Romanzi italiani contemporanei che raccontano la fuga dalla città
Aveva avviato questo filone narrativo, tra gli altri, Andrea De Carlo con il romanzo Due di due: un libro nel quale uno dei protagonisti opta per un ritorno alla vita rurale acquistando due casolari nelle campagne di Gubbio. Era il 1989 e la pubblicazione di Due di due rifletteva, in parte, la grande disillusione dei cupi anni '80: anni "dark", come si è soliti definirli, nei quali alla crescita economica e alla spinta rivoluzionaria degli anni '70 si sostituirono gradualmente le disillusioni di una gioventu annichilita dall'assenza progressiva di ideali condivisi, dall'uso massiccio di sostanze (sono gli anni di massima visibilità di San Patrignano) e dalla disillusione politica che avrebbe condotto, come sappiamo, al crollo del bipolarismo.
Certo, il vagheggiamento di un ritorno alla campagna e a uno stile di vita lontano dalle metropoli e dalle citta è sempre rimasto sottotraccia dalla seconda meta degli anni '50 fino a oggi. Eppure, ci sono prove evidenti che il progressivo sistema di vita delle città attuali (prezzi alle stelle, affitti improponibili, precarietà abitativa, peggioramento della qualità della vita e crescente isolamento sociale) abbia ormai dato il via a un controesodo crescente dalla città verso la vita rurale. Complice anche la possibilità di lavorare da remoto (“telelavoro”, come si dice in Spagna), il ritorno a una vita a contatto con la natura sembra subire un’impennata, tanto che sempre più romanzi lo pongono al centro delle loro trame, sebbene non sempre come scelta dettata da uno stile di vita “sostenibile”.
In questo articolo ti presentiamo una selezione di romanzi italiani che narrano il “controesodo” dalla città alla vita rurale, dalla metropoli alla vita di provincia mettendo in scena tensioni, disillusioni e nuove forme di ricerca di equilibrio (o disequilibrio) esistenziale. Il primo dei titoli che ti consigliamo è uno dei romanzi candidati al Premio Strega 2026 e si intitola Lo sbilico di Alcide Pierantozzi.
Per saperne di più leggi anche: Tutto quello che c'è da sapere sui 12 libri candidati al Premio Strega 2026.
Ma c’è anche il romanzo vincitore dello Strega 2024 L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, nel quale la protagonista dalla città di Milano torna nella provincia carica di traumi e memorie irrisolte. Come dimenticare poi Le otto montagne di Paolo Cognetti? Romanzo che ha fatto molto parlare di sé e che ha vinto il Premio Strega nel 2017, raccontando l’amicizia tra due ragazzi e il loro rapporto con la montagna come spazio di crescita, isolamento e ricerca identitaria. O ancora Malbianco di Mario Desiati, che mette in scena il tema dello sradicamento e del ritorno alla provincia, tra fuga e bisogno di appartenenza.
Insomma, sono davvero tanti i romanzi italiani ambientati in provincia che raccontano un ritorno alla vita rurale. Non tutti i protagonisti scelgono consapevolmente uno stile di vita alternativo: spesso vi fanno ritorno dopo essere stati sconfitti da una vita urbana sempre più competitiva e aggressiva, e sempre più priva di un reale collante sociale.
Leggi anche: Romanzi italiani simili a Malbianco di Mario Desiati.
Romanzi italiani che raccontano il ritorno alla vita di provincia
La “magistrale” interpretazione di questo audiolibro, narrato da Fabrizio Rocchi, rende l’ascolto ancora più intenso. Lo sbilico, romanzo nella dozzina dei candidati allo Strega 2026, racconta il controesodo dalla città alla vita di provincia e lo fa attraverso il punto di vista frammentato e “irrisolto” del protagonista, Alcide (alter ego dell'autore), che da Milano (il suo “prima”) fa ritorno in un paesino della provincia abruzzese. Ma non lo fa certo per una scelta di vita improntata alla sostenibilità ambientale: al contrario, la sua è una lotta contro i fagocitanti e sempre presenti spettri della propria mente. Alcide Pierantozzi in Lo sbilico costruisce un mosaico frammentato dal forte impianto di autofiction, in cui autore e protagonista tendono a sovrapporsi nel racconto di una crisi personale. Inserito nel filone dei romanzi del “controesodo” dalla città alla provincia, il libro di Pierantozzi si configura come un intreccio di occasioni mancate e tensione alla speranza.
Restiamo sempre in Abruzzo con L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Strega 2024. È stata proprio la scrittrice a proporre anche il romanzo Lo sbilico tra i candidati allo Strega 2026.
L’età fragile si inserisce pienamente nel tema narrativo del “controesodo” dalla città alla provincia e racconta, anche attraverso la figura di Amanda, un ritorno al paese segnato da fragilità e disorientamento dopo un’esperienza urbana difficile. Al centro della storia c’è anche Lucia, sua madre, una donna che porta con sé un trauma mai risolto risalente alla giovinezza: una notte d’estate in cui perse l’innocenza e in cui scomparvero la sua amica Doralice e altre due ragazze da un campeggio isolato tra le montagne abruzzesi, evento che ha lasciato una ferita profonda e persistente. Anni dopo, il ritorno di Amanda in paese riattiva in Lucia il confronto con ciò che è rimasto irrisolto, riaprendo uno spazio di memoria e tensione emotiva. Il romanzo si sviluppa così tra silenzi, ricordi e paesaggi dell’Abruzzo montano, sospeso tra la bellezza aspra dei luoghi e la complessità delle relazioni umane.
Se vuoi scoprire quali sono i migliori romanzi di Donatella Di Pietrantonio, leggi anche l'articolo dedicato.
Dopo il successo di Spatriati, Mario Desiati ha raccontato il controesodo dalla metropoli alla provincia nel romanzo Malbianco: un titolo che narra il ritorno dalla città alla vita di provincia. Anche in questo caso, come negli altri romanzi di cui ti abbiamo parlato finora, il protagonista non sceglie consapevolmente questo ritorno, ma vi è spinto dal manifestarsi, nella capitale tedesca, di improvvisi segni di malessere che si traducono in svenimenti. Così, segnato dalla propria condizione, Marco Petrovici, il protagonista, cede al controesodo e torna nella sua terra d’origine, in Puglia, dove è costretto a confrontarsi con le radici del proprio disagio attraverso un percorso di indagine interiore, simile al lavoro di uno scultore che procede per sottrazione più che per aggiunta.
Paolo Cognetti, il cui successo seguito alla pubblicazione de Le otto montagne è stato internazionale, ha consolidato il filone della narrativa del controesodo e del ritorno alla vita rurale e montana. Dal libro è stato tratto anche un film per la regia di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. Il romanzo, vincitore del Premio Strega 2017, racconta la storia di Pietro, un ragazzo di città solitario e introverso, figlio di una madre impegnata in un consultorio di periferia e di un padre chimico, uomo inquieto e distante. Uniti da una profonda passione per la montagna, i genitori di Pietro tornano in un piccolo paese ai piedi del Monte Rosa, dove il ragazzo trascorre le estati. In questo contesto isolato, Pietro stringe amicizia con Bruno, un coetaneo cresciuto in montagna, con cui condivide esplorazioni e scoperte tra case abbandonate, sentieri impervi e paesaggi aspri. La montagna diventa per lui una forma di educazione silenziosa e profonda, trasmessa anche attraverso le camminate con il padre, che rappresentano uno dei pochi momenti di reale contatto tra loro. Anni dopo, quel mondo remoto e il legame con Bruno riemergeranno, segnando in modo decisivo il suo percorso di formazione e identità.
Cosa si prova a essere una scrittrice nata in città e a confrontarsi con la vita di provincia, provando a raccontarla dall’interno? È la sfida narrativa affrontata da Lorenza Gentile, autrice milanese che nel romanzo Tutto il bello che ci aspetta indaga le possibilità di rinascita insite nei margini, nei ritmi lenti e nelle comunità lontane dalla metropoli.
Il romanzo segue Selene, una giovane donna che, dopo una serie di insuccessi personali e professionali, decide di lasciare Milano e tornare nel Sud della sua infanzia. Il viaggio, però, si interrompe subito a causa di un imprevisto meccanico che la costringe a fermarsi e a modificare i propri piani. Da questo arresto forzato prende avvio un percorso inatteso: incontri, legami e nuove responsabilità la conducono gradualmente a rimettere in discussione la propria idea di fallimento e di realizzazione personale. In un contesto sospeso tra natura, spiritualità e vita comunitaria, Selene scopre che a volte è proprio lo smarrimento a rendere possibile una nuova direzione. Chissà, però, se Lorenza Gentile, forte della sua origine milanese, non proietti nella provincia anche un’immagine in parte idealizzata: quella di un luogo salvifico, capace di guarire automaticamente le fratture individuali. In realtà, come spesso accade nei romanzi del controesodo, la provincia non è mai soltanto approdo rassicurante o spazio di redenzione, ma un territorio complesso, fatto di contraddizioni, resistenze e fragilità tanto quanto la città da cui si fugge.
Questo romanzo consigliato di Vincenzo Latronico, sebbene non narri propriamente il controesodo dalla città alla campagna, ha comunque al centro un tema comune a tutti i romanzi precedenti: la disillusione urbana contemporanea e la crisi del modello di vita metropolitano.
Il racconto segue una coppia che vive a Berlino e conduce un’esistenza apparentemente in linea con i canoni della contemporaneità più desiderabile: lavori creativi, apertura culturale, impegno politico e una vita privata costruita all’insegna della libertà e della sperimentazione. Con il passare del tempo, però, questa immagine perfettamente costruita inizia a incrinarsi. La quotidianità perde intensità, il lavoro si svuota di significato, le relazioni si fanno più fragili e l’orizzonte delle possibilità si restringe. Ciò che emerge è il progressivo scarto tra l’idea di una vita piena e autentica e la sensazione, sempre più insistente, di una realtà piatta, ripetitiva e difficilmente afferrabile. In questo senso, il romanzo diventa una riflessione amara sul rapporto tra identità, immagini e desiderio di autenticità nell’epoca contemporanea. Una sensazione comune a molti di coloro che hanno vissuto — e osservato nel tempo — le trasformazioni di Berlino, città simbolo di un ideale urbano spesso idealizzato e poi progressivamente disincantato.
Di Vincenzo Latronico ti consigliamo anche il romanzo La chiave di Berlino, letto dallo stesso autore e da Penny e Fabio Cherstich.
Il "controesodo" raccontato nella narrativa italiana contemporanea
1. Nei romanzi italiani sul controesodo il ritorno alla provincia è davvero una scelta consapevole di vita?
Il ritorno alla provincia, nella narrativa contemporanea, raramente si configura come una scelta pienamente consapevole o ideologica. I protagonisti non lasciano la città per aderire a un modello alternativo, ma perché la loro esperienza urbana entra in crisi: precarietà, fallimenti personali e disorientamento progressivo rendono la permanenza in città sempre meno sostenibile. Il movimento verso la provincia appare così come una conseguenza inevitabile più che come un progetto.
2. Questo ritorno alla vita rurale è legato a ideali ecologici o comunitari?
Solo marginalmente. Nella narrativa contemporanea il passaggio dalla città alla provincia non è quasi mai guidato da una coscienza ecologica strutturata o da un’utopia comunitaria. Piuttosto, emerge come risposta individuale a una saturazione dell’esperienza urbana, in cui lavoro, relazioni e ritmi quotidiani non riescono più a garantire equilibrio o senso.
3. Che ruolo assume la città nella crisi dei protagonisti?
Più che semplice sfondo, la città funziona come dispositivo narrativo della crisi. È lo spazio della pressione competitiva, dell’iperconnessione e dell’isolamento relazionale, dove si produce una progressiva erosione dell’identità. Il movimento verso la provincia nasce proprio da questa saturazione urbana, che rende il soggetto sempre più estraneo al proprio contesto.
4. La provincia viene rappresentata come un luogo salvifico?
La rappresentazione è tutt’altro che univoca. Se da un lato la provincia può apparire come spazio di rallentamento e riconnessione con la natura, dall’altro non cancella automaticamente le tensioni interiori dei protagonisti. La narrativa più recente evita ogni idealizzazione, insistendo invece sulla complessità e sull’opacità di questi luoghi.
5. Il cosiddetto “ritorno” coincide davvero con un ritorno alle origini?
Più che un recupero armonico delle origini, il movimento città–provincia è spesso una traiettoria di crisi. I protagonisti non ritrovano un’identità precedente, ma sono costretti a rinegoziarla in un contesto diverso. In questo senso, il “ritorno” è meno un approdo e più una ristrutturazione esistenziale.
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