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PAROLE DESUETE

PAROLE DESUETE

Di: Luca Pellizzaroli
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A proposito di questo titolo

Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato. In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati. Questa rubrica è un invito a fermarsi. A leggere non per informarsi, ma per trasformarsi. A riscoprire il piacere di una parola che non serve, ma incanta.Luca Pellizzaroli Apprendimento della lingua
  • Parole Desuete: ONUSTO
    Jan 18 2026

    Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

    In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

    C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto: si indossavano. Avevano stoffa, respiro, peso.

    Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

    Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

    La PAROLA DESUETA di questa puntata è...

    Onusto – Il peso della grandezza

    Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

    Non è semplicemente “carico”. È più antico, più profondo. È il peso che non si misura in chili, ma in memoria, in gloria, in colpa. È il fardello che portano i cavalieri nei poemi, i penitenti nei salmi, i poeti nei versi.

    “Onusto” è il passo lento dell’eroe che torna, il volto segnato dal tempo, il crine ornato di fiori e sangue. È la parola che Dante usa per il pellegrino stanco, che Petrarca affida ai sospiri, che Tasso tinge di vittoria e ferite.

    Oggi non la usiamo quasi più. Ma quando riappare, illumina il testo come un’armatura al sole. Solenne, araldica, inconfondibile.

    Perché ogni conquista ha un prezzo. E ogni parola, se scelta con cura, può raccontarlo.

    Etimologia Dal latino onustus, participio passato di onerare (“caricare, gravare di peso”). È quindi parola che porta con sé fin dall’origine il senso concreto di un fardello, ma con possibilità di traslato immediato al campo morale e simbolico.

    Significato “Onusto” significa carico, appesantito, gravato da un peso materiale (onusto di armi, di ricchezze, di frutti) o immateriale (onusto di gloria, di pensieri, di colpe). È voce alta, quasi solenne, che raramente si piega all’uso quotidiano: appartiene al linguaggio della poesia, dell’epica, del sacro.

    Esempi letterari • Dante Alighieri, Purgatorio, XXIV, 9 «Onusto di fatica e di sudore» → Qui “onusto” amplifica la concretezza della fatica corporale, caricando il pellegrino di un peso che è insieme fisico e spirituale. • Francesco Petrarca, Canzoniere, CCCXII «Onusto di pensieri e di sospiri» → L’anima si fa soma: i pensieri diventano un carico da trasportare, più pesante di una pietra. • Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, XVII, 63 «Onusto di gloria e di sangue» → La parola si tinge di ambiguità: la gloria stessa diventa peso gravoso, e il sangue, pur segno di vittoria, si unisce alla fatica in un carico quasi insostenibile. • Giovan Battista Marino, Adone «Onusto di fiori il crin» → Qui la parola si alleggerisce e si fa barocca: il peso non è di colpe o di armi, ma di ornamenti sovrabbondanti.

    “Onusto” è parola densa e sonora: la sua struttura sembra già mimare la gravità del concetto. La o iniziale la apre come un respiro profondo, la n la incupisce, e l’us-to finale dà la sensazione di chiusura e compimento, come un peso che si abbatte e si posa.

    È un vocabolo epico: non indica mai un peso banale, quotidiano, ma sempre un carico straordinario, che segna l’eroe o il poeta. È il contrario del “leggero”: in “onusto” tutto è grave, ma non necessariamente triste; può essere il peso della fatica, dell’onore, della memoria.

    La sua rarità odierna lo rende quasi un arcaismo aurorale: quando riappare, illumina il testo con un tono alto, araldico, inconfondibile. È come se, pronunciandolo, si sentisse già il respiro del poema cavalleresco o del salmo liturgico.

    “Onusto” ci ricorda che ogni grandezza ha un prezzo e che ogni conquista, perfino la più luminosa, porta sulle spalle un fardello. È la parola che trasforma il semplice “pieno” in destino gravoso Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

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    7 min
  • Parole Desuete: Molcere
    Jan 10 2026

    Molcere – Il verbo che accarezza l’anima
    “Molcere” è verbo gentile, antico, quasi sussurrato. Non si limita a placare: lenisce, addolcisce, accarezza. È il gesto che calma il dolore, la parola che stempera l’ira, il canto che consola. È verbo che non urla, ma che agisce con grazia. Oggi è quasi scomparso, ma un tempo era il verbo dei poeti, dei filosofi, dei liturgisti.
    “Molcere” è il contrario del ferire. È il balsamo linguistico che trasforma la pena in quiete, la tempesta in respiro. È la carezza che si fa verbo.
    Etimologia - dal latino mulcēre, “accarezzare, lenire, placare”.
    Significato: Lenire, placare, addolcire, calmare con dolcezza.
    Esempi letterari:
    • Virgilio, Georgiche: «Molce il vento le spighe» – il verbo si fa natura.
    • Dante, Purgatorio, XXIV: «Molce la pena il canto» – la musica come medicina dell’anima.
    • Parini, Il Giorno: «Molcere l’animo con dolci parole» – la parola come gesto terapeutico.
    Riflessione:
    “Molcere” è verbo che respira piano. La sua sonorità è morbida: la m iniziale è come un abbraccio, la o è apertura, la l è scivolosa, la c è carezza, la e finale è sospensione. È verbo che non si impone, ma si offre.
    Riscoprirlo significa restituire alla lingua la sua capacità di consolare. In un mondo che corre, “molcere” invita a rallentare, a parlare con dolcezza, a pensare con empatia. È verbo che cura, che ascolta, che accompagna. È il verbo che ogni insegnante, ogni poeta, ogni genitore dovrebbe avere in tasca.
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    5 min
  • Parole Desuete: Odeporico
    Jan 3 2026

    Odeporico – Il diario che cammina
    Introduzione
    “Odeporico” è una parola che sa di viaggio, ma non di turismo. È il cammino che si fa racconto, l’itinerario che diventa pensiero. È il diario scritto tra una tappa e l’altra, la descrizione di paesaggi, incontri, emozioni lungo la strada. È parola colta, elegante, quasi accademica, ma capace di evocare il fascino del movimento, della scoperta, della narrazione errante.
    Nel mondo moderno, dove il viaggio è spesso ridotto a selfie e itinerari, “odeporico” restituisce dignità al camminare pensante. È la parola che userebbe un viaggiatore del Settecento, un poeta romantico, un esploratore dell’anima.
    Etimologia
    Dal greco hodos (cammino) + poros (passaggio).
    In italiano, “scrittura odeporica” indica il genere letterario del diario di viaggio.
    Significato
    Relativo al viaggio; scritto che descrive un itinerario, un percorso, un’esperienza di movimento.
    Esempi letterari
    • Giuseppe Baretti, Viaggi in Inghilterra: «Opera odeporica, ma anche morale.»
    • Vittorio Alfieri, Giornale di viaggio: «Scrittura odeporica che riflette il cuore più del paesaggio.»
    • Giovanni Comisso, Viaggi felici: «Odeporico e lirico, come ogni vero cammino.»
    Riflessione
    “Odeporico” è parola che cammina. La sua struttura è sinuosa, come un sentiero: la o iniziale è apertura, la d è passo, la p è svolta, la r è respiro. È parola che non corre, ma osserva. Che non descrive solo luoghi, ma stati d’animo.
    Riscoprirla significa restituire al viaggio la sua dimensione interiore. Non è solo movimento nello spazio, ma trasformazione del pensiero. È la lingua che accompagna il passo, che annota il cambiamento, che trasforma il paesaggio in racconto.
    “Odeporico” ci invita a viaggiare con lentezza, con attenzione, con penna in mano. Perché ogni cammino, se raccontato, diventa memoria. E ogni parola, se scelta, diventa orizzonte. #paroledesuete #parolecheinsegnano #ParoleCheIncantano
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    5 min
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