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NO TIME FOR LOSERS

NO TIME FOR LOSERS

Di: Massimo Minelli
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A proposito di questo titolo

Cinema e sport non sono solo spettacolo: sono epica, cadute, riscatti, identità. In questo podcast racconto film, storie vere e personaggi che trasformano il campo da gioco in narrazione pura. Analisi, curiosità e connessioni inaspettate per chi ama emozionarsi davanti a uno schermo… e a un’impresa impossibile. Se credi che una partita possa essere cinema, sei nel posto giusto. 🎬🏆Massimo Minelli Arte
  • 8 - PSICODRAMMA MONDIALI: siamo diventati i Fantozzi del calcio?
    Apr 12 2026

    Il 31 marzo è stato un giorno funesto per molti italiani: terza eliminazione consecutiva della Nazionale dai Mondiali di calcio. Terza. Non una, non due: tre. E di fronte a questo dato, difficile non pensare al ragionier Fantozzi schierato sul campo di periferia fangoso convinto di poter vincere.

    In questo episodio di No Time for Losers sii parte dall'eliminazione azzurra per collegare la crisi del calcio italiano al cinema di Paolo Villaggio, e in particolare a due sequenze che, a cinquant'anni di distanza, sembrano scritte per descrivere il presente.

    La prima è la partita scapoli contro ammogliati del primo Fantozzi (1975): un campo senza erba, la nuvola personale che trasforma il terreno in pantano, e una massa di uomini di mezza età che si credono campioni. Villaggio capisce — in piena crisi post-Mondiale di Germania del 1974 — che il calcio italiano è uno spazio di illusione collettiva, in cui ognuno ha in testa il campione che non sarà mai.

    La seconda è la celebre scena della Corazzata Kotiomkin nel Secondo Tragico Fantozzi (1976): i dipendenti costretti a guardare il film d´autore, mentre in televisione c'è un´importante partita di calcio della Nazionale. La catarsi finale — quell'urlo liberatorio — non è solo la ribellione contro la cultura imposta dall'alto. È la rivendicazione del diritto a volere ciò che si vuole, anche se quello che si vuole è semplicemente vedere la partita.


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    45 min
  • IL MARATONETA: correre per sopravvivere
    Apr 7 2026

    È il 1976. A New York esplode il fenomeno del running: migliaia di persone scoprono la corsa come stile di vita, e per la prima volta la maratona cittadina attraversa tutti e cinque i borough. Nello stesso autunno esce Il Maratoneta di John Schlesinger — e non è una coincidenza.

    Il film racconta di Babe Levy, studente di storia e corridore solitario a Central Park, che si ritrova travolto in una cospirazione che non capisce e non ha cercato. Al centro: Christian Szell, dentista in un campo di concentramento, criminale di guerra nazista protetto da un accordo segreto con il governo americano. Szell tortura Babe legato ad una rudimentale poltrona da dentista e gli pone sempre la stessa domanda — È sicuro? — senza spiegargli cosa significa.

    In questo episodio parliamo del film come documento di un'America che non si fidava più di nessuno, del duello leggendario sul set tra Dustin Hoffman e Laurence Olivier, della rivoluzione tecnica della Steadicam, e di come la corsa — in questo film — non sia mai sport nel senso classico del termine, ma sopravvivenza pura.

    Con William Goldman alla sceneggiatura, Roy Scheider nel ruolo del fratello spia e una New York grigia e spietata come quinto personaggio, Il Maratoneta è uno dei thriller più inquietanti della New Hollywood. E quella domanda — È sicuro? — cinquant'anni dopo risuona ancora nelle nostri menti.

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    57 min
  • NEVE PER TUTTI? Gli outsider degli sport invernali
    Mar 28 2026

    C'è un momento, nel febbraio del 1988, che vale la pena immaginare. Calgary, Canada. Le Olimpiadi invernali. Sul canale ghiacciato per il bob si presentano quattro ragazzi della Giamaica. Non hanno mai visto la neve prima . Il loro bob è usato, comprato con i soldi ricavati dalla vendita di magliette . Il CIO ha cercato di escluderli fino a dieci giorni prima della cerimonia di apertura. E sono lì.

    È da questo momento che prende le mosse questo episodio di No Time for Losers — un episodio doppio, che mette a confronto due film e due storie vere accomunati da una domanda sola: cosa significa presentarsi in uno spazio sportivo dove nessuno ti aspettava?

    Il primo film è Cool Runnings (1993), il classico Disney che ha reso immortale la squadra giamaicana di bob. Il secondo è Good Luck Algeria (2016), una commedia franco-belga molto meno conosciuta, ispirata alla vicenda reale di Noureddine Bentoumi, primo rappresentante dell'Algeria nello sci di fondo olimpico. Due film, due registri completamente diversi, un unico filo: quello degli outsider assoluti negli sport invernali, di chi arriva da paesi senza neve e senza tradizione e decide comunque di esserci.

    L'episodio ricostruisce prima la storia vera di Calgary 1988, che è più strana e più eroica del film che tutti conoscono. L'ideatore del progetto era George Fitch, diplomatico americano a Kingston, con un'idea pragmatica e quasi scientifica. Gli atleti erano soldati scelti della Jamaica Defence Force. I soldi per la slitta arrivarono davvero dalla vendita di magliette in un bar, ma la vera battaglia fu diplomatica — e la vinse il principe Alberto di Monaco, lui stesso bobista, convincendo il CIO ad ammettere la squadra. La caduta nella terza manche fu una sconfitta vera, non un momento epico: Devon Harris lo ha detto chiaramente, anni dopo. Il riscatto arrivò a Lillehammer 1994, quando i giamaicani finirono quattordicesimi nel bob a quattro,. Quella è la vera eredità di Calgary.

    Cool Runnings viene analizzato con affetto ma senza sconti. Funziona — è uno di quei rari film che piace a tutte le età — ma si prende libertà enormi con la storia. L'allenatore Irving Blitzer non ha quasi nulla in comune con George Fitch, i quattro protagonisti sono personaggi inventati, la dinamica del gruppo è fiction pura. Eppure il film ha qualcosa che va oltre la fedeltà storica: un'intelligenza emotiva rara per un prodotto Disney dell'epoca. Non è un film sullo sport. È un film sull'identità.

    La seconda storia è quella di Noureddine Bentoumi: nato a Chamonix da padre algerino e madre francese, ingegnere, sciatore per hobby. Contatta la federazione algerina quasi per gioco e riesce a qualificarsi per Torino 2006. Nella 50 km deve fermarsi a metà gara, ma era lì. Aveva indossato i colori dell'Algeria su una pista olimpica. Nessuno ne scrisse. Anni dopo, suo fratello Farid avrebbe fatto un film su di lui — e quel film avrebbe avuto più impatto sulla sua notorietà dell'evento sportivo stesso.

    In Good Luck Algeria il protagonista gestisce una piccola fabbrica di sci a Grenoble che sta andando a rotoli, e iscriversi alle qualificazioni olimpiche per l'Algeria diventa insieme un piano disperato e un percorso di riconciliazione con le proprie radici. Il regista non è interessato al film sportivo in senso stretto: il vero centro è nel rapporto tra il protagonista e suo padre, nel viaggio in Algeria, nella domanda mai esplicitata ma sempre presente su cosa significhi appartenere a due culture senza dover scegliere. Il film si chiude senza mostrare la gara olimpica — una scelta precisa — perché la gara non è il punto. Il punto è il gesto: portare il proprio corpo in uno spazio da cui è storicamente escluso.

    Due film molto diversi — il prodotto Disney colorato e ottimista, la commedia europea sobria e familiare — che condividono la stessa convinzione: per certi atleti, arrivare alla partenza è già un'impresa che merita di essere raccontata.

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    37 min
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