesia, dell’epica, del sacro.

Esempi letterari • Dante Alighieri, Purgatorio, XXIV, 9 «Onusto di fatica e di sudore» → Qui “onusto” amplifica la concretezza della fatica corporale, caricando il pellegrino di un peso che è insieme fisico e spirituale. • Francesco Petrarca, Canzoniere, CCCXII «Onusto di pensieri e di sospiri» → L’anima si fa soma: i pensieri diventano un carico da trasportare, più pesante di una pietra. • Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, XVII, 63 «Onusto di gloria e di sangue» → La parola si tinge di ambiguità: la gloria stessa diventa peso gravoso, e il sangue, pur segno di vittoria, si unisce alla fatica in un carico quasi insostenibile. • Giovan Battista Marino, Adone «Onusto di fiori il crin» → Qui la parola si alleggerisce e si fa barocca: il peso non è di colpe o di armi, ma di ornamenti sovrabbondanti.

“Onusto” è parola densa e sonora: la sua struttura sembra già mimare la gravità del concetto. La o iniziale la apre come un respiro profondo, la n la incupisce, e l’us-to finale dà la sensazione di chiusura e compimento, come un peso che si abbatte e si posa.

È un vocabolo epico: non indica mai un peso banale, quotidiano, ma sempre un carico straordinario, che segna l’eroe o il poeta. È il contrario del “leggero”: in “onusto” tutto è grave, ma non necessariamente triste; può essere il peso della fatica, dell’onore, della memoria.

La sua rarità odierna lo rende quasi un arcaismo aurorale: quando riappare, illumina il testo con un tono alto, araldico, inconfondibile. È come se, pronunciandolo, si sentisse già il respiro del poema cavalleresco o del salmo liturgico.

“Onusto” ci ricorda che ogni grandezza ha un prezzo e che ogni conquista, perfino la più luminosa, porta sulle spalle un fardello. È la parola che trasforma il semplice “pieno” in destino gravoso Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

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