Occhi su Gaza, diario di bordo #131
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I nomi siedono al tavolo e fanno già notizia da soli. Donald Trump convoca e benedice. Benjamin Netanyahu accetta l’invito mentre l’offensiva prosegue. Vladimir Putin dice sì e normalizza la propria presenza. La pace diventa un board, l’adesione un atto politico, la biografia un dettaglio da rimuovere dal protocollo. Si firma, si applaude, si passa oltre.
Nelle stesse ore, a Gaza, la tregua resta un titolo. Un raid colpisce l’area delle tendopoli. Tre giornalisti vengono uccisi mentre documentano. Le richieste di indagine si accumulano come sempre, insieme ai nomi, insieme alle immagini. Il Board promette governance, i droni consegnano silenzio. Il lessico della ricostruzione corre più veloce dei soccorsi.
L’idea che prende forma a Davos è chiara: ricostruire come progetto immobiliare, governare come dossier, pacificare come cornice. Le slide parlano di occupazione totale e turismo costiero. I comunicati parlano di sicurezza. I corridoi umanitari restano intermittenti. La distanza fra palcoscenico e terreno diventa metodo.
L’Italia osserva dal bordo. Giorgia Meloni resta sospesa fra la foto e la Carta, fra l’invito e la cautela costituzionale. Le opposizioni chiedono di restare fuori. È una scena di imbarazzo istituzionale che dice più di mille dichiarazioni: la pace come club chiede una firma, la Repubblica chiede una responsabilità.
Poi c’è Rafah. Un annuncio di riapertura del valico circola mentre il Board brinda. Un varco reale contro una pace di cartone. La differenza sta tutta lì: ciò che muove i camion e ciò che muove i titoli. Gaza continua a esistere fuori dal rendering. E lo ricorda ogni volta che la pace viene messa a verbale mentre la violenza resta a verbale.
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