Episodi

  • RIFLESSIONI
    Apr 24 2026

    Si fa il punto della situazione con questo episodio numero 9 ad argomento libero.

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    5 min
  • 8 - PSICODRAMMA MONDIALI: siamo diventati i Fantozzi del calcio?
    Apr 12 2026

    Il 31 marzo è stato un giorno funesto per molti italiani: terza eliminazione consecutiva della Nazionale dai Mondiali di calcio. Terza. Non una, non due: tre. E di fronte a questo dato, difficile non pensare al ragionier Fantozzi schierato sul campo di periferia fangoso convinto di poter vincere.

    In questo episodio di No Time for Losers sii parte dall'eliminazione azzurra per collegare la crisi del calcio italiano al cinema di Paolo Villaggio, e in particolare a due sequenze che, a cinquant'anni di distanza, sembrano scritte per descrivere il presente.

    La prima è la partita scapoli contro ammogliati del primo Fantozzi (1975): un campo senza erba, la nuvola personale che trasforma il terreno in pantano, e una massa di uomini di mezza età che si credono campioni. Villaggio capisce — in piena crisi post-Mondiale di Germania del 1974 — che il calcio italiano è uno spazio di illusione collettiva, in cui ognuno ha in testa il campione che non sarà mai.

    La seconda è la celebre scena della Corazzata Kotiomkin nel Secondo Tragico Fantozzi (1976): i dipendenti costretti a guardare il film d´autore, mentre in televisione c'è un´importante partita di calcio della Nazionale. La catarsi finale — quell'urlo liberatorio — non è solo la ribellione contro la cultura imposta dall'alto. È la rivendicazione del diritto a volere ciò che si vuole, anche se quello che si vuole è semplicemente vedere la partita.


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    45 min
  • IL MARATONETA: correre per sopravvivere
    Apr 7 2026

    È il 1976. A New York esplode il fenomeno del running: migliaia di persone scoprono la corsa come stile di vita, e per la prima volta la maratona cittadina attraversa tutti e cinque i borough. Nello stesso autunno esce Il Maratoneta di John Schlesinger — e non è una coincidenza.

    Il film racconta di Babe Levy, studente di storia e corridore solitario a Central Park, che si ritrova travolto in una cospirazione che non capisce e non ha cercato. Al centro: Christian Szell, dentista in un campo di concentramento, criminale di guerra nazista protetto da un accordo segreto con il governo americano. Szell tortura Babe legato ad una rudimentale poltrona da dentista e gli pone sempre la stessa domanda — È sicuro? — senza spiegargli cosa significa.

    In questo episodio parliamo del film come documento di un'America che non si fidava più di nessuno, del duello leggendario sul set tra Dustin Hoffman e Laurence Olivier, della rivoluzione tecnica della Steadicam, e di come la corsa — in questo film — non sia mai sport nel senso classico del termine, ma sopravvivenza pura.

    Con William Goldman alla sceneggiatura, Roy Scheider nel ruolo del fratello spia e una New York grigia e spietata come quinto personaggio, Il Maratoneta è uno dei thriller più inquietanti della New Hollywood. E quella domanda — È sicuro? — cinquant'anni dopo risuona ancora nelle nostri menti.

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    57 min
  • NEVE PER TUTTI? Gli outsider degli sport invernali
    Mar 28 2026

    C'è un momento, nel febbraio del 1988, che vale la pena immaginare. Calgary, Canada. Le Olimpiadi invernali. Sul canale ghiacciato per il bob si presentano quattro ragazzi della Giamaica. Non hanno mai visto la neve prima . Il loro bob è usato, comprato con i soldi ricavati dalla vendita di magliette . Il CIO ha cercato di escluderli fino a dieci giorni prima della cerimonia di apertura. E sono lì.

    È da questo momento che prende le mosse questo episodio di No Time for Losers — un episodio doppio, che mette a confronto due film e due storie vere accomunati da una domanda sola: cosa significa presentarsi in uno spazio sportivo dove nessuno ti aspettava?

    Il primo film è Cool Runnings (1993), il classico Disney che ha reso immortale la squadra giamaicana di bob. Il secondo è Good Luck Algeria (2016), una commedia franco-belga molto meno conosciuta, ispirata alla vicenda reale di Noureddine Bentoumi, primo rappresentante dell'Algeria nello sci di fondo olimpico. Due film, due registri completamente diversi, un unico filo: quello degli outsider assoluti negli sport invernali, di chi arriva da paesi senza neve e senza tradizione e decide comunque di esserci.

    L'episodio ricostruisce prima la storia vera di Calgary 1988, che è più strana e più eroica del film che tutti conoscono. L'ideatore del progetto era George Fitch, diplomatico americano a Kingston, con un'idea pragmatica e quasi scientifica. Gli atleti erano soldati scelti della Jamaica Defence Force. I soldi per la slitta arrivarono davvero dalla vendita di magliette in un bar, ma la vera battaglia fu diplomatica — e la vinse il principe Alberto di Monaco, lui stesso bobista, convincendo il CIO ad ammettere la squadra. La caduta nella terza manche fu una sconfitta vera, non un momento epico: Devon Harris lo ha detto chiaramente, anni dopo. Il riscatto arrivò a Lillehammer 1994, quando i giamaicani finirono quattordicesimi nel bob a quattro,. Quella è la vera eredità di Calgary.

    Cool Runnings viene analizzato con affetto ma senza sconti. Funziona — è uno di quei rari film che piace a tutte le età — ma si prende libertà enormi con la storia. L'allenatore Irving Blitzer non ha quasi nulla in comune con George Fitch, i quattro protagonisti sono personaggi inventati, la dinamica del gruppo è fiction pura. Eppure il film ha qualcosa che va oltre la fedeltà storica: un'intelligenza emotiva rara per un prodotto Disney dell'epoca. Non è un film sullo sport. È un film sull'identità.

    La seconda storia è quella di Noureddine Bentoumi: nato a Chamonix da padre algerino e madre francese, ingegnere, sciatore per hobby. Contatta la federazione algerina quasi per gioco e riesce a qualificarsi per Torino 2006. Nella 50 km deve fermarsi a metà gara, ma era lì. Aveva indossato i colori dell'Algeria su una pista olimpica. Nessuno ne scrisse. Anni dopo, suo fratello Farid avrebbe fatto un film su di lui — e quel film avrebbe avuto più impatto sulla sua notorietà dell'evento sportivo stesso.

    In Good Luck Algeria il protagonista gestisce una piccola fabbrica di sci a Grenoble che sta andando a rotoli, e iscriversi alle qualificazioni olimpiche per l'Algeria diventa insieme un piano disperato e un percorso di riconciliazione con le proprie radici. Il regista non è interessato al film sportivo in senso stretto: il vero centro è nel rapporto tra il protagonista e suo padre, nel viaggio in Algeria, nella domanda mai esplicitata ma sempre presente su cosa significhi appartenere a due culture senza dover scegliere. Il film si chiude senza mostrare la gara olimpica — una scelta precisa — perché la gara non è il punto. Il punto è il gesto: portare il proprio corpo in uno spazio da cui è storicamente escluso.

    Due film molto diversi — il prodotto Disney colorato e ottimista, la commedia europea sobria e familiare — che condividono la stessa convinzione: per certi atleti, arrivare alla partenza è già un'impresa che merita di essere raccontata.

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    37 min
  • HUSTLE - Basket, passione e un ultimo saluto a Robert Duvall
    Mar 21 2026

    Nel quinto episodio di No Time for Losers, Max affronta uno dei titoli sportivi più apprezzati degli ultimi anni: Hustle (2022), il film Netflix diretto da Jeremiah Zagar con Adam Sandler nei panni di uno scout NBA che scommette tutto su un talento sconosciuto trovato su un campetto di Mallorca.

    Ma l'episodio non parla solo del film: si apre con un lungo omaggio a Robert Duvall, scomparso il 15 febbraio 2026 a novantacinque anni, che in Hustle firma una delle sue ultime apparizioni cinematografiche nel ruolo del proprietario dei Philadelphia 76ers. Dalla formazione alla Neighborhood Playhouse alla consacrazione con Coppola, dall'Oscar per Tender Mercies al Colonnello Kilgore di Apocalypse Now, Max ripercorre una carriera costruita sul minimalismo e sulla generosità verso il racconto.

    Si analizzano poi i temi centrali del film — la passione come vocazione, la famiglia come àncora, il riscatto senza retorica — e la rappresentazione autentica della pallacanestro, affidata a Juancho Hernangómez, cestista NBA prestato al cinema, e arricchita dai camei di Allen Iverson, Dirk Nowitzki e Sergio Scariolo. Spazio anche al nuovo Adam Sandler — quello rivelato da Uncut Gems e confermato qui con la prima nomination drammatica ai SAG Awards — e al ruolo di LeBron James come produttore esecutivo.

    L'episodio si chiude con un invito a (ri)vedere Hustle e con un teaser sui prossimi appuntamenti dedicati a Duvall e al calcio al cinema.


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    38 min
  • F1: MELODRAMMA SU QUATTRO RUOTE - Brad Pitt, Joseph Kosinski e la Formula 1 nell'era dei blockbuster
    Mar 14 2026

    Brad Pitt al volante, Joseph Kosinski in regia, Lewis Hamilton come produttore esecutivo. Quattordici Gran Premi reali come set, un budget tra i 200 e i 300 milioni di dollari, Hans Zimmer alle tastiere e Jerry Bruckheimer alla produzione. F1 – uscito nelle sale italiane il 25 giugno 2025 – è un'operazione industriale di prima grandezza. Ma funziona davvero?

    In questo episodio di No Time for Losers smonto il film pezzo per pezzo: la genesi travagliata che parte da un progetto naufragato nel 2013, la struttura narrativa che ricalca dichiaratamente Top Gun: Maverick, e il cuore della storia – Sonny Hayes, ex pilota di Formula 1 distrutto da un incidente negli anni Novanta, che torna in pista per salvare un team sull'orlo del fallimento e fare da mentore a un rookie arrogante che non vuole sentire consigli da nessuno.

    Parliamo dei personaggi: archetipi più che individui, ma con qualche sorpresa – Kerry Condon nei panni della direttrice tecnica Kate McKenna è l'elemento che bilancia la scrittura e dà spessore a un film altrimenti tutto al maschile. Parliamo della messa in scena, dove il film vola davvero: sequenze di gara con una qualità fisica raramente raggiunta nel cinema automobilistico, fotografia da manuale, sound design che senti nella cassa toracica. E parliamo dei limiti: la prevedibilità narrativa, la psicologia abborracciata, e quel DRS pronunciato come se fosse Thanos che schiocca le dita.

    Confronto poi F1 con i suoi diretti predecessori – Rush di Ron Howard e Ford v Ferrari di Mangold – e chiudo con un paradosso: siamo a marzo 2026, il DRS nella realtà non esiste più, e la stagione appena cominciata è già più fantascientifica di qualsiasi sceneggiatura hollywoodiana.

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    42 min
  • GHIACCIO BOLLENTE - Da Sonja Henie a Tonya Harding: pattinaggio, glamour e crimini sul ghiaccio
    Mar 7 2026

    Il pattinaggio artistico sembra un mondo fatto di lustrini, tutine e perfezione. Eppure, se si gratta la superficie del ghiaccio, emergono storie di ambizione spietata, violenze domestiche, scandali criminali e pregiudizi di classe che nessun documentario sportivo osa raccontare fino in fondo.

    In questo episodio, ripercorriamo quasi un secolo di pattinaggio femminile attraverso tre atti: la storia dimenticata di Sonja Henie, la prima grande diva delnghiaccio; il caso Harding-Kerrigan, lo scandalo sportivo più assurdo e grottescodella storia americana; e il film I, Tonya (2017), che ha costretto ilpubblico a rimettere in discussione tutto quello che credeva di sapere.

    Sonja Henie: tre ori olimpici, dieci titoli mondiali, e un contratto con la 20th Century Fox. Nata a Oslo nel 1912, fu la prima atleta a capire che la fama conquistata sul campo poteva essere convertita in cinema, show e soldi. A Hollywood divenne una delle attrici meglio pagate degli anni Trenta e Quaranta. Ma la sua storia nasconde ombre profonde: le Olimpiadi di Garmisch-Partenkirchen del 1936, la stretta di mano con Hitler, le accuse di evasione fiscale, la dipendenza dall'alcool.Un'icona costruita su un modello di femminilità eterea che avrebbe condizionato il pattinaggio per decenni.

    6 gennaio 1994. Detroit. Una barra di metallo, un ginocchio distrutto, un urlo che diventa virale prima ancora che esista internet. Tonya Harding era probabilmente la pattinatrice piùtalentuosa della storia: la prima donna americana a eseguire un triplo axel in gara. Ma il sistema del pattinaggio artistico non le perdonava le origini working class di Portland, i costumi cuciti in casa, il marito violento e il linguaggio da meccanico. Dall'altra parte c'era Nancy Kerrigan: grazia, eleganza, sponsor soddisfatti. Due donne eccezionali intrappolate in un sistemache premiava l'immagine sopra il talento.

    Il complotto organizzato dal marito di Harding, Jeff Gillooly, e dalla sua improbabile banda — una guardia del corpo mitomane da 150 chili, un presunto sicario che sudava copiosamente enon sapeva riconoscere il bersaglio, un autista paramilitare con trappole esplosive in giardino — è una commedia nera con conseguenze devastanti. La polizia li smantella in meno di due settimane. Tonya Harding non colpisce nessuno, ma viene bandita a vita dal pattinaggio competitivo. I veriresponsabili escono di prigione dopo meno di due anni.

    Ventitré anni dopo, il regista Craig Gillespie e Margot Robbie restituiscono a Tonya Harding la complessità che i media le avevano negato. I, Tonya è un mockumentary dove ognipersonaggio racconta la propria versione contraddittoria dei fatti, e il film non dice chi ha ragione. Margot Robbie si prepara per sei mesi, studia ossessivamente i movimenti e il dialetto di Harding, e costruisce un ritratto che va oltre lo scandalo: una ragazza cresciuta nella violenza, che aveva trovato nel ghiaccio l'unico spazio di libertà, e a cui quel ghiaccio è stato tolto per sempre.

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    40 min
  • L´EBBREZZA DELLA DISCESA LIBERA
    Feb 28 2026

    Cosa succede davvero dentro un campione quando si lancia giù da una montagna a oltre 120 chilometri orari? È solo tecnica? È solo talento? O è qualcosa di più oscuro, più profondo, più umano?

    In questo episodio del podcast entriamo nel cuore della discesa libera, lo sport della velocità assoluta e del rischio totale, attraverso due film separati da oltre cinquant’anni ma uniti dalla stessa vertigine: Gli spericolati (1969) e Klammer – Chasing the Line (2021).

    Il primo, diretto da Michael Ritchie e interpretato da un magnetico Robert Redford, è molto più di un film sportivo. È un ritratto spietato dell’ambizione. David Chappellet, giovane sciatore americano di provincia, è talentuoso, determinato, affamato. Ma è anche freddo, egocentrico, disposto a sacrificare tutto pur di vincere. Non cerca amicizie, non cerca amore, non cerca approvazione: cerca solo il traguardo.

    Accanto a lui, Gene Hackman interpreta un allenatore idealista, figura paterna che crede nello sport come valore e non solo come medaglia. Il loro rapporto è il cuore del film: scontro tra visioni, tra generazioni, tra due modi diversi di intendere la vittoria. Le sequenze di gara – girate tra Olimpiadi e piste leggendarie come Wengen – sono crude, fisiche, realistiche. Ma il vero campo di battaglia è interiore. Quando arriva l’oro olimpico, la domanda resta sospesa: cosa succede dopo aver raggiunto la cima?

    Cinquant’anni più tardi, Klammer – Chasing the Line cambia completamente prospettiva. Qui non c’è la solitudine dell’ambizione individuale, ma il peso di un’intera nazione. Il film racconta i cinque giorni che precedono la storica discesa olimpica di Innsbruck 1976. Franz Klammer non è solo un atleta: è il simbolo dell’Austria che ospita i Giochi e pretende la vittoria.

    La regia concentra la tensione in un arco temporale ristretto, trasformando un evento già noto in un thriller sportivo. Media, sponsor, federazione: tutti chiedono qualcosa a quel ragazzo di ventidue anni. E mentre la pressione cresce, il Paese si ferma. Scuole chiuse, bar gremiti, famiglie davanti alla televisione. Un minuto e quarantacinque secondi di gara diventano un’esperienza collettiva, quasi epica.

    La sequenza della discesa è pura adrenalina: soggettive, montaggio serrato, sci che vibrano sul ghiaccio. Se il film americano scava nelle ombre di un campione inventato, quello austriaco celebra un eroe reale. Due approcci opposti, due idee di sport, due modi diversi di raccontare la vittoria.

    Eppure, al centro, c’è la stessa sfida: come si traduce in immagini la sensazione di precipitare lungo una montagna? Come si fa a far sentire allo spettatore il vento, la paura, la linea perfetta cercata al limite del disastro?

    In questo episodio mettiamo a confronto cinema americano e cinema europeo, introspezione psicologica e racconto nazionale, mito individuale e memoria collettiva. Perché la discesa libera non è solo uno sport: è una metafora. È la corsa verso un obiettivo che può consacrare o svuotare. È la linea sottile tra controllo e caos.

    Se ami il cinema sportivo, le Olimpiadi, le storie di campioni e le grandi piste alpine, questa puntata è per te. Preparati a scendere.


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    25 min