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Libera nos a malo

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Libera nos a malo

Di: Luigi Meneghello, Pietro De Marchi
Letto da: Marco Balbi
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A proposito di questo titolo

Mosaico di episodi curiosi di un'infanzia nell'Italia fascista, di piccole epopee autobiografiche, di digressioni filologiche e di considerazioni ironiche sui precetti religiosi. Caleidoscopio di corse in bicicletta, amicizie, primi amori, primi contatti con la quotidianità della morte, Libera nos a malo è il romanzo di un paese. Coniugando partecipazione affettuosa, distacco ironico e rigorosa intelligenza, Meneghello ricrea la commedia umana della provincia veneta tra gli anni Venti del Novecento e il Dopoguerra, offrendo al lettore un mondo magico la cui protagonista assoluta è la lingua. Una lingua concreta e di una ricchezza straordinaria, che capovolge, smaschera e rivitalizza l'italiano ufficiale delle istituzioni e veicola ricordi – di suoni, di oggetti, di immagini – impressi dall'infanzia per sempre nella coscienza.

©2006 Mondadori Libri (P)2025 Mondadori Libri
Antologie e racconti brevi Narrativa storica

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Tutte le stelle
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Tre per il contenuto, cinque per lo stile, in totale circa 3,5 stelle.

Una sorta di romanzo-saggio sulla vita di provincia del nordest ai tempi del fascismo, dove il regime stende blande propaggini, ma è periferico.

Parlo di romanzo-saggio perché da un lato si concentra su una descrizione biografica per episodi, che coinvolge attivamente tutti i personaggi e le figure del paesino. Nel fare questo, tratteggia volutamente la vita di provincia dell’epoca, soffermandosi sulle figure particolari e quelle istituzionali della vita paesana.
Innovativo, però, nel fondere questi aspetti con una sorta di trattazione linguistica e antropologica che coinvolge gli aspetti della lingua dialettale.
L’autore si estranea dal racconto per sottolineare le inflessioni geografiche, le differenze rispetto alla lingua italiana, le connotazioni che queste parole portano con sé in relazione alla vita paesana e di provincia.
Lo fa con una malinconia permeata di concretezza, e senso dell’umorismo. Infilando ogni tanto nel discorso una parola inglese, fuori contesto e fastidiosa.

Nel mio caso personale c’è stato un punto dolente: nonostante l’humour diffuso e certe pagine molto ritmate, nonostante gli argomenti siano di valore per la rappresentazione di una realtà ormai smarrita e quasi interamente dimenticata… Nonostante tutto questo non posso nascondere di essermi spesso annoiato.
Forse perché il libro è molto descrittivo, forse perché è una cronaca molto antropologica e di costume.
Forse ancora perché manca qualcosa di più narrativo, magari vicende romanzesche o biografiche attorno a cui si dipani questa cornice paesana.
Certo che sembra a volte di vedere un documentario, e considerando che le ambientazioni sono molto lontane dallo sguardo della maggior parte di noi, non si riesce ad essere molto coinvolti.

Scrivo quindi scindendo nettamente un giudizio critico dal gusto personale, a giudicare come significativo e utile il testo per la rappresentazione dell’epoca (in un’Italia molto diversa da regione regione, ma con connotazioni spesso ricorrenti), ma tedioso lo scorrere delle pagine e dei molti micro eventi narrati.

Malinconico, divertente e un po’ noioso

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