Episodi

  • Ducati — La Rossa che Oggi Parla Tedesco
    Nov 5 2026
    Nel 1926, a Bologna, una famiglia di nome Cavalieri Ducati fonda una piccola azienda. Ma non costruisce moto: costruisce condensatori per le radio. Da quel componente grande quanto un dito, il «Manens», nasce uno dei marchi più amati e rombanti al mondo. Cento anni dopo, la rossa di Borgo Panigale fattura oltre un miliardo di euro e vince i mondiali con Francesco Bagnaia. Ma c'è un dettaglio che pochi conoscono: oggi Ducati non è più italiana, è controllata da Audi, dentro il gruppo Volkswagen. In questa puntata ricostruiamo l'intera saga industriale: la fondazione del 1926, lo stabilimento di Borgo Panigale del 1935, la distruzione della guerra e la rinascita col Cucciolo, il passaggio sotto lo Stato attraverso l'EFIM, l'arrivo nel 1954 dell'ingegner Fabio Taglioni e l'invenzione del sistema desmodromico, la Marianna che vince sulle strade, una lunga stagione di genio tecnico e fragilità finanziaria. E poi la saga delle proprietà: il salvataggio dei fratelli Castiglioni con la Cagiva nel 1985, la rinascita con la 851, la Monster di Miguel Galluzzi e la 916 di Massimo Tamburini, i quattro mondiali Superbike di Carl Fogarty e i tre di Troy Bayliss, la cessione al fondo americano Texas Pacific Group, la quotazione in Borsa, il ritorno italiano con Investindustrial e infine l'acquisizione di Audi nel 2012 per circa 860 milioni di euro. Sotto la proprietà tedesca i numeri esplodono: oltre un miliardo di ricavi, 61.562 moto consegnate, i mondiali MotoGP del 2022 e del 2023. Fonti verificate: archivio storico e museo Ducati, Audi MediaCenter, Il Sole 24 Ore, Motor Valley. La rossa di Borgo Panigale corre ancora fortissimo. Solo che, da diversi anni, corre per un padrone che parla un'altra lingua. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    54 min
  • Standa — L'Insegna di Ogni Città Italiana
    Nov 4 2026
    Pensa alla via principale della città in cui sei cresciuto e prova a ricordare dov'era la Standa. Quasi tutti sanno dirlo: era dopo la banca, era all'angolo, era sotto i portici. Eppure quell'insegna oggi non esiste più, ed è sparita senza un crac e senza una prima pagina: fra il febbraio e la metà di marzo del 2010 è stata staccata dai muri e sostituita con un'altra. Prima ancora, il 30 luglio 1998, l'azienda era stata tagliata in due e venduta in una sola giornata a due compratori diversi. E il nome, che gli italiani hanno pronunciato per decenni, non nasce da un'idea di marketing: nasce da una pratica burocratica. Nel 1937 un obbligo impone di mutare il nome «Standard» della società, dal suono troppo inglese, e — lo scrive la fonte costruita sugli archivi, il Dizionario Biografico degli Italiani — dopo molte discussioni è Monzino a decidere l'italianizzazione della sigla. La versione più famosa, quella di Mussolini che nota l'insegna durante una parata, ha una sola radice documentale, ed è il libro che la Standa pubblicò su se stessa nel 1956 per i propri venticinque anni: in questa puntata la trovi raccontata come memoria aziendale, non come fatto. E l'acronimo? Esiste in almeno sei scioglimenti incompatibili, tre dei quali pubblicati dalla stessa casa editrice in tre voci diverse. Sei versioni non sono il segno di una sigla deliberata: sono il segno di una parola nata prima e spiegata dopo. Questa è la storia industriale della Standa, raccontata solo con i fatti documentati. L'azienda nasce il 9 maggio 1931 a Milano come Società Anonima Magazzini Standard, con 50.000 lire di capitale elevate quasi subito a 700.000, e il primo negozio apre il 21 settembre in via Torino, oltre quattrocento metri quadrati nei locali di un vecchio bazar. Franco Monzino il mestiere l'aveva imparato dentro il gruppo concorrente: era entrato alla Rinascente nel 1919 perché sua sorella Virginia aveva sposato Ferdinando Borletti, e nel 1928 era stato il responsabile tecnico della UPIM, la catena a prezzo unico nata dentro la Rinascente. Quando fonda la Standa, la concorrenza è dentro la famiglia — e dura dieci anni, finché il 18 marzo 1941 un accordo nazionale divide il mercato a tavolino: 76 punti vendita assegnati a UPIM, 44 alla Standa, 33 a PTB, e Milano bloccata a sedici magazzini. Poi la catena diventa un pezzo di vita quotidiana: il primo reparto alimentare a Napoli nel 1956, il self-service a Milano nel 1958, le prime scale mobili che Bologna avesse mai visto, il primo parcheggio privato a Torino nel 1962. E nel giugno 1966 la famiglia esce: il gruppo Edison, in piena fusione con la Montecatini, compra circa il 60% del pacchetto per circa cento miliardi di lire, con la mediazione di Mediobanca — e oltre il 30% finisce alla Rinascente, cioè all'IFI e agli Agnelli. Per i trentadue anni successivi questa catena non apparterrà mai a qualcuno il cui mestiere sia vendere. Il numero che spiega tutto arriva nel luglio 1988, quando la rete passa alla Fininvest per circa mille miliardi di lire: quel prezzo fissava ogni azione ordinaria a 39.400 lire, mentre il giorno prima la Borsa di Milano la quotava 19.960. Il doppio. E i concorrenti battuti nella gara — Kaufhof, la Lega delle cooperative, la SME, Carrefour — valutavano la metà. Perché? Per lo spot la sera e lo scaffale la mattina dopo, per le promozioni, e soprattutto per la cassa: i supermercati pagano la merce a novanta-cento giorni e incassano ogni giorno. Nel 1993 la Standa era il 56% dei dipendenti e il 50% del fatturato di quel gruppo, con il 51% delle sue azioni in pegno alle banche. Nel 1997 perdeva 117 miliardi e lasciava la Borsa; nel 1998 veniva divisa: il non alimentare, più di centosessanta grandi magazzini, ceduto in toto per 13,8 miliardi di lire dentro un'operazione dal valore complessivo di circa ottocento miliardi fatta in gran parte di debiti accollati. E l'uomo che comprava il ramo alimentare, Gianfelice Franchini, è morto prima del closing. Il finale lo abbiamo cercato dove nessuno guarda: nei registri dei marchi, consultati il 31 ottobre 2026. I due marchi europei depositati dai tedeschi nel 2004 risultano scaduti dal 2 luglio 2024. Il marchio internazionale del 1991, valido fino al 2031, risulta intestato a Penny Market S.r.l. — ma non copre l'Italia, perché l'Italia è il paese d'origine della registrazione e il sistema di Madrid non copre il paese d'origine. In Italia una società ha ridepositato il nome il 16 settembre 2025, registrato l'8 giugno 2026. E se oggi vuoi fare la spesa in un negozio con quella scritta sopra la porta, devi andare in provincia di Messina: otto punti vendita, sede a Barcellona Pozzo di Gotto. 🎧 Marchio Italiano è anche un podcast: ogni nuova puntata esce lo stesso giorno su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme.▶ Spotify: https://open.spotify.com/show/7AZ6BUG0Vlrr8SOzSalskF▶ Apple Podcasts: https://podcasts.apple.com/it/podcast/...
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    1 ora e 24 min
  • Alfa Romeo — Il Mito che l'Italia Ha Lasciato Morire
    Nov 3 2026
    Nel 1923, in Sicilia, un pilota sfortunato di nome Ugo Sivocci dipinse a mano un quadrifoglio verde sul cofano della sua Alfa Romeo e vinse la Targa Florio. Più di cento anni dopo quel quadrifoglio è ancora il simbolo delle Alfa più sportive del mondo. Ma l'azienda che lo porta non è più italiana: oggi è dentro Stellantis, gruppo franco-americano con sede legale in Olanda, e alcune Alfa vengono costruite in Polonia. La fabbrica che fece nascere il mito, ad Arese, è chiusa dal 2005. Questa è la storia di come l'Italia ha lasciato declinare e poi svenduto uno dei suoi marchi più amati. Non un fallimento improvviso, ma una lenta agonia durata decenni. In questa puntata ricostruiamo l'intera saga: la nascita a Milano, al Portello, nel giugno 1910 dagli asset di una fabbrica francese fallita; l'arrivo di Nicola Romeo; i trionfi con Vittorio Jano e la P2, prima campione del mondo nel 1925; il quadrifoglio di Sivocci; la nazionalizzazione del 1933 sotto l'IRI; le 8C degli anni Trenta; i primi due titoli mondiali di Formula 1 della storia, con Farina nel 1950 e Fangio nel 1951; la Giulietta, la Giulia e lo Spider del Laureato. E poi il declino: l'Alfasud voluta dalla politica, gli scioperi di Pomigliano, tredici anni di perdite, la vendita del 1986 quando la Fiat batté la Ford, lo smantellamento di Arese, il passaggio a FCA e infine a Stellantis. Fonti verificate: archivio storico e museo Alfa Romeo, Stellantis Media, Il Sole 24 Ore. L'Alfa Romeo non è morta: è viva, e fa ancora sognare. Ma l'Italia ha lasciato che diventasse, pezzo dopo pezzo, di proprietà straniera. Il nome è italiano, la storia è italiana. La proprietà, no. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    55 min
  • La Rinascente — Il Nome di D'Annunzio, Oggi Thailandese
    Nov 2 2026
    Il grande magazzino più famoso d'Italia, quello di piazza del Duomo a Milano, non è un'azienda italiana. Il palazzo non è nemmeno suo: dal 2011 appartiene a un fondo immobiliare italiano sottoscritto dalla cassa di previdenza dei medici, e l'azienda ci sta dentro in affitto per 22,25 milioni di euro l'anno. E dal 19 novembre 2025 la società che gestisce i negozi non è più dentro una società quotata in borsa: è controllata direttamente dalla holding privata della famiglia Chirathivat, a Bangkok. E attenzione, perché il quadro è l'opposto di quello che ti aspetti: quell'azienda funziona. Nel 2023 ha superato per la prima volta il miliardo di euro di vendite al pubblico, con un EBITDA cresciuto del 70%, e nel 2024 ha fatto un nuovo record. Il suo margine netto, il 5,44% nel 2024, è più alto di quello dell'intero gruppo thailandese che la possedeva: il 3,29%. Non è stata venduta perché andava male. È stata venduta mentre andava bene, e il venditore lo ha scritto fra gli svantaggi dell'operazione nei documenti d'assemblea. Il nome, invece, glielo ha dato un poeta, ed esiste la lettera. Il 24 agosto 1917 Gabriele D'Annunzio scrive dal fronte dell'Isonzo al proprio legale milanese Leopoldo Barduzzi: il titolo per la Società è questo, l'ho trovato ieri sul vallone di Chiapovan, La Rinascente. Nella stessa lettera tratta sul compenso, che definisce tenue e chiede di raddoppiare. E qui va corretta la leggenda più diffusa: il nome non nasce dall'incendio. È registrato il 27 settembre 1917, l'incendio del negozio di piazza Duomo è della notte di Natale 1918, quindici mesi dopo. Il nome ha profetizzato l'incendio, non l'ha seguito. Questa è la storia industriale completa, raccontata solo con i fatti documentati. L'azienda nasce il 4 giugno 1865, quando Luigi e Ferdinando Bocconi aprono una bottega di tessuti in via Santa Radegonda e cominciano a vendere abiti già confezionati: nel 1877 inaugurano Aux Villes d'Italie, il primo grande magazzino d'Italia, costruito sul modello del Bon Marché parigino. Con i profitti di quei negozi, nel 1902, Ferdinando Bocconi fonda l'Università Commerciale di Milano e la intitola al figlio Luigi, caduto ad Adua: l'università Bocconi nasce da un grande magazzino. Poi il 1928 e UPIM, la fusione formalizzata nel 1934 con l'ingresso dello svizzero Jelmoli, il bombardamento del 16 agosto 1943, la riapertura in stile americano del 4 dicembre 1950 e il Compasso d'Oro, inventato nel 1954 dentro un negozio e regalato all'ADI cinque anni dopo. E infine i passaggi di mano. Nel 1969 la famiglia Borletti vende a IFI e Mediobanca e il grande magazzino diventa un asset di portafoglio. Nel 1997 gli ipermercati del gruppo passano al marchio Auchan. Nel 2005 Tamerice compra il 99,09% per 888 milioni di euro. E nel 2011 arriva il passaggio che spiega tutto: due vendite separate, nello stesso anno, a due compratori diversi. L'azienda ai thailandesi per 205 milioni di equity, il palazzo di piazza Duomo al Fondo Ippocrate per 472 milioni. Il muro è valso più del doppio del mestiere. Cinque anni dopo, sotto proprietà thailandese, quel negozio è stato premiato come miglior grande magazzino del mondo. 🎧 Marchio Italiano è anche un podcast: ogni nuova puntata esce lo stesso giorno su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme.▶ Spotify: https://open.spotify.com/show/7AZ6BUG0Vlrr8SOzSalskF▶ Apple Podcasts: https://podcasts.apple.com/it/podcast/marchio-italiano/id6813547050▶ Amazon Music: https://music.amazon.it/podcasts/0db5cb7a-9dd7-4bb7-a8ee-9a7124af494c/marchio-italiano 📚 FONTI PRINCIPALI▪ archives.rinascente.it▪ centralretail.com Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: La Rinascente, Rinascente Storia, Rinascente Piazza Duomo, Nome Rinascente Dannunzio, Lettera Dannunzio Rinascente, Senatore Borletti, Ferdinando Bocconi, Universita Bocconi Origine, Upim Storia, Compasso Doro 1954. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 ora e 27 min
  • Ferrari — Cacciato dall'Alfa, per Vendetta Creò il Mito
    Oct 30 2026
    Il 13 settembre 1939 un meccanico modenese di quarantun anni, appena uscito dall'Alfa Romeo dopo vent'anni di lavoro, fonda con cinquantamila lire di capitale una società di componenti aeronautici chiamata Auto Avio Costruzioni. Si chiama Enzo Ferrari. Otto anni dopo, il 12 marzo 1947, in via Abetone Inferiore a Maranello nasce la prima vettura a portare il suo cognome. Settantanove anni dopo quel giorno il marchio capitalizza oltre 80 miliardi di euro alla Borsa di New York, fattura circa sei miliardi l'anno, e una sola vettura del 1962 è stata battuta da Sotheby's per più di 51 milioni di dollari. Il cavallino che i conti Baracca regalarono a Enzo nel 1923 vale oggi più del prodotto interno lordo di alcune regioni italiane. In questa puntata ricostruiamo l'intera saga: la nascita a Modena nel 1898, la formazione all'Alfa Romeo, la Scuderia Ferrari del 1929, la rottura del 1939, le prime vittorie in Formula 1 con Alberto Ascari, la morte del figlio Dino nel 1956, il rifiuto dell'offerta Ford del 1963, l'accordo con Gianni Agnelli al Lingotto nel 1969, l'era Lauda, i cinque titoli consecutivi di Schumacher, la quotazione al NYSE del 2015, le aste record e l'arrivo di Lewis Hamilton. Fonti verificate: Treccani, archivio storico Ferrari, NYSE e Borsa Italiana, Il Sole 24 Ore, risultati d'asta Sotheby's. Oggi la famiglia Ferrari, attraverso Piero Ferrari, possiede il 10,48% del marchio che porta il suo cognome. Il cognome è ancora inciso sulla carrozzeria di ogni vettura. Il controllo è altrove. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    58 min
  • Titanus — Vendette gli Studi e Si Tenne il Marchio
    Oct 29 2026
    All'inizio del 1964 Goffredo Lombardo vende l'intero apparato industriale della Titanus: i cinque teatri di posa della Farnesina, gli stabilimenti sulla Circonvallazione Appia, la sala di doppiaggio di via Margutta, i cinema di proprietà. Tutto. Gli restano una Cinquecento verde e il marchio, che non volle vendere. Sessantadue anni dopo l'azienda esiste ancora, è in utile, ha riaperto il ramo produzione nel 2023 ed è presieduta dalla terza generazione: è la più antica casa di produzione cinematografica italiana ancora in attività, e la sola al mondo ancora in mano alla famiglia che l'ha fondata. E la leggenda va corretta subito, perché la smentisce il figlio del produttore. Non fu Il Gattopardo a far saltare i conti: quel film fu campione d'incasso assoluto della stagione 1962-63, con 2.323.000.000 di lire e 12.850.375 spettatori paganti. Il film che sfondò il preventivo fu Sodoma e Gomorra, costato 6 miliardi contro i 3 stanziati. I due insieme, secondo la ricerca che ha ricostruito la vicenda, valgono circa 9 miliardi di lire: nessuno dei due riuscì a coprire il proprio costo, e la ragione tecnica non fu italiana ma americana — la versione statunitense del Gattopardo fu tagliata di quasi mezz'ora e non funzionò. Questa è la storia industriale della Titanus, raccontata solo con i fatti documentati. L'attività nasce a Napoli nel 1904, quando Gustavo Lombardo abbandona Giurisprudenza e apre in casa un ufficio per il commercio di pellicole: non produce film, li distribuisce. Nel dicembre 1908 fonda la rivista Lux e se ne serve per farsi riconoscere dal mercato; nel 1910 compra i diritti mondiali dell'Inferno a film non finito e ne organizza l'uscita su quattro paesi; nel 1917 rileva uno studio napoletano in crisi, la Poli-Films, e la trasforma in Lombardo Film. Il nome Titanus arriva soltanto il 12 giugno 1928, a Roma, su un atto notarile firmato da nove soci con 50.000 lire di capitale — e nasce dagli affitti, non dai film: Lombardo prendeva in affitto i teatri di posa della Farnesina, li subaffittava e con quel margine costituì la società. Poi gli anni d'oro. Goffredo Lombardo prende la guida nel 1950 e costruisce una doppia strategia: il melodramma popolare che incassa paga il cinema d'autore che dà prestigio. Pane, amore e fantasia fa 1.413.361.666 lire nel 1953; Rocco e i suoi fratelli 1.671.555.000 nel 1960. L'azienda diventa un complesso integrato — produzione, teatri di posa, laboratori di doppiaggio, sale — e nel 1961 crea la Titanus-Metro con la Metro-Goldwyn-Mayer, tenendo il 51% e la presidenza, mentre annuncia alla stampa americana un piano da 25 film in un anno. Due anni dopo ne avrà tre in programma, e uno non sarà ancora cominciato. Oggi la Titanus vive di due cose: il catalogo (circa 400 titoli prodotti e 1.200 distribuiti) e i metri quadri. Il Centro Titanus Elios, sulla Tiburtina, ha sette teatri di posa su oltre 121.000 m² ed è al 70% dell'azienda e al 30% del gruppo Mediaset, che ne è anche il conduttore esclusivo. Nel 2024 la capogruppo ha fatto circa 2 milioni di ricavi e circa 1,8 milioni di utile netto. Sessant'anni dopo aver venduto gli studi, il modello è di nuovo quello del nonno nel 1932: affittare teatri di posa. 🎧 Marchio Italiano è anche un podcast: ogni nuova puntata esce lo stesso giorno su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e su tutte le principali piattaforme.▶ Spotify: https://open.spotify.com/show/7AZ6BUG0Vlrr8SOzSalskF▶ Apple Podcasts: https://podcasts.apple.com/it/podcast/marchio-italiano/id6813547050▶ Amazon Music: https://music.amazon.it/podcasts/0db5cb7a-9dd7-4bb7-a8ee-9a7124af494c/marchio-italiano 📚 FONTI PRINCIPALI▪ Treccani — Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 65 (2005), voce «LOMBARDO,…▪ Treccani — Enciclopedia del Cinema (2004), voce «TITANUS», di Gaia Marotta▪ Treccani — Enciclopedia del Cinema (2003), voce «LOMBARDO, Goffredo», di Monica Cardarilli▪ Museo Nazionale del Cinema di Torino — Fondazione Maria Adriana Prolo, progetto Titanus,…▪ Il Cinema Ritrovato (Cineteca di Bologna) — «Goffredo Lombardo e la Titanus»▪ Transatlantic Transfers — Politecnico di Milano / Università Roma Tre (ricerca PRIN…▪ «La situazione della Titanus» — cronaca del 10 marzo 1963▪ Il Foglio, «La dinastia del cinema italiano», di Andrea Minuz, 25 luglio 2026 Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Temi trattati: Titanus, Goffredo Lombardo, Gustavo Lombardo, Guido Lombardo, Teatri di Posa Farnesina, Circonvallazione Appia Scalera, Lombardo Film, Il Gattopardo Incassi, Sodoma e Gomorra 1962, Pane Amore e Fantasia. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 ora e 30 min
  • Brembo — Il Fabbro che Frena la Formula 1
    Oct 28 2026
    L'11 gennaio 1961, a Curno in provincia di Bergamo, un fabbro di trentatré anni di nome Emilio Bombassei fonda con il socio Italo Breda una piccola officina meccanica: trenta milioni di lire di capitale, tre operai, un capannone di duecento metri quadri. Non era un'azienda di freni: era un'officina di provincia. Sessantacinque anni dopo quella stessa officina è la Brembo: 3,65 miliardi di euro di fatturato, 15.000 dipendenti in sedici paesi, trenta stabilimenti nel mondo. Nove monoposto di Formula 1 su dieci montano freni Brembo, in alcune stagioni dieci su dieci; tutte le moto della MotoGP li montano; ogni Ferrari, Porsche, Lamborghini, McLaren, Bugatti, Bentley e Aston Martin che esce di fabbrica ha freni Brembo. Eppure nove italiani su dieci non saprebbero dire di chi si tratta: è il profilo dell'hidden champion, l'azienda di nicchia che domina un mercato globale senza diventare un marchio di consumo. In questa puntata ricostruiamo l'intera saga: la fondazione del 1961, l'ingresso di Alberto Bombassei, il primo grande contratto con l'Alfa Romeo Giulia nel 1964, il disco ventilato del 1972, il patto con Enzo Ferrari nel 1975 per i freni della Formula 1, il primo stabilimento estero in Brasile, la scommessa sulla carbo-ceramica, la quotazione in Borsa del 1999, le acquisizioni anglosassoni, il Kilometro Rosso, il contratto con Tesla e il trasferimento della sede legale ad Amsterdam. Fonti verificate: Treccani, archivio storico Brembo, Borsa Italiana, Il Sole 24 Ore, dati ufficiali Formula 1 e MotoGP. La famiglia Bombassei controlla ancora il 53% del capitale. A differenza di Ferrari, Pirelli o Versace, dopo sessantacinque anni Brembo è rimasta un'azienda padronale italiana. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    1 ora e 2 min
  • Vespa — Il Mito che Uccise la Lambretta
    Oct 27 2026
    Nel 1946, in uno stabilimento di Pontedera ancora pieno delle macerie della guerra, Enrico Piaggio guardò uno strano scooter dalla pancia larga e dalla vita stretta ed esclamò: «Sembra una vespa». Era nato uno dei marchi italiani più amati al mondo: oltre 19 milioni di esemplari, più di 80 paesi, un'icona del cinema, della moda e del costume. Ma dentro questa storia ce n'è una seconda. Un anno dopo, a Milano, nacque un'altra due ruote fatta per batterla: la Lambretta dell'Innocenti. Per vent'anni le fu rivale gomito a gomito, modello contro modello; per molti era più bella, più sportiva, più moderna, e fu la prima al mondo ad avere il freno a disco. Eppure oggi la Lambretta italiana non esiste più: la fabbrica di Lambrate fu smontata e venduta all'India per tre miliardi di lire nel 1972. Due scooter quasi gemelli, nati nello stesso dopoguerra, dalla stessa fame, per gli stessi clienti. Uno è diventato un mito immortale, l'altro è scomparso. In questa puntata raccontiamo perché: le radici aeronautiche della Piaggio, il genio di Corradino D'Ascanio — il padre dell'elicottero italiano, che odiava le moto e proprio per questo inventò la Vespa con scocca portante e ruota a braccio singolo da aereo — i bombardamenti su Pontedera, il brevetto dell'aprile 1946, il duello degli anni Cinquanta e Sessanta, e la svolta fatale: davanti all'automobile di massa Innocenti fuggì verso le auto su licenza inglese e lasciò morire lo scooter, mentre Piaggio raddoppiò sulla Vespa e la trasformò in un marchio culturale. Fonti verificate: Treccani, Museo Piaggio, comunicati ufficiali del Gruppo Piaggio, Il Sole 24 Ore, Teleborsa. La Vespa è ancora italiana, ancora prodotta a Pontedera, ancora viva. La Lambretta è un mito imbalsamato nei musei. La differenza non fu nei motori, ma nelle scelte di chi le guidava dall'alto. Questo podcast fa parte di Hypercast Network — Per proposte commerciali scrivi a: r.verrengia@hypercast.studio Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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