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L'anno che a Roma fu due volte Natale

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L'anno che a Roma fu due volte Natale

Di: Roberto Venturini
Letto da: Luca Ghignone
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A proposito di questo titolo

Villaggio Tognazzi, Torvaianica, sul litorale romano. Alfreda, un'accumulatrice seriale con i primi segni di demenza senile, ha reso il suo villino un tugurio invivibile, dove vive per inerzia tra insetti e cianfrusaglie. Sopra di lei abita il figlio Marco, un giovane fattone, profondamente insicuro, la cui unica occupazione è accudire la madre. Lo spettro di un'azione da parte dell'Ufficio d'igiene rende necessario svuotare in fretta la casa, pena lo sfratto. Alcuni sgangherati amici, assidui frequentatori del bar Vanda, si attivano per sgomberarla, ma la proprietaria si oppone. Da qualche tempo Alfreda soffre di disturbi del sonno durante i quali le appare Sandra Mondaini, che ha conosciuto ai tempi d'oro del Villaggio Tognazzi, quando era il ritrovo estivo del jet set culturale italiano. Alfreda, nei suoi deliri notturni, immagina di parlare con l'attrice, sofferente per la "separazione" dal marito Raimondo Vianello, che riposa a Roma mentre lei è sepolta a Milano. Anche Alfreda non si è mai ricongiunta al marito, scomparso in mare durante una pesca notturna e mai più ritrovato. Alfreda decide di mettere fine a quella "ingiustizia" e pone al figlio una condizione per lo sgombero del villino: trafugare la salma di Raimondo dal Verano e portarla al cimitero di Lambrate, da Sandra. Dopo le prime resistenze, Marco getta le basi del piano, aiutato da Carlo, un vecchio pescatore, e da Er Donna, il travestito più ambito della Pontina.

©2021 Società Editrice Milanese (P)2021 Audible Studios
Narrativa di genere

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Ennesima declinazione della romanità decadente, sfatta e delinquente, pronta per essere trasformata in film, ma siamo ben lontani da Sorrentino o dal Dogman di Garrone: siamo più dalle parti di commedia Netflix alla Smetto quando voglio.
La lingua è un romanesco (il nuovo italiano) spurio, ricchissimo anzi infestato da ridondanti riferimenti neurofisiologici e inutili metafore nonché ripetuti richiami alla cultura pop anni 80 e 90.
Incomprensibile la candidatura allo Strega.
Nel complesso: lassemo perde.

sceneggiatura per commedia romanesca

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Mi chiedo come alcuni libri riescano ad essere candidati a premi, pure prestigiosi. Boh. Sarà sicuramente colpa mia ma questo libro che dovrebbe essere divertente e dissacrante mi ha messo addosso una tristezza abominevole.
24 ore di una umanità allo sbando nel quale pullulano canne, linguaggio sessista e omofobo, riferimenti sessuali abbastanza inutili e, ciliegina sulla torta, una scena ai danni di un povero animale che si poteva tranquillamente evitare.
Tanti, ma davvero tanti riferimenti alla cultura pop anni 80. Divertenti per me che c'ero, ma inutili per salvare una storia che aveva anche delle possibilità ma che naufraga in divagazioni e sottoracconti. Al termine della lettura rimane solo una domanda: "e quindi?"
Gli riconosco però un pregio: è una perfetta sceneggiatura, praticamente già pronta, e in mano a un buon regista potrebbe pure essere un bel film.
Un bel libro, secondo me, no.

La lettura è ok, è il libro che manca!

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Perché una storia così costruita ha ragione d’essere? Il realismo qui in Italia è ancora fermo a Miracolo a Milano di De Sica? Lo scrittore recide senza nessun compiacimento la storia di una donna che ha un decadimento cognitivo. A me sembra che lo scrittore conosca bene la poetica di Vezzoli che espone per Prada e per il Louvre. Vezzoli cone il narratore marca il nostro immaginario collettivo che in un ex villaggio per è costituito dalla vita degli Altri che diventano il simbolo, la metafora del nostro dolore. Sorrentino è vicino a queste tematiche ricordale la ragazze che pur di vivere un momento di celebrità superavano ogni morale!!

Il lato oscuro delle cose.

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Questo audiolibro ha due problemi, principalmente. Il primo è di natura stilistica e compete al romanzo: l'autore ha optato per un registro colloquiale, oltre che per i dialoghi anche per il narrato. È una scelta lecita e apprezzabile di per sé, che però finisce per disturbare la lettura anziché arricchirla.
In tanti, troppi casi il filo della narrazione viene spezzato da improvvise citazioni pop Anni 80; da figure retoriche grevi e triviali che spezzano la mimesi del lettore con il romanzo; da digressioni, tante e lunghe, che a volte sì, danno più tridimensionalità al contesto, ma più spesso intorpidiscono l'esperienza.

E poi c'è il problema più grande, il vero elefante nella stanza, ed è tutto imputabile alla versione audiobook: la scelta del lettore. Ho ascoltato altri lavori di Luca Ghignone in precedenza e ho avuto modo di apprezzarlo moltissimo, specie su "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello. Il suo è uno stile asciutto e pacato, perfetto su altri lidi, ma non qui. Questo testo richiedeva un'interpretazione sporca, densa, a tratti eccessiva (mi viene in mente Luca Marinelli su Roth) e, soprattutto, un'inflessione romanesca credibile. Ghignone non è romano, e ogni volta che incontra un'espressione idiomatica (di cui il testo è ricchissimo), la lettura incespica e tituba, comprensibilmente, creando un effetto posticcio e irritante.

Non è spiegabile e francamente nemmeno ammissibile che Audible mostri questo livello di imperizia e di disinteresse nel gestire un proprio progetto, di fatto condannandolo a a una resa peggiorativa.

Proponete anche meno titoli, se serve, ma curateli come meritano. Altrimenti si spezza il legame di fiducia con il pubblico.

Scelta incomprensibile

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al narratore Luca Ghignone, veramente bravo. La storia e’ piacevole e la scrittura molto fluida.

Voglio fare i complimenti

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