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La chiave a stella

Di: Primo Levi, Corrado Stajano
Letto da: Jerry Mastrodomenico
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A proposito di questo titolo

Faussone, detto Tino, il protagonista di questa «opera prima» di Primo Levi, ovvero del suo primo romanzo d'invenzione, è un operaio specializzato che si lascia alle spalle la dura esperienza della catena di montaggio alla Lancia e gira per il mondo a montare gru, ponti sospesi, strutture metalliche, impianti petroliferi. Il romanzo racconta la sua vita e il suo lavoro: una sorta di Odissea moderna con protagonista una specie di Ulisse che dall'India alla Russia, dall'Alaska all'Africa offre agli altri la sua voglia di fare e la sua tecnica e che Levi racconta con gusto e ironia, immedesimandosi nel personaggio e nelle sue avventure.

©2014 Giulio Einaudi editore (P)2025 Giulio Einaudi editore
Classici Narrativa biografica Narrativa di genere Narrativa letteraria

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Il libro è un'ode al lavoro - soprattutto quello ingegnoso e costruttivo - alla curiosità e all'operosità instancabili dell'uomo.
Il lavoro, quando non è semplicemente subìto, può davvero donare felicità e libertà, come lo stesso autore spiega nel testo.
Si direbbe anzi una rivincita del motto "il lavoro rende liberi", reso empio dai Nazisti in quanto posto all'ingresso dei lager per prendersi beffa dei condannati al lavoro forzato, schiavo e insensato (come lo stesso Levi testomonia altrove).
Anche in questo suo primo "romanzo" (che in realtà è una raccolta di racconti, seguendo in ciò la sua vera vocazione) Primo Levi si conferma un grande scrittore - oltre che un grande uomo, un gigante del '900.

Il lavoro rende liberi

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Un altro, bellissimo tassello del lavoro di Primo Levi, in cui le diverse opere sono più organiche e integrate di quello che possa sembrare a una lettura superficiale.

Qui ritrovo il bellissimo intreccio tra vita personale e aspetti tecnici del lavoro, magistralmente introdotto ne “La tavola periodica”.
Ma anche l’acuto, benevolo e curioso occhio osservatore sulle persone che Levi incontra, magistralmente sviluppato ne “La tregua”.

L’autore mantiene un ammirevole, interessato e divertito sguardo sulle personalità che lo circondano; osserva, un po’ curioso e un po’ divertito, sempre rispettoso e mai giudicante, i punti di vista apparentemente bizzarri dei suoi incontri.
Per fare questo, si apre alla prospettiva dell’ascolto e viene a scoprire bellissime realtà negli occhi e nelle storie dell’altro.
Esperienze di vita che insegnano a piene mani in termini di saggezza, visione del mondo, apertura mentale.

Primo Levi è anche maestro dello sguardo non giudicante, capace di osservare operai russi ubriachi ed entrare a far parte del loro affettuoso caos, come pure di ascoltare e incuriosirsi ai racconti della lontana India, o delle esperienze in Africa.

Attraverso le lunghe chiacchierate con Tino Faussone, empirico saggio e avventuroso fanfarone, che sembra essere l’alter ego simmetrico dell’autore, ci mostra un modo di guardare la realtà e gli altri che è scevro da ogni tossicità maschile e colonialista. La dimostrazione che anche un libro scritto nel passato, per quanto recente, può essere giudicato (in questo caso positivamente) per razzismo, misoginia, maschilismo.
Perché era - ed è - “sufficiente” essere un uomo gentile e di grande apertura mentale, come primo Levi, per abolire naturalmente dal proprio dizionario e dai propri pensieri i concetti razzisti e problematici.

Con l’esempio di Faussone, Levi ci insegna anche a vivere in maniera completa ed equilibrata; ci descrive un personaggio che non ha grande cultura accademica, ma enorme fame di esperienza e curiosità che lo portano a un prezioso bagaglio di vita; Faussone è un curioso che - attraverso la disponibilità all’apertura mentale - ha viaggiato non solo per realizzarsi professionalmente (bellissima l’immagine di un capocantiere che va a rivedere dopo molti anni le opere che ha contribuito a realizzare), ma anche per conoscere altri popoli e culture. Imparando che, letteralmente, “tutto il mondo è paese”, gli stereotipi che attacchiamo alle nazionalità diventano scemenze da smantellare in un attimo.

Primo Levi si dimostra ancora una volta uno dei maestri della letteratura mondiale, non solo per capacità di scrittura equilibrata e sintetica, ma mai spoglia; ma anche per la delicata e profonda umanità, coniugata in gran parte nella disponibilità alla gentilezza e nell’ascolto senza pregiudizi.

Primo Levi nuovamente maestro di vita

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Levi è ovviamente insuperabile e convincente quando si occupa dell'Olocausto. Lo trovo invece meno convincente quando esce da questo suo perimetro tematico (ma questa è un'affermazione che non si può fare salvo venire impallinati da quei critici letterari che hanno autori-totem che sono infallibili e intoccabili; io cerco di guardare al contenuto e alla riuscitezza dell'opera). Ne La chiave a stella Levi si occupa di lavoro, ma il risultato è un testo molto (troppo?) tecnico, in cui la distrazione del lettore è sempre in agguato (come, in parte, in alcuni racconti de Il sistema periodico). Resta esemplare la sua prosa lucida ed esatta, dove le frasi sembrano scavate col bisturi. Ma il Levi memorialista è su un altro livello

Meglio il Levi memorialista

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