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Intervista con Matteo Caccia: “Il mondo audio ha ancora tantissimo da dire”

Intervista con Matteo Caccia: “Il mondo audio ha ancora tantissimo da dire”

Attore, autore, scrittore e conduttore radiofonico, Caccia è spesso definito un “confessore laico” di storie: da anni raccoglie vite, biografie, svolte inattese, momenti in cui l’esistenza cambia direzione, e li trasforma in racconti capaci di parlare a tutti.

Per Audible ha firmato podcast di grande successo come La piena, L’isola di Matteo e Il mondo addosso, attraversando generi, luoghi e vicende diversissime: dal narcotraffico alla latitanza, dal naufragio della Costa Concordia alla guerra, fino alle storie intime di chi si trova davanti a una scelta radicale.

Lo abbiamo incontrato in occasione del Salone del Libro di Torino 2026 per parlare del mestiere di raccontare storie, di come è cambiato il podcasting in Italia, del valore del sound design e del futuro delle serie audio narrative.

Ciao Matteo. Sono passati otto anni da La piena, uno dei podcast più conosciuti e amati anche dagli ascoltatori Audible. Il mondo del podcasting, nel frattempo, è cambiato moltissimo. Che effetto ti fa riguardare oggi quel lavoro?

Lo riascolto davvero come un oggetto culturale che appartiene a un’altra epoca. Il mondo del podcast è cambiato radicalmente e credo che si sia avvicinato molto all’idea che abbiamo di un palinsesto radiofonico: oggi i podcast sono quotidiani, settimanali, continuativi. Le persone si abituano ad ascoltare “il proprio” podcast.

Quando io ho cominciato, e quando ho realizzato La piena insieme a Mauro Pescio, questa idea non esisteva ancora. Il podcast era una scoperta. Credo che il successo de La piena sia dovuto anche a questo: arrivava dopo un podcast come Veleno di Pablo Trincia, in un momento in cui molte persone stavano scoprendo l’ascolto narrativo.

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Era come capire che quella cosa che vedevi su Netflix o su Prime potevi viverla solo con le orecchie. Non necessariamente seduto sul divano, la sera, con la copertina e la tazza di camomilla, ma anche correndo, guidando, spostandoti. Oltre alla qualità del lavoro, e alla grande storia vissuta da Gianfranco Franciosi, credo che quel podcast abbia funzionato perché è stato una scoperta dei sensi.

Il tuo mestiere è raccogliere e raccontare storie cercandone il nucleo. Nei tuoi podcast hai incontrato vicende molto diverse: il narcotraffico, la latitanza, il territorio siciliano, la guerra, la scelta personale. Quando capisci di aver trovato il cuore di una storia?

Di solito lo capisco quando qualcosa che il protagonista, la protagonista o i protagonisti mi dicono comincia a risuonarmi dentro. Quando quella cosa mi torna in mente e io inizio a ripeterla. Quando sono alla ricerca di una storia, spesso provo a raccontarla agli amici, a casa, ai miei genitori la domenica a pranzo. Magari tra qualche anno proverò anche con mio figlio, che ora è ancora piccolo, ma potrebbe diventare un buon test. Quando mi accorgo che, raccontando quella storia, torno sempre sullo stesso punto, capisco che il cuore è lì.

Con Gianfranco Franciosi, per esempio, ho capito che si era immerso in qualcosa di più grande di lui, qualcosa che lo aveva travolto. Da lì è arrivata l’idea della piena che ti prende e ti porta via. Non tutti noi finiremo a fare gli infiltrati tra i narcotrafficanti, certo, ma a tutti può capitare di fare qualcosa più grande di noi, di fare il passo più lungo della gamba.

Lo stesso è successo con Karim Franceschi (protagonista di Oltre il confine, ndr). Quando mi ha raccontato che, davanti alla scelta di entrare a Kobane, si era detto: “Se non torno lì e non entro in quella città a combattere, devo rivedere tutta l’idea che ho di me stesso”, quella frase mi ha colpito moltissimo. Karim è un autore, scrive, ragiona, pensa: quella frase era già compiuta. Ma io ho iniziato a ripeterla a tutti, chiedendomi: che cosa ho fatto io per mantenere la promessa che avevo fatto a me stesso?

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Ecco, quando capisco che quello che sto raccontando non riguarda solo quella persona, ma parla a tutti, allora ho trovato il cuore del racconto.

Hai attraversato molti generi: true crime, racconto civile, reportage, memoir, storie più intime e anche territori più vicini alla commedia. C’è un genere narrativo a cui ti senti più affine?

Il genere viene assolutamente dopo la storia. Quello che mi interessa è raccontare un pezzo di umanità, un pezzo di essere umano che riguarda tutti, anche se nessuno di noi ha fatto l’infiltrato, nessuno di noi è andato a combattere a Kobane e nessuno di noi era all’Isola del Giglio quando è naufragata la Costa Concordia.

Nel caso de Il mondo addosso, per esempio, una delle persone che ho intervistato al Giglio era l’ex gestore del faro dell’isola. Gli avevo chiesto come fosse possibile che gli abitanti dell’isola fossero stati così pronti a intervenire e ad aiutare. Lui mi rispose: “Io credo che non abbiamo fatto niente di diverso da quello che avrebbero fatto tutti gli altri, perché ognuno di noi fa aiuto di secondo nome. Se sente dire aiuto, si gira”.

È una frase potentissima, e infatti ve la sto raccontando ancora. Dice moltissimo di quelle persone e di quello che è successo lì.

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Poi che cos’è Il mondo addosso? Non lo so. Forse un audio documentario, anche se è un’espressione che sembra quasi appartenere agli archivi della Rai. Forse c’è dentro anche una parte di crime, perché ci sono delle persone che muoiono in quel naufragio. Però io non frequento particolarmente i generi: mi incuriosiscono le storie delle persone.

Oggi la narrazione attraversa moltissimi linguaggi: televisione, radio, podcast, teatro, libri, social. Tu ti muovi tra molti di questi mondi. C’è un ambito del racconto che secondo te è ancora poco esplorato?

Paradossalmente credo che siano scomparsi gli originali, cioè i podcast originali, le serie. Ed è un peccato, perché non hanno potuto esprimere fino in fondo il potenziale che avrebbero avuto se autori, autrici e voci avessero continuato a lavorarci come avevano iniziato. Penso ai lavori di Pablo Trincia, ai miei, a quelli che sono stati fatti in seguito e che qualche editore ancora porta avanti, penso a Chora, al Post. Però oggi la corsa è accaparrarsi un pubblico che ti segua in modo continuativo. Capisco che sia difficile investire tempo, persone, risorse ed economie in una cosa che dura sei, sette, dieci puntate e poi finisce, dopo magari quattro mesi di lavoro. Però credo che lì ci siano ancora potenzialità enormi.

In questi giorni sono tornato alla Scuola Holden di Torino per fare un corso sui podcast che non tenevo da tempo, e mi sono chiesto: “Ma io esattamente cosa racconto a questi ragazzi?”. Perché per molti di loro i podcast sono interviste, talk, video talk. Anzi, spesso sono reel di Instagram tratti da video talk che vengono chiamati podcast. Ma il podcast, per me, è un’altra cosa. È quella forma seriale in cui ti metti ad ascoltare e dietro c’è un lavoro di ricerca, di scrittura e soprattutto di sound design. Quella cosa è partita ed è stata smarrita molto presto. Credo ci siano ragioni economiche, naturalmente. C’è anche una lotta tra piattaforme video e piattaforme audio che diventano sempre più ibride. Il video attira più risorse economiche rispetto all’audio. Audible, da questo punto di vista, è un caso felice, perché attraverso l’abbonamento crea un contesto in cui chi si abbona non vede l’ora di ascoltare e in cui c’è anche un rispetto del diritto d’autore.

Ma penso soprattutto al sound design. Oggi, in un podcast quotidiano o settimanale, il sound design spesso si riduce alla sigla e, se va bene, a qualche voce che entra. Io invece ricordo quando, con Luca Micheli, siamo andati a Bocca di Magra, a casa di Gianfranco Franciosi, per registrare La piena. Vedevo Luca con due microfoni che registrava il suono dell’acqua del fiume, oppure faceva risuonare uno scafo mezzo rotto e abbandonato per campionarlo e trasformarlo in un suono.

Oppure quando con Giacomo Di Girolamo siamo andati a Marsala e siamo stati lì una settimana. Io dissi a Luca: “Accendiamo il microfono all’aeroporto e lo spegniamo all’aeroporto. Registriamo tutto quello che succede”. A un certo punto, mentre parlavamo, sono entrate le voci di alcuni pescatori siciliani che ci avevano visto da lontano e ci chiamavano perché avevano notato i microfoni. Quella è diventata un’occasione casuale di racconto, e poi un pezzo del podcast, anche perché quei pescatori citarono Matteo Messina Denaro.

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Tutto questo per dire che il mondo audio, fatto di voci e suoni, ha ancora tantissimo da dire. Forse è una speranza, ma sono convinto che lentamente ci si stuferà di guardare video di interviste su Instagram o YouTube. Spesso sono contenuti molto interessanti, ma per me quello non è un podcast: è un’intervista a cui prendi l’audio e lo pubblichi sulle piattaforme audio. Le serie narrative, invece, hanno ancora moltissimo da dare.

Dopo tutto questo parlare di ascolto, ti chiediamo un consiglio: un audiolibro da ascoltare su Audible?

Ti direi Il giro di vite di Henry James, anche perché in questo momento sto lavorando a una lettura ad alta voce e mi sono ascoltato praticamente le quattro versioni disponibili su Audible. Ne ho una preferita, ma non dirò qual è.

Il giro di vite è forse la più grande storia di fantasmi mai scritta. È un racconto di un’eleganza incredibile, nato quasi per caso, su commissione per una rivista, e diventato un libro meraviglioso. Io spesso ascolto audiolibri per addormentarmi, soprattutto quando non c’è la mia compagna. Ma Il giro di vite non riesco ad ascoltarlo prima di dormire, perché non dormo proprio. Lo ascolto in altri momenti.

Lo consiglio perché è un libro modernissimo. Ci sono i fantasmi, certo, e i fantasmi sono sempre interessantissimi, ma è soprattutto un libro in cui quello che accade non è mai chiaro fino in fondo. Non capisci mai davvero perché quei fantasmi appaiano, se appaiano davvero, o se tutto accada nella mente della persona che racconta. È un grande libro, e gli audiolibri disponibili su Audible sono straordinari.