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Gay Bar - Perché uscivamo la notte

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Gay Bar - Perché uscivamo la notte

Di: Jeremy Atherton Lin, Sara Reggiani - traduttore
Letto da: Leonardo Graziano
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A proposito di questo titolo

Rifugio, palcoscenico, spazio di incontri, di solidarietà, di espressione sessuale: il bar gay è stato a lungo il luogo in cui una comunità priva di diritti e di rappresentazione, esclusa dal centro della scena e delle città, ha potuto riunirsi, sperimentare l’appartenenza, esistere davvero. Oggi, uno per uno, quei luoghi stanno scomparendo, chiusi oppure trasformati in qualcosa di più innocuo (e certo più commerciabile). Possiamo leggerlo come un buon segno, la dimostrazione che non c’è più ragione di nascondersi; ma, senza voler negare il valore di quello che abbiamo guadagnato, è possibile raccontare anche quello che stiamo perdendo?

Muovendosi tra analisi politica, ricostruzione storica, aneddoti personali e una giusta dose di gossip, Jeremy Atherton Lin ci guida in un tour transatlantico dei locali che hanno segnato la sua vita e la storia della comunità LGBTQ, una comunità che forse è più frammentata e meno inclusiva di come vorrebbe rappresentarsi. Gay Bar potrebbe essere solo una raffinata (e necessaria) indagine sul legame tra luoghi e identità, non fosse che segna l’irruzione nella scena letteraria di un autore strepitoso. In una prosa sfavillante come una palla da discoteca o malinconica come l’alba che accompagna il ritorno a casa, Atherton Lin ha scritto uno di quei libri rarissimi che sono insieme lettura colta e guilty pleasure: un perturbante memoir erotico, un romanzo d’amore avventuroso, un’analisi poetica del desiderio che non fa distinzione di generi né di orientamenti e accoglie chiunque abbia esperienza o nostalgia delle notti fuori, dei corpi e degli sguardi, della musica e delle luci, delle storie che viviamo a volte solo per il gusto di poterle poi raccontare. "Ci sono notti che hanno un battito udibile, e noi balliamo".

©2023 Minimum Fax S.r.l. (P)2024 Audible GmbH
Letteratura e narrativa

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caustico e realistico di un mondo arrivato da poco in Italia, gli stessi locali in italia sono stati aperti molto più tardi dei luoghi citati nel testo, forse il moralismo cattolico è duro a morire!

Tosto

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La carrellata di panorami proposti dall’autore in maniera sin troppo confusa e spesso pasticciata disegna un tempo in cui solo lui evidentemente era così libero… Piuttosto deludente in verità… non rappresenta niente se non se stesso e la mancanza di trama. Decisamente salvabile solo in pochi momenti, mi ha deluso.

Niente di speciale…

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Mi delude non poco questa analisi, troppo personalizzata dall’esperienza dell’autore: se all’inizio sembra ambire a un saggio parallelo su storia, ruolo ed evoluzione del gay bar all’interno della timeline movimento LGBTQIA+, si arrovella poi in prospettiva personale, diventando a tratti una lunga carrellata delle esperienze intime, formative e sessuali dell’autore e del suo compagno.
Tutto l’intento saggistico se ne va a quel paese e scorro una carrellata di ricordi personali, di citazioni della cultura pop anni 90, collage televisivi e musicali o di moda e advertising.
Non posso descrivere il tedio nel leggere queste pagine, che potrebbero al giorno d’oggi risultare trasgressive giusto per mia mamma e la sua generazione. Per gli altri sono un po’ svilenti e molto ripetitive.
Ogni tanto rispunta qualche sezione di ricerca sull’evoluzione di questo tipo di locali, con interessanti note, purtroppo piuttosto rare, su legislazione e lotte sociali. Si riscatta parzialmente nelle ultime pagine, dove l’aspetto di narrazione storica e sociale prende finalmente il sopravvento.
Manca, però, quasi completamente di un sistema di interviste ai protagonisti dell’epoca, che sarebbe stato il più interessante degli approcci.
È assente anche al 100% qualsiasi prospettiva che non sia California/Londra-centrica: tutto il resto del mondo può andare a farsi benedire. Ma anche questo limite va interpretato in funzione l’approccio dell’autore, che riferisce prevalentemente esperienze personali e ha vissuto a San Francisco e a Londra.

Trapela, credo volontariamente, una superficialità disarmante, che è poi quella che mi ha spesso tenuto lontano dagli ambienti tradizionalmente gay.
Culmine negativo il viaggio in Europa, in cui al giovane autore (che si accompagna a un’amica che ha una lunga lista di musei da visitare) non frega una emerita mazza di qualsiasi cosa riguardi la cultura e la società locale, ma solo l’aspettativa per la serata trendy che finalmente potrà frequentare a Londra; questa profondità di pensiero è perfettamente rispecchiata dalle poche righe dedicate all’Italia, in cui ci racconta brevemente di un ragazzo di Torino con cui ha avuto una avventura, e di cui ci riferisce solo che voleva tanto bene alla mamma (!).

Mi sono trascinato fino alla fine senza entusiasmo.

Tedio

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