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Di: Radio 24
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RadioNext è il programma settimanale di Radio 24 sulla trasformazione digitale, un confronto sulle tematiche digitali viste con gli occhi dell'imprenditore, del manager, del professionista per capire le opportunità e gli impatti che il cambiamento epocale che stiamo vivendo offre alla nostra classe dirigente.

Attraverso il dialogo con un ospite affronteremo i temi specifici del business, i modelli competitivi, gli ostacoli culturali, i nuovi approcci innovativi, le sfide organizzative e la centralità del cliente.

2008 Radio 24 Il Sole 24 ore
Politica e governo
  • La Cina costruisce robot straordinari. Peccato per quel joystick
    Oct 16 2026

    La Cina sta preparando la prossima grande corsa mondiale all’hardware. Dopo gli smartphone e le auto elettriche, il nuovo terreno di conquista sono i robot umanoidi. Macchine capaci di correre, saltare, ballare e persino combattere. C’è solo un problema: quando devono lavorare davvero, spesso hanno ancora bisogno di qualcuno che le guidi con un joystick.

    È questo il paradosso emerso a RadioNext nel confronto con Antonio Pisante, fondatore e CEO di Yellow Tech, che ha visitato oltre trenta aziende cinesi per osservare da vicino lo stato dell’innovazione.
    La prima sorpresa riguarda proprio la forma dei robot. Perché costruire macchine con due gambe, due braccia e un volto vagamente umano quando, per molte applicazioni industriali, sarebbero più efficienti altre configurazioni? La risposta è meno tecnologica di quanto si possa immaginare: l'accettazione sociale: i produttori cinesi ritengono che le persone siano più disposte a convivere con macchine che riproducono forme familiari, umane o animali. Ma dietro questa scelta c’è anche una precisa strategia industriale. La Cina sta investendo massicciamente nella robotica, con un sostegno pubblico che orienta capitali, ricerca e sviluppo verso quella che considera una nuova opportunità di leadership tecnologica.
    E i risultati sul fronte meccanico sono già impressionanti. I robot dimostrano capacità fisiche straordinarie, ma la loro intelligenza rimane confinata a compiti estremamente specifici. Possono spostare scatole lungo una linea produttiva, sollevare materiali o riordinare oggetti. Cambiate però la disposizione della fabbrica, modificate una procedura o introducete una situazione imprevista e il sistema rischia di non sapere più cosa fare.
    Perché? Il problema è il passaggio dall’intelligenza artificiale che interpreta il linguaggio a quella che comprende e agisce nel mondo fisico. Non basta collegare un robot a un modello linguistico nel cloud per renderlo autonomo. Le decisioni motorie richiedono velocità, continuità e capacità di interpretare informazioni visive e spaziali che non possono essere ridotte a una sequenza di istruzioni testuali. Provate a spiegare esclusivamente a parole come si allacciano le scarpe: è molto più complicato di quanto sembri. Per questo la ricerca si sta orientando verso modelli addestrati su video, osservazioni e interazioni con l’ambiente.
    L’obiettivo è passare dall’esecuzione di movimenti programmati alla capacità di apprendere e adattarsi. Ma siamo davvero vicini a una rivoluzione industriale oppure stiamo assistendo a un nuovo fenomeno di hype tecnologico, simile a quello del metaverso? Antonio non esclude il rischio, pur sottolineando che le potenzialità hardware e le risorse investite rendono la prospettiva concreta. Per le imprese la questione diventa allora molto pragmatica: non quanto sia spettacolare un robot, ma quanto sia affidabile, flessibile ed economicamente sostenibile nel lavoro quotidiano. E per la Cina la posta in gioco è ancora più alta: trasformarsi da grande piattaforma mondiale della produzione a basso costo in una potenza capace di dominare le tecnologie che definiranno la produzione del futuro. La vera domanda, dunque, non è quando i robot riusciranno a somigliare perfettamente agli esseri umani. È quando potranno lavorare senza che, dietro le quinte, ci sia ancora qualcuno con un joystick.
    Un argomento decisamente suggestivo e rilevante. Ci torneremo presto con Corrado La Forgia, General Manager di VHIT e vicepresidente di Federmeccanica.

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  • L’altra superpotenza dell’AI che l’Europa continua a ignorare
    Oct 9 2026

    Quando parliamo di intelligenza artificiale guardiamo quasi sempre verso San Francisco. OpenAI, Anthropic, Google, Nvidia la geografia dell’AI che conosciamo sembra avere un solo centro. Ma se stessimo osservando solo metà della partita? A RadioNext ne abbiamo parlato con Antonio Pisante, founder e CEO di Yellow Tech, appena rientrato da un viaggio in Cina durante il quale ha incontrato decine di aziende e laboratori attivi nell’intelligenza artificiale e nella robotica.

    La prima sorpresa è che la distanza tecnologica dagli Stati Uniti sembra molto più ridotta di quanto tendiamo a immaginare. Secondo Antonio, sui grandi modelli linguistici la Cina resta dietro alla frontiera americana, ma parliamo di mesi, non di anni. E soprattutto il confronto cambia completamente se dalla pura “intelligenza” del modello passiamo a velocità, efficienza e costo. Qui i cinesi sono già estremamente competitivi.
    È un dettaglio tutt’altro che secondario per le imprese. Il modello più intelligente in assoluto non è necessariamente quello migliore per ogni processo aziendale: se un task relativamente semplice può essere eseguito bene da un modello molto più economico e veloce, la scelta diventa soprattutto industriale. E infatti sta cambiando anche la metrica con cui valutiamo l’AI: non più soltanto costo per token, ma costo per task.
    Quanto costa davvero ottenere un risultato? È probabilmente questa la domanda che CFO, CIO e responsabili della trasformazione digitale dovrebbero iniziare a fare con maggiore frequenza. C’è poi una seconda caratteristica che rende il fenomeno cinese particolarmente interessante: molti dei modelli vengono distribuiti in modalità open weight. Possono quindi essere scaricati, eseguiti su infrastrutture diverse oppure utilizzati attraverso cloud provider occidentali. Per un’azienda europea questo cambia il quadro: adottare un modello cinese non significa necessariamente consegnare i propri dati a un provider cinese. Modelli come Qwen, DeepSeek o Kimi possono entrare nelle architetture aziendali attraverso infrastrutture e cloud sottoposti alle regole europee.
    Il tema della fiducia rimane, naturalmente, e diventa persino più importante quando l’AI accede ai documenti, ai processi e alla conoscenza interna dell’impresa. Ma proprio qui emerge un possibile modello di espansione cinese molto diverso da quello americano: meno servizi proprietari venduti direttamente alle aziende occidentali, più tecnologia aperta che entra nei sistemi attraverso provider, integratori e piattaforme già conosciute.
    Sullo sfondo resta la grande partita dell’hardware. Le restrizioni sull’accesso ai chip Nvidia più avanzati hanno rallentato lo sviluppo cinese, ma nello stesso tempo stanno accelerando la costruzione di una filiera autonoma, con Huawei tra i protagonisti. E allora la domanda non è più soltanto quanto la Cina sia indietro rispetto agli Stati Uniti. È quanto velocemente stia imparando a competere con regole diverse. Se l’America continua a dominare la frontiera tecnologica, la Cina sembra puntare su scala, efficienza, apertura e costo. Per le imprese europee ignorare uno dei due ecosistemi potrebbe diventare presto un lusso che non possiamo permetterci.

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  • Addio menu: il prossimo sito si costruisce mentre lo visiti
    Sep 25 2026

    E se il sito web smettesse di essere un insieme di pagine da attraversare e cominciasse a costruirsi mentre lo usiamo? È la domanda al centro della conversazione di RadioNext con Guglielmo Faglioni, cofondatore del progetto Callimacus.

    Il punto di partenza è familiare a chiunque gestisca un sito aziendale: menu, categorie, schede prodotto e percorsi stabiliti in anticipo. Anche quando personalizziamo una homepage, scegliamo fra versioni che qualcuno ha già progettato. Callimacus propone un passo ulteriore: un sistema di intelligenza artificiale che interpreta le richieste e le azioni del visitatore, seleziona componenti grafici, scrive contenuti e compone l’interfaccia durante la visita. Chi cerca dettagli tecnici può trovarsi davanti un confronto; chi vuole esplorare, immagini e racconti. Il sito può anche diventare, nello stesso spazio, uno strumento di assistenza: alla domanda «Dov’è il mio ordine?» dovrebbe mostrare l’informazione utile, senza costringere il cliente a cercarla fra le pagine.

    Siamo pronti a progettare un sito senza decidere prima ogni pagina? Per un direttore marketing, la novità cambia il lavoro editoriale. Non basta approvare testi e template: bisogna definire quali informazioni il sistema può usare, che cosa il brand vuole dire, quali risposte deve evitare e come verificarne il comportamento. Guglielmo spiega che i contenuti possono arrivare dai sistemi aziendali esistenti e che il business può provare l’esperienza prima della pubblicazione. Resta però un limite da prendere sul serio: un sistema generativo non offre la certezza assoluta che ogni risposta sarà quella prevista. Servono quindi controlli, misurazioni e responsabilità chiare.

    C’è poi una distinzione sottile, ma decisiva, fra conoscere una persona e capire che cosa cerca adesso. L’interesse per un paio di scarpe da corsa, osserva Faglioni, non fa di qualcuno un runner per sempre. La sua proposta privilegia l’intenzione espressa durante la visita. Secondo il nostro ospite, l’esperienza può funzionare anche senza cookie; in quella configurazione, però, chi torna viene trattato come un nuovo visitatore. La scelta sulla memoria diventa così una scelta di prodotto e di privacy, non soltanto una funzione tecnica.

    E i risultati? Faglioni riferisce che, nel primo e-commerce realizzato per Brunello Cucinelli, il tasso di conversione è triplicato e il tempo medio di permanenza è raddoppiato. È un dato comunicato dall’ospite, che invita lui stesso alla cautela perché il lancio è recente e il traffico iniziale può includere curiosi e test. Per le aziende la domanda utile non è se ogni sito debba diventare “senza pagine”. È se le strutture con cui oggi pubblichiamo contenuti aiutino davvero le persone a trovare, capire e scegliere. Se la risposta è no, il cambiamento potrebbe partire da lì.

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