Zorba il greco
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Edoardo Siravo
A proposito di questo titolo
Un cuore forte come la montagna, calze color melanzana, un vecchio arcangelo ribelle, un clefta, brigante profeta dai riccioli grigi che raschia l’osso dell’agnello alla brace per leggere il domani, che puntella la sua baracca e se la ride della tormenta del nord. Perché un uomo vero sta a fronte alta davanti alla Necessità, e perfino a Dio: tutto questo è, e sempre sarà, Zorba il greco, mani e gambe che diventano ali nella danza leggendaria sulla spiaggia. Zorba l’operaio insegna al giovane amico, l’intellettuale, a vedere le cose con ardore, come se fosse sempre la prima volta. Un uomo si forma con il ritmo che batte nel cuore del vino, da agnello a leone, da leone a drago: così la pensa Zorba, sullo sfondo di una Creta pietrosa senza tempo.
E la passione del vivere che gli fermenta dentro ci contagia, ci travolge con l’ottimismo. Scintillante come sotto le cure di un restauratore d’arte, questa nuova versione del più famoso romanzo greco ci lega fatalmente a Zorba e al suo mondo. Sarà storia d’amicizia senza ma e senza se, come deve essere, rude e vergine, simile ai gesti, ai sogni, al ragionare del fiabesco greco.
©2022 Crocetti (P)2022 CrocettiUn libro che ti ricorda di vivere
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affascinante
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Il narratore e la sua controparte, Zorba, rappresentano molto didascalicamente le contraddizioni dell’intelletto e dell’istinto; questo permette all’autore di mettere in discussione apertamente la propria formazione filosofica e letteraria, attingendo ampiamente a un mito del “buon selvaggio” tutto istinto e passione, che per certi versi se la vive meglio rispetto all’intellettuale di professione.
Il tono è scanzonato e a tratti divertente, nella prima parte appassiona molto.
Viene poi a stancare la continua reiterazione del confronto tra le due macchiette/archetipi, e si fa fatica a digerire un romanzo molto datato dal punto di vista della mascolinità tossica.
I concetti espressi soprattutto sulla donna, sul ruolo dell’uomo e sulle relazioni fra i due sono primitivi e imbarazzanti, non solo oggi ma anche per l’epoca.
Le donne sono corpi da giudicare con disprezzo e superiorità, entità più o meno fastidiose a seconda dell’aspetto estetico e del livello di sottomissione, da deridere e possedere come diritto naturale e divino (letteralmente), da dimenticare immediatamente quando muoiono, per mano violenta o abbandonate in malattia.
La continua insistenza su quello che la donna vuole, o merita, o le si addice (tutti sempre solo formulati da maschi), sono semplicemente da cancellare con un pennarellone. Non tanto perché le pronuncia Zorba, che potrebbe rappresentare l’aspetto istintuale e primitivo dello spirito maschile, ma per la condiscendenza e benevolenza senza contraddittorio con cui vengono accolte dall’autore, attraverso gli occhi e la voce del suo protagonista narratore. Zorba è insomma presentato come un saggio, che redime le scemenze culturali di cui è imbevuto il narratore, riportandolo a un ruolo atavico del maschio che è borderline stupratore.
Il mito del buon selvaggio è in realtà una tentazione alla discesa verso gli istinti più egoisti e misogini dell’uomo, verso un patriarcato arcaico e potente di cui si percepiscono le prime crepe.
È chiaro che il sistema di valori basato sul godimento epicureo dalle piccole cose, su un’esaltazione della prestanza maschile, si scontra frontalmente con l’idea di invecchiamento e decadimento del corpo fisico, che è impossibile accettare in quest’ottica e diventa uno dei temi trainanti del libro.
Posso capire perché sia stato un successo, vista la filosofia spicciola e il tono spensierato alternato a momenti di riflessione sulla vita, sul lavoro, sul tempo e la vecchiaia, …
È però anche ripetitivo e obsoleto, piuttosto ben scritto ma non travolgente; rimango quindi sulle tre stelle di giudizio .
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