Yellowface
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Giada Bonanomi
A proposito di questo titolo
Che male può fare uno pseudonimo?
Juniper Song ha scritto un libro di enorme successo.
Però forse non è esattamente chi vuole far credere di essere.
June Hayward e Athena Liu, giovani scrittrici, sembrano destinate a carriere parallele: si sono laureate insieme, hanno esordito insieme. Solo che Athena è subito diventata una star mentre di June non si è accorto nessuno.
Quando assiste alla morte di Athena in uno strano incidente, June ruba il romanzo che l'amica aveva appena finito di scrivere ma di cui ancora nessuno sa nulla, e decide di pubblicarlo come fosse suo, rielaborato quel tanto che basta. La storia, incentrata sul misconosciuto contributo dei cinesi allo sforzo bellico inglese durante la Prima guerra mondiale, merita comunque di essere raccontata. L'importante è che nessuno scopra la verità.
Quando però qualcosa comincia a trapelare, June deve decidere fino a che punto è disposta a spingersi pur di mantenere il proprio segreto.
Un romanzo spassosamente tagliente che parla di diversità, razzismi, privilegi e appropriazione culturale. E dei limiti che non si dovrebbero mai superare.
©2024 Mondadori Libri (P)2025 Mondadori LibriLa Kuang sa scrivere
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(Spoiler)
Il finale, seppur costruito con un climax perfetto, mi ha lasciato un po'perplessa: mi è sembrato piuttosto esasperato e poco risolutivo.
Nonostante questo, le 5 stelle sono meritatissime per lo stile di scrittura, la riflessione critica (interna) sul mondo dell'editoria e la capacità di "scavo psicologico" dell'autrice.
Impossibile staccarsi
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La voce narrante
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Divertente coinvolgente
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Sono agganciato dalla prima pagina: divertito, appassionato, in ammirazione per la strategia dell’autrice.
Con uno stile equilibrato, ragionato, divertente, Kuang lavora in maniera arguta e strisciante, sottotesto e con grande fiducia nel proprio lettore, proponendo la storia in maniera sovversiva.
Come spiegare, in modo non didascalico, il razzismo serpeggiante nel mondo occidentale? Come proporre micro e macro agressioni a tutti i livelli della società statunitense (che può essere chiaramente estesa a quella europea)?
La costellazione di atteggiamenti problematici assunti da noi bianchi, immersi nel privilegio al punto di non vederne i confini e le ramificazioni, è estesa non solo agli atteggiamenti quotidiani, ma anche alle relazioni con amici e conoscenti, al modo in cui ci relazioniamo e interagiamo sui social network. Non ne sono esenti gli ambienti più esclusivi, come quelli della cultura e dell’editoria.
A sorpresa l’autrice ci posiziona esattamente negli occhi del perpetratore: la ragazza progressista, istruita, bianca, che intraprende un percorso di appropriazione e aggressione razzista, senza riuscire a percepirlo come tale. Ecco la sorpresa, l’auto-vittimizzazione, la ricerca di pretesti, la visione offuscata.
La forza straordinaria e dirompente del romanzo sta soprattutto nella prima metà, quella in cui le autogiustificazioni di Juniper ci portano inevitabilmente a credere in lei. È così sottile, così manipolabile il confine tra il bene e il male, che solo dopo molte pagine iniziamo a percepire che qualcosa stona, che stiamo ascoltando la voce narrante di un impostore, del “villain”.
L’autrice non ci spiega proprio nulla, lascia che sia il senso etico a crescere gradualmente dentro di noi, con il dipanarsi degli avvenimenti, nonostante la narrazione venga fatta tutta dal punto di vista di chi perpetua, con apparenti buone giustificazioni, il misfatto.
Senza tante prediche, Kuang riesce a centrare anche alla perfezione le problematiche dei vari mezzi di comunicazione, degli atteggiamenti viziati che scorrono attraverso di essi, o che essi stessi amplificano e favoriscono.
Amplia e gestisce magistralmente, tra le righe degli altri discorsi, quello del rapporto deleterio con i social network, non solo per i meccanismi malati che stanno alla base del loro funzionamento, ma anche per le dinamiche patologiche che impediscono a volte di separarsene e riuscire a viverli con distacco.
Compie inoltre un arguto lavoro di satira, quando sposta lo sguardo sui meccanismi che stanno alla base del successo editoriale, dei premi letterari, dei meccanismi della trasformazione di un romanzo di sceneggiatura, e così via. Ecco cadere molti veli su un mondo apparentemente elitario e intellettuale, ma che si muove su binari molto meno nobili del previsto.
Mi pare davvero meritevole e riuscito, questo sforzo di gestire molteplici temi importanti in un numero ragionevole di pagine, riuscendo a mantenere le fila con equilibrio e pulizia.
Inoltre Kuang ottiene quest’ottimo risultato di contenuto, mantenendo uno stile divertente e appassionante, che tiene letteralmente incollati alle pagine con un crescendo che si intuisce, e non delude.
Mi sarebbe piaciuto un finale più cinico e aperto (o forse questo è quello che mi aspettavo, visto il tono del resto del libro), ma non rovina un romanzo originale, intrigante e ben riuscito su molti livelli.
Sagace e coinvolgente
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