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Centomila gavette di ghiaccio

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Centomila gavette di ghiaccio

Di: Giulio Bedeschi
Letto da: Roberto Benfenati
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A proposito di questo titolo

"In questa storia la guerra è vista, per così dire, dalla parte dei morti, che non hanno conti da rendere e posizioni da sostenere; perciò il libro, per quanto possibile, non rispecchia passioni o impegni contingenti: il suo significato prorompe direttamente dai fatti vissuti e narrati."

Partendo dalla propria esperienza personale e raccontando la partecipazione della Divisione alpina "Julia" alla Seconda guerra mondiale – dalla campagna d’Albania alla ritirata di Russia – Giulio Bedeschi costruisce un’opera narrativa di straordinario valore, che esalta il senso della dignità dell’uomo nonostante la tragedia della guerra.

Protagonisti della vicenda non sono singoli individui ma l’azione corale dell’intera divisione, tanto che l’Autore stesso preferisce mimetizzarsi dietro il nome inventato di Italo Serri piuttosto che narrare in prima persona.

Pubblicato nel 1963, Centomila gavette di ghiaccio ebbe subito uno straordinario successo, ottenendo, l’anno successivo, il prestigioso Premio Bancarella.

Giulio Bedeschi (Arzignano 1915-Verona 1990) alpino, medico e scrittore, così amava definirsi. Ufficiale medico della "Julia" visse la tragedia dell’Armir che raccontò in Centomila gavette di ghiaccio, il suo libro più celebre. Nel 1966 pubblica Il peso dello zaino nel quale affronta le vicende dei reduci dopo l’8 settembre 1943. Tra il 1972 e il 1984 scrive due romanzi: La rivolta di Abele e La mia erba è sul Don. Per Mursia ha raccolto e curato la pubblicazione delle memorie dei soldati italiani sui fronti della Seconda guerra mondiale nella serie "C’ero anch’io" nella Collana "Testimonianze fra cronaca e storia". Tutte le opere di Bedeschi sono edite da Mursia.

©1963 Ugo Mursia Editore SRL (P)2025 Ugo Mursia Editore SRL
Di guerra e militare Narrativa biografica Narrativa di genere

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Questo è il coraggio

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3 e mezzo circa.

Bedeschi ha un tono di scrittura che mi è piuttosto nuovo.
Esordisce lirico e accorato nel raccontare la strada verso l’inferno di questi soldati, ma allo stesso tempo appare asciutto e pragmatico.
Ricerca l’umanità ma anche la dignità, sia nei contenuti che nella forma, e si butta a capofitto nell’esperienza di guerra, proiettando il lettore in un inferno ghiacciato e agghiacciante.
La scelta di un protagonista arruolato tra gli ufficiali, con competenze mediche, permette il punto di osservazione allo stesso tempo immerso nella realtà bellica, ma anche raffreddato da un certo esserne all’esterno, da osservatore con occhio diverso e “scienziato”.

La brutalità dell’esperienza ne emerge senza sconti; diverse pagine si leggono con difficoltà, quasi tenendo le pagine con brivido e tensione, per la minuzia di orrende descrizioni anatomiche di ferite e mutilazioni.
L’autore non scende a compromessi, come a dire: questa è la guerra e se la volete leggere, vi tocca fare l’esperienza del racconto reale.
In questo senso merita infiniti ringraziamenti, per il coraggio e il modo asciutto e spietato in cui va a toccare il dramma fisico - ed emotivo - di eroi qualsiasi.
Non sfugge mai il contrasto fra l’umanità di questa fetta virile di italiani, dov’è il valore? Si misura coraggio e spirito di sacrificio invece che a gradi militari, e dall’altra parte la follia degli ordini militari, che cancellano e mutilano giovani vite senza riguardo, con cinismo.

Finché ho fatto un resoconto delle mie impressioni per il primo terzo del libro, nella parte che grosso modo abbraccia la campagna di Grecia.

Dopo circa un terzo del libro, però, tra la fine della sezione greca e quando si prepara la campagna di Russia, mi disturba trovare troppo patriottismo e una visione manipolatoria, ormai ampiamente smentita, dei soldati italiani insistitamente presentati come brava gente, amati dai popoli che vanno a invadere, più ancora dei soldati greci stessi.
Qui sembra cambiare anche il linguaggio della scrittura, che da più asciutto e virile diventa lirico e dannunziano, con eccessi retorici superflui e a volte irritanti.
È qui che ho deciso di informarmi sull’autore, che non conoscevo, scoprendo con grande dispiacere i trascorsi fascisti e repubblichini.
Non posso nascondere che questo abbia modificato ampiamente il mio approccio alla lettura, rendendomi più attento e diffidente.

Per fortuna la deriva patriottico-colonialista si spegne quasi completamente nella parte di racconto ambientata in Ucraina e in Russia.
Permangono solo due caratteristiche che trovo fastidiose, ampiamente permeanti tutto il libro: in primo luogo l’assenza quasi completa di caratterizzazione dei protagonisti, al di fuori della sfera militare. L’occhio del narratore è tutto puntato al valore e al coraggio, e non crea un contesto valido e tridimensionale anche della vita civile dei personaggi, se non in alcune righe distratte. Tutt’al più i soldati sono simpatici o generosi, o generosamente simpatici, ma non hanno contesto.
Per riassumere in un motto semplice, il libro è 100% guerra.

In secondo luogo, e questo mi ha infastidito di più, il resoconto è scandalosamente elegiaco; si è deciso che gli alpini sono eroi, e su questo si insiste fino allo sfinimento. Non c’è spazio per nulla di meschino o umilmente umano, niente che non rappresenti una medaglia al valor militare di questi ragazzi che fanno ogni cosa in maniera esemplare; ogni azione pare dettata dal coraggio, dalla abnegazione, dallo spirito di sacrificio individuale e dall’amore per i commilitoni e per il corpo d’armata.
Ora, nessuno vuole discutere il valore di chi ha combattuto la campagna di Russia e gli infiniti sacrifici sopportati, ma il resoconto appare poco rispettoso degli stessi Alpini, nel volerli dipingere come una sorta di razza superiore che mai si scoraggia e mai ha un momento di umanità meno che eroica.

Se dovessi raccontare velocemente questo libro a un amico per suggerire se leggerlo o meno, proporrei di leggerlo comunque, per documentarsi su avvenimenti che normalmente conosciamo solo a grandi linee. Presenta un indubbio valore nella cronaca degli avvenimenti e nella narrazione di molte vicende militari, narrate direttamente della trincea.
Dal punto di vista letterario perde di interesse dopo i primi capitoli, diventa molto retorico e sciupa la parola amore in contesti inadatti; mi rimane il dubbio sulla veridicità storica di tutti gli avvenimenti raccontati, vista appunto l’ampia esaltazione del corpo degli Alpini.

Interessante, anche se piuttosto retorico nello stile

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