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Nel deserto

Di: Grazia Deledda
Letto da: Daria Esposito
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A proposito di questo titolo

Sono i primi anni del Novecento quando Lia lascia il suo paesino d'origine, nello sperduto entroterra sardo, per trasferirsi a Roma, una città in piena espansione. Nella capitale d'Italia, Lia andrà a vivere da un suo vecchio zio, ormai debilitato e bisognoso di cure. Nonostante i grandi viali illuminati e le luccicanti vetrine dei negozi, nonostante il trambusto dei tram e la folla delle vie del centro, Lia si sentirà però irrimediabilmente sola, persa in una città enorme che paradossalmente a volte le sembra un deserto.

Grazia Deledda (1871-1936) è stata una scrittrice italiana. Considerata una delle figure più importanti della letteratura italiana, vinse il Nobel per la letteratura nel 1927, seconda donna e prima italiana a vincere il prestigioso premio. Tra le sue opere più importanti, spesso ambientate in Sardegna, ricordiamo Canne al vento, La madre, La via del male, Cenere e Elias Portolu.

©2021 SAGA Egmont (P)2021 SAGA Egmont
Classici Narrativa femminile

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Romanzi deprimenti ne abbiamo? E Nel deserto di Grazia Deledda non fa eccezione. Il deserto del titolo non è un luogo fisico, ma uno stato d’animo: la solitudine umana, quella che si può vivere anche in mezzo agli altri, anche nel cuore di una grande città come Roma.

Questo è stato il mio primo incontro con Grazia Deledda, e forse non il più accogliente. La passività di Lia è ciò che più mi ha infastidita. Ho cercato di immedesimarmi in lei, di capire le sue rinunce, il suo modo di subire tutto senza reagire, e non ci sono riuscita. Ciò che mi ha dato più fastidio è che è lei stessa a mettersi nei guai: è la sua immobilità a intrappolarla, a creare il deserto in cui vive. Non è una vittima della società o del destino, ma prigioniera delle proprie rinunce, e leggere questa auto-reclusione mi ha provocato una frustrazione reale, quasi fisica.

La comunità agisce come un personaggio collettivo silenzioso ma costante. Non giudica apertamente, non accusa, non alza la voce, e proprio per questo risulta ancora più pervasiva. È una presenza interiorizzata, fatta di norme non dette e aspettative assorbite fino a diventare coscienza. Lia non teme tanto ciò che la gente dice, quanto ciò che potrebbe pensare di lei, e questa pressione invisibile contribuisce a intrappolarla nel suo deserto interiore.
In questo senso, il romanzo mi ricorda Anna Karenina, anche se con modalità molto diverse. Nel libro di Tolstoj la società è esplicita, visibile, spesso crudele: parla, osserva, commenta, isola. Anna è schiacciata dal giudizio altrui, ma lo affronta, lo sfida, cerca di opporvi il proprio desiderio. Lia, invece, non arriva mai allo scontro. Il giudizio della comunità è già diventato il suo, e non c’è bisogno di un tribunale esterno perché la condanna è preventiva.

Lo stile di Grazia Deledda è molto piacevole. Alterna descrizioni di paesaggi e dettagli concreti agli stati d’animo dei personaggi, creando un’immersione profonda nella vicenda.

Il finale, senza fare spoiler, è la ciliegina sulla torta: finalmente succede qualcosa di bello, ma non c’è vera esplosione di gioia. Lia non cambia radicalmente, non si libera, eppure accetta il suo deserto.

Bello? Claro che sì.

Bello

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