• Occhi su Gaza, diario di bordo #131
    Jan 23 2026
    Davos accende i riflettori e spegne i corpi. Il Board of Peace nasce così: firma solenne, fotografie di gruppo, rendering patinati di una “Nuova Gaza” affacciata sul mare. Sullo schermo scorrono mappe e promesse, nella Striscia restano tende sfondate dal vento e macerie che cedono sotto il peso dell’inverno. La pace come evento, la guerra come contesto permanente.
    I nomi siedono al tavolo e fanno già notizia da soli. Donald Trump convoca e benedice. Benjamin Netanyahu accetta l’invito mentre l’offensiva prosegue. Vladimir Putin dice sì e normalizza la propria presenza. La pace diventa un board, l’adesione un atto politico, la biografia un dettaglio da rimuovere dal protocollo. Si firma, si applaude, si passa oltre.
    Nelle stesse ore, a Gaza, la tregua resta un titolo. Un raid colpisce l’area delle tendopoli. Tre giornalisti vengono uccisi mentre documentano. Le richieste di indagine si accumulano come sempre, insieme ai nomi, insieme alle immagini. Il Board promette governance, i droni consegnano silenzio. Il lessico della ricostruzione corre più veloce dei soccorsi.
    L’idea che prende forma a Davos è chiara: ricostruire come progetto immobiliare, governare come dossier, pacificare come cornice. Le slide parlano di occupazione totale e turismo costiero. I comunicati parlano di sicurezza. I corridoi umanitari restano intermittenti. La distanza fra palcoscenico e terreno diventa metodo.
    L’Italia osserva dal bordo. Giorgia Meloni resta sospesa fra la foto e la Carta, fra l’invito e la cautela costituzionale. Le opposizioni chiedono di restare fuori. È una scena di imbarazzo istituzionale che dice più di mille dichiarazioni: la pace come club chiede una firma, la Repubblica chiede una responsabilità.
    Poi c’è Rafah. Un annuncio di riapertura del valico circola mentre il Board brinda. Un varco reale contro una pace di cartone. La differenza sta tutta lì: ciò che muove i camion e ciò che muove i titoli. Gaza continua a esistere fuori dal rendering. E lo ricorda ogni volta che la pace viene messa a verbale mentre la violenza resta a verbale.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #130
    Jan 22 2026
    Nel “Board of peace” promosso da Donald Trump per Gaza siede Benjamin Netanyahu. Un premier ricercato dalla Corte penale internazionale viene accolto come interlocutore legittimo di un tavolo che si autodefinisce di pace. È un fatto politico, prima ancora che simbolico. Ed è il punto da cui partire.
    Giorgia Meloni resta fuori. Non per un’improvvisa cautela morale, non per una svolta sul genocidio. Resta fuori perché entrare significherebbe esporsi a un cortocircuito ingestibile. L’Italia è Stato parte dello Statuto di Roma. Partecipare a un organismo che normalizza la presenza di un ricercato CPI apre una faglia istituzionale evidente: davanti al Parlamento, al Quirinale, ai partner europei. Una faglia che non si chiude con una nota diplomatica.
    C’è poi il livello europeo. Il board nasce fuori da qualsiasi mandato Onu, come struttura parallela e personalistica. Nelle stesse ore l’Unione europea protesta per la demolizione di un compound delle Nazioni Unite a Gerusalemme Est, richiamando la Convenzione sulle immunità Onu. Da una parte si colpisce fisicamente il perimetro delle Nazioni Unite, dall’altra si costruisce una “pace” che delle Nazioni Unite fa a meno. Entrarci avrebbe significato rompere il fragile equilibrio europeo.
    Infine l’immagine. Sedersi a un tavolo con Netanyahu e con Trump regista avrebbe prodotto una fotografia impossibile da spiegare a Bruxelles e ingestibile in casa. Meloni sceglie l’unica opzione che riduce i danni: non firmare, non esporsi, rinviare.
    Intanto Gaza resta sullo sfondo come spazio amministrato. I convogli umanitari continuano, numerati, ordinati. La sopravvivenza viene gestita come logistica. La politica si svolge altrove, dove la parola “pace” viene pronunciata accanto a un mandato di arresto internazionale senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la contraddizione.



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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #129
    Jan 21 2026
    La ruspa entra nel compound ONU a Gerusalemme Est con la stessa calma di un atto d’ufficio. L’operazione viene presentata come sequestro legale, privo di immunità, inserito nelle prerogative dello Stato. L’UNRWA parla di violazione del diritto internazionale e di attacco diretto alla propria missione. Il risultato resta visibile: la presenza delle Nazioni Unite nei Territori occupati viene ridotta in macerie, alla luce del giorno, davanti alle telecamere.
    A Gaza, nello stesso tempo, muore una bambina di sette mesi. Si chiamava Shatha Abu Jarad. La causa è il freddo. Le tende offrono isolamento insufficiente, i generatori arrivano a intermittenza, il carburante resta razionato, gli aiuti si accumulano ai varchi. Dall’inizio dell’inverno i bambini morti per ipotermia risultano almeno nove, secondo le autorità sanitarie locali. Oggi nessun bombardamento, nessun jet, nessuna esplosione. Il clima svolge il suo lavoro dentro un sistema bloccato. Il freddo diventa una funzione della gestione.
    Poi c’è Rafah. Mentre a Washington e Tel Aviv prende forma il “Board of Peace”, tra governance futura e ricostruzione, il confine resta chiuso. Secondo la stampa israeliana, la decisione ha anche un valore politico: segnale contro la presenza di Turchia e Qatar nel nuovo organismo, leva sugli ostaggi, messaggio agli alleati. La pace come tavolo, il passaggio come rubinetto. Chi decide siede lontano. Chi aspetta resta dentro.
    In sottofondo scorrono numeri che raramente aprono i notiziari. Oltre 9.350 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Cinquantatré donne, circa 350 minori. Più di 3.300 in detenzione amministrativa, senza accuse formali e senza processo. Una contabilità in crescita mentre il discorso pubblico parla di futuro.
    Le ruspe sull’ONU, i bambini uccisi dal freddo, i cancelli serrati durante i vertici sulla pace. Una linea coerente attraversa tutto: la gestione quotidiana di una popolazione trattata come pratica amministrativa, mentre il lessico internazionale continua a chiamarla transizione.


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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #128
    Jan 20 2026
    La chiamano pace, la presentano come governance. In realtà è un consiglio di amministrazione. Il Board of Peace per Gaza nasce senza palestinesi e con un requisito chiaro: l’ingresso passa da un contributo miliardario. La pace diventa una quota. La ricostruzione un investimento. La rappresentanza un dettaglio sacrificabile.
    Nello statuto circolato nelle ultime ore, il Board assegna seggi permanenti in cambio di capitali e prevede mandati lunghi, rinnovabili, sottratti a qualsiasi voto. Alla guida, Donald Trump “a titolo personale”, con un ruolo destinato a sopravvivere al mandato presidenziale. La pace trasformata in incarico privato, sganciata da elezioni e responsabilità pubbliche. Un precedente enorme.
    Attorno al tavolo siedono sviluppatori immobiliari, miliardari, manager, figure politiche che hanno coperto la guerra o l’hanno resa possibile. Al tavolo manca chi Gaza la vive, la subisce, la seppellisce. Un organismo che decide il futuro di un territorio senza chi lo abita sta amministrando una sconfitta già data per acquisita.
    Mentre a Washington si impagina la “fase due”, sul terreno il linguaggio resta quello delle armi. Due palestinesi uccisi lungo la Linea gialla, attraversamenti segnalati e risposta armata. In Cisgiordania operazioni militari annunciate per giorni, incursioni notturne, minori portati via dalle case. La tregua esiste nei comunicati, sul terreno resta un confine operativo dove l’ingaggio continua.
    Il Board parla di ordine, stabilità, governance. Gaza diventa un asset da rendere amministrabile dopo la distruzione. La ricostruzione promette ritorni, la pace garantisce cornici. Il diritto internazionale resta fuori dalla stanza, insieme ai palestinesi.
    Quando la pace ha un prezzo d’ingresso, quando viene disegnata da chi ha sostenuto la guerra, quando si affida a cariche senza scadenza democratica, il risultato è già scritto. La violenza cambia nome e forma. Il conflitto prosegue, con un lessico più pulito e gli stessi corpi sotto.

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  • Le ragioni del no. Alessandro Barbero.
    Jan 19 2026
    Spiegato semplice. Da spiegare a tutti.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #127
    Jan 17 2026
    Da Washington arriva l’appello che piace ai titoli: «continuate a protestare», «prendete le istituzioni», «l’aiuto è in arrivo». Lo firma Donald Trump, rivolto all’Iran, con il linguaggio dell’insurrezione legittima e il vocabolario dei diritti. È una voce che promette protezione morale prima ancora che politica.
    Nelle stesse ore, a Gaza, la cronaca resta muta. I medici parlano di bambini feriti, di famiglie colpite dai raid, di corpi estratti dalle case bombardate a Nuseirat e in altre aree della Striscia. Le cifre scorrono come un bollettino che nessuno rilancia con enfasi: undici morti in una mattina, altri feriti, altre stanze svuotate. Qui nessuno invita a occupare le istituzioni. Qui si conta.
    La selezione non è casuale. Mentre la protesta iraniana viene incorniciata come dovere civile, Gaza resta un teatro senza diritto di parola. La gerarchia è chiara: alcune vite meritano un appello, altre solo una didascalia. Alcune violenze attivano sanzioni e indignazione, altre si depositano come rumore di fondo.
    C’è poi il dettaglio che spiega il meccanismo. A Gerusalemme Est un centro sanitario dell’UNRWA viene forzato, poi chiuso per trenta giorni. È un atto amministrativo che pesa più di molte dichiarazioni: ridurre la presenza internazionale significa restringere lo spazio del racconto. Senza testimoni, la contabilità del sangue diventa più facile da ignorare.
    Così il doppio standard smette di essere un’accusa astratta e diventa prassi. Incitare alla rivolta da un lato, comprimere l’umanitario dall’altro. Chiamare “protesta” ciò che conviene, chiamare “danno collaterale” ciò che disturba. Il diario registra questa asimmetria perché è qui che si decide chi ha diritto a essere visto. E chi resta, ancora una volta, fuori campo.


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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #126
    Jan 16 2026
    La chiamano “fase due”. La pronunciano da Washington con il tono neutro dei comunicati, come se fosse una pratica amministrativa. Smilitarizzazione, governance tecnocratica, ricostruzione. Una commissione tecnica, mediatori regionali, una nuova architettura di sicurezza. Gaza trasformata in un dossier.
    Nelle stesse ore, a Gaza crollano case già ferite. Piove su muri che non reggono più, il vento strappa le tende, le macerie cedono. A Khan Younis e nel nord della Striscia gli edifici collassano sotto il peso combinato delle bombe passate e dell’inverno presente. Le organizzazioni umanitarie parlano di morti per freddo, di famiglie senza riparo, di un’emergenza che la tregua non ha mai davvero interrotto. La guerra si è fermata nei comunicati, non nei corpi.
    Il lessico della forza intanto continua altrove. In Cisgiordania proseguono le demolizioni punitive, le incursioni, gli arresti. A Shuafat, durante un raid, vengono distrutte migliaia di uova. Un gesto piccolo, inutile sul piano militare, chiarissimo sul piano simbolico. È la grammatica dell’occupazione: togliere il cibo, mostrare il controllo, esercitare la punizione quotidiana.
    La guerra però non resta confinata. In Europa colpisce in silenzio. Decine di palestinesi legalmente residenti si sono visti bloccare all’improvviso i conti correnti. Stipendi congelati, risparmi inaccessibili, nessuna spiegazione verificabile. Una notifica sul telefono è sufficiente a sospendere una vita normale. Gaza diventa un filtro che passa dalle macerie alle infrastrutture finanziarie, dalla distruzione fisica all’esclusione amministrativa.
    Poi c’è la frase che circola come un avvertimento: Gaza “diventerà un modello”. Non una tragedia da chiudere, ma un laboratorio da esportare. Mentre si promette una fase due ordinata, la fase uno resta ovunque: nelle case che crollano, nel freddo che uccide, nelle uova schiacciate sull’asfalto, nei conti correnti bloccati a migliaia di chilometri di distanza.
    Se questa è la “fase due”, il diario continua a chiamarla per nome: sopravvivenza sotto amministrazione.e.


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