Buongiorno, io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Oggi parliamo di un tema centrale, spesso frainteso, ma decisivo per capire dove sta andando il diritto dell’immigrazione in Italia: la protezione complementare come unico vero laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Prendo le mosse da una decisione concreta, reale, della Commissione territoriale di Genova del 18 dicembre 2025. Non per commentare il singolo caso, ma perché quella decisione fotografa in modo estremamente chiaro una trasformazione profonda del nostro ordinamento. La Commissione nega lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria, ma attiva il meccanismo dell’articolo 19 del Testo Unico Immigrazione. E questo passaggio è tutt’altro che neutro. Significa che lo Stato riconosce che l’allontanamento non può avvenire, non per una generica vulnerabilità, non per ragioni umanitarie astratte, ma perché l’integrazione raggiunta dal soggetto ha ormai una rilevanza giuridica tale da rendere l’espulsione illegittima. Qui sta il punto. La protezione complementare è l’unico istituto del nostro ordinamento in cui la permanenza sul territorio non è fondata su un titolo formale, su un contratto, su un vincolo familiare o su un rischio nel Paese di origine. È fondata sull’integrazione. Un’integrazione concreta, verificabile, misurabile. Lavoro, relazioni sociali, stabilità abitativa, rispetto delle regole. Non dichiarazioni di principio, ma fatti. Ed è per questo che la protezione complementare non è una protezione “minore”, come spesso viene raccontata. È, al contrario, la forma più evoluta di regolazione giuridica della presenza dello straniero. Perché non sospende il potere dello Stato, non lo indebolisce, ma lo esercita in modo razionale. Dice una cosa molto semplice: chi si integra può restare, perché la sua presenza è ormai parte dell’ordine giuridico e sociale; chi non si integra non può rivendicare una permanenza indefinita. Da qui nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come slogan politico, ma come esito coerente del diritto positivo. La protezione complementare dimostra che l’integrazione non è un obiettivo retorico, ma un criterio giuridico. E se l’integrazione diventa il criterio, allora la ReImmigrazione non è una punizione, non è una ritorsione, ma la conseguenza fisiologica del mancato inserimento. È il percorso di risulta di un sistema che non promette accoglienza incondizionata, ma riconosce diritti in cambio di responsabilità. Questo è il passaggio che spesso manca nel dibattito pubblico. Si parla di integrazione come se fosse un valore morale, qualcosa di vago, di indefinito. In realtà, la protezione complementare ci dice che l’integrazione è già oggi una categoria giuridica operativa. L’unica, nel nostro ordinamento, capace di legare in modo diretto il diritto a restare al comportamento tenuto sul territorio. Ed è per questo che insisto nel dire che la protezione complementare è il laboratorio del futuro. Non perché risolva tutto, ma perché mostra una strada possibile. Una strada in cui lo Stato non rinuncia al controllo, ma lo esercita in modo selettivo e razionale. Una strada in cui restare non è un diritto automatico, ma una conseguenza dell’integrazione. E in cui tornare non è una sconfitta, ma l’esito naturale di un patto che non si è realizzato. Su questo terreno si gioca la vera partita dei prossimi anni. Non tra accoglienza e respingimento, ma tra integrazione reale e ReImmigrazione ordinata. La protezione complementare, piaccia o no, è già lì a dimostrarlo. Se vuoi approfondire questi temi, puoi leggere gli articoli su www.reimmigrazione.com, seguirmi sui miei canali o ascoltare gli altri episodi del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Alla prossima puntata.
Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
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