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Letto da:
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Mattia Bressan
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Di:
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Enrico Brizzi
Bologna, tardo giugno dell’anno domini uno nove nove due: il vecchio Alex è l’ombra di se stesso. A ridurlo in ruina, la partenza per l’America di una ragazza diversa da tutte le altre: la soave Adelaide è ormai approdata in una remota contea della Pennsylvania, e resterà laggiù per l’intero anno scolastico. Come sopravvivere alla sua mancanza per dodici lune? Per fortuna ci sono gli amici. È l’anno dell’Europa unita e dei confini che cadono, l’estate perfetta per raggranellare denari e partire in interrail, incontro alla libertà. Frattanto, dall’altra parte dell’oceano, Aidi prende le misure al Nuovo Mondo e fronteggia un’inattesa solitudine. L’estate trascolora in autunno, arrivano il Natale e un anno nuovo dallo sghembo finale dispari. Nessuno dei due sa dimenticare l’altro, ma la nostalgia rischia di mandarli a fondo entrambi. La distanza è una condanna senza appello? Si può crescere restando fedeli a se stessi? Cosa si può raccontare e cosa invece va taciuto? Sono domande che tanto lui quanto lei si pongono, consegnando la propria voce all’archivio magnetico, alle pagine del diario e a lettere struggenti che impiegano tre settimane per arrivare a destinazione. Un giorno, forse, non serviranno più le parole; basterà tornare a guardarsi negli occhi e all’istante sarà tutto chiaro.
A trent’anni dalla pubblicazione di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, uno dei più grandi bestseller della letteratura italiana, Enrico Brizzi ci regala un nuovo viaggio nel mondo di Alex e Aidi, i protagonisti che hanno emozionato tre generazioni di lettori. Cos’è successo dopo la loro separazione? La risposta è questo sorprendente romanzo a due voci, tenero e feroce come la stagione elettrica dei diciott’anni, con tutti i dolori, le domande e le sorprese che porta con sé.
©2024 HarperCollins Italia S.p.A (P)2024 Audible GmbHPer chi è cresciuto negli anni 90
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Bello
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Il sequel che aspettavamo!
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Magnifico
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All’inizio sembra non crederci più tanto, poi forza la mano.
Come risvolto positivo, infonde la storia di maggior senso dell’umorismo, soprattutto nei primi capitoli e dal lato di Alex. Sceglie di fare interpretare ad Adelaide il versante maturo della separazione, attribuendole forse pensieri e inquietudini un po’ troppo adulti, ma interessanti come contraltare alle disavventure un po’ sceme dei ragazzi bolognesi.
Si sente la mano più adulta, nei pro e nei contro: forse l’autore non riesce più a prendere così sul serio le vicende di questi ragazzi, da un lato, e per questo sdrammatizza e infonde di maggiore allegria e minor senso di assoluto.
Dall’altra parte, la guida adulta non può fare a meno di instillare malinconia in parte del racconto, soprattutto nella versione di Adelaide. In questo pecca un po’ di banalità, dando per scontato che la ragazza sia più matura e il ragazzo giri per l’Europa a fare il cazzaro.
Nella seconda sezione del racconto, la spontaneità si smarrisce e ne viene fuori una polpetta riscaldata di dramma adolescenziale, di dialoghi poco credibili e riflessioni troppo adulte.
Non manca il fastidio per il fatto che Brizzi auto-citi continuamente se stesso e il primo libro: il gioco consiste nel riprendere alcuni meccanismi linguistici e stilistici di “Jack Frusciante..”, ma ripetuti e ripetuti a dismisura, fino a diventare tediosi. Forse, questa volta, il romanzo è troppo lungo? Forse questo tipo di meccanismo e di linguaggio possono funzionare solo su poche pagine, sfruttando l’effetto novità?
L’inizio regge, insomma, e scoppietta fino al viaggio in Interrail compreso; poi declina in una specie di arrovello un po’ tanto sentimentale, specialmente nelle parti che riguardano Adelaide, troppo melodrammatiche e fuori contesto in relazione all’età (e poi, che l’adolescente usi termini come “ghiotta”…).
L’autore poi spreca il finale, con le ultime pagine e righe pasticciate e confusionaria, in cui non si capisce molto. Sarebbe bastato un finale aperto con i due protagonisti che si intravedono da lontano e si sorridono, per lasciare immaginare 1000 possibilità.
Apprezzabile il cambio di tenore rispetto al primo romanzo, con rimozione quasi totale del maschilismo tossico, anche se il fatto risulta straordinariamente bizzarro, considerando che il libro è ambientato pochi giorni dopo la fine dell’altro.
Ma sono passati trent’anni nel mondo reale e, per fortuna, l’autore se n’è accorto.
Insomma, tutto abbastanza bene nella prima parte (decisamente meglio del primo libro), ma poi declina verso qualcosa di dimenticabile. Riconosco il merito, se non altro, di avere uno stile personale e riconoscibile; magari non apprezzabile da tutti, e a lungo, ma personale.
PS: 1) la citazione de “la banalità del male” è imperdonabile! 2) l’amica giapponese di Adelaide è un condensato di cavolate new age orientaliste, compresi i maledetti vasi riparati con l’oro, ma basta!
Non convince troppo
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