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La Sveglia di Giulio Cavalli

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Di: Giulio Cavalli
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Politica e governo
  • Occhi su Gaza, diario di bordo #130
    Jan 22 2026
    Nel “Board of peace” promosso da Donald Trump per Gaza siede Benjamin Netanyahu. Un premier ricercato dalla Corte penale internazionale viene accolto come interlocutore legittimo di un tavolo che si autodefinisce di pace. È un fatto politico, prima ancora che simbolico. Ed è il punto da cui partire.
    Giorgia Meloni resta fuori. Non per un’improvvisa cautela morale, non per una svolta sul genocidio. Resta fuori perché entrare significherebbe esporsi a un cortocircuito ingestibile. L’Italia è Stato parte dello Statuto di Roma. Partecipare a un organismo che normalizza la presenza di un ricercato CPI apre una faglia istituzionale evidente: davanti al Parlamento, al Quirinale, ai partner europei. Una faglia che non si chiude con una nota diplomatica.
    C’è poi il livello europeo. Il board nasce fuori da qualsiasi mandato Onu, come struttura parallela e personalistica. Nelle stesse ore l’Unione europea protesta per la demolizione di un compound delle Nazioni Unite a Gerusalemme Est, richiamando la Convenzione sulle immunità Onu. Da una parte si colpisce fisicamente il perimetro delle Nazioni Unite, dall’altra si costruisce una “pace” che delle Nazioni Unite fa a meno. Entrarci avrebbe significato rompere il fragile equilibrio europeo.
    Infine l’immagine. Sedersi a un tavolo con Netanyahu e con Trump regista avrebbe prodotto una fotografia impossibile da spiegare a Bruxelles e ingestibile in casa. Meloni sceglie l’unica opzione che riduce i danni: non firmare, non esporsi, rinviare.
    Intanto Gaza resta sullo sfondo come spazio amministrato. I convogli umanitari continuano, numerati, ordinati. La sopravvivenza viene gestita come logistica. La politica si svolge altrove, dove la parola “pace” viene pronunciata accanto a un mandato di arresto internazionale senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la contraddizione.



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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #129
    Jan 21 2026
    La ruspa entra nel compound ONU a Gerusalemme Est con la stessa calma di un atto d’ufficio. L’operazione viene presentata come sequestro legale, privo di immunità, inserito nelle prerogative dello Stato. L’UNRWA parla di violazione del diritto internazionale e di attacco diretto alla propria missione. Il risultato resta visibile: la presenza delle Nazioni Unite nei Territori occupati viene ridotta in macerie, alla luce del giorno, davanti alle telecamere.
    A Gaza, nello stesso tempo, muore una bambina di sette mesi. Si chiamava Shatha Abu Jarad. La causa è il freddo. Le tende offrono isolamento insufficiente, i generatori arrivano a intermittenza, il carburante resta razionato, gli aiuti si accumulano ai varchi. Dall’inizio dell’inverno i bambini morti per ipotermia risultano almeno nove, secondo le autorità sanitarie locali. Oggi nessun bombardamento, nessun jet, nessuna esplosione. Il clima svolge il suo lavoro dentro un sistema bloccato. Il freddo diventa una funzione della gestione.
    Poi c’è Rafah. Mentre a Washington e Tel Aviv prende forma il “Board of Peace”, tra governance futura e ricostruzione, il confine resta chiuso. Secondo la stampa israeliana, la decisione ha anche un valore politico: segnale contro la presenza di Turchia e Qatar nel nuovo organismo, leva sugli ostaggi, messaggio agli alleati. La pace come tavolo, il passaggio come rubinetto. Chi decide siede lontano. Chi aspetta resta dentro.
    In sottofondo scorrono numeri che raramente aprono i notiziari. Oltre 9.350 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Cinquantatré donne, circa 350 minori. Più di 3.300 in detenzione amministrativa, senza accuse formali e senza processo. Una contabilità in crescita mentre il discorso pubblico parla di futuro.
    Le ruspe sull’ONU, i bambini uccisi dal freddo, i cancelli serrati durante i vertici sulla pace. Una linea coerente attraversa tutto: la gestione quotidiana di una popolazione trattata come pratica amministrativa, mentre il lessico internazionale continua a chiamarla transizione.


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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #128
    Jan 20 2026
    La chiamano pace, la presentano come governance. In realtà è un consiglio di amministrazione. Il Board of Peace per Gaza nasce senza palestinesi e con un requisito chiaro: l’ingresso passa da un contributo miliardario. La pace diventa una quota. La ricostruzione un investimento. La rappresentanza un dettaglio sacrificabile.
    Nello statuto circolato nelle ultime ore, il Board assegna seggi permanenti in cambio di capitali e prevede mandati lunghi, rinnovabili, sottratti a qualsiasi voto. Alla guida, Donald Trump “a titolo personale”, con un ruolo destinato a sopravvivere al mandato presidenziale. La pace trasformata in incarico privato, sganciata da elezioni e responsabilità pubbliche. Un precedente enorme.
    Attorno al tavolo siedono sviluppatori immobiliari, miliardari, manager, figure politiche che hanno coperto la guerra o l’hanno resa possibile. Al tavolo manca chi Gaza la vive, la subisce, la seppellisce. Un organismo che decide il futuro di un territorio senza chi lo abita sta amministrando una sconfitta già data per acquisita.
    Mentre a Washington si impagina la “fase due”, sul terreno il linguaggio resta quello delle armi. Due palestinesi uccisi lungo la Linea gialla, attraversamenti segnalati e risposta armata. In Cisgiordania operazioni militari annunciate per giorni, incursioni notturne, minori portati via dalle case. La tregua esiste nei comunicati, sul terreno resta un confine operativo dove l’ingaggio continua.
    Il Board parla di ordine, stabilità, governance. Gaza diventa un asset da rendere amministrabile dopo la distruzione. La ricostruzione promette ritorni, la pace garantisce cornici. Il diritto internazionale resta fuori dalla stanza, insieme ai palestinesi.
    Quando la pace ha un prezzo d’ingresso, quando viene disegnata da chi ha sostenuto la guerra, quando si affida a cariche senza scadenza democratica, il risultato è già scritto. La violenza cambia nome e forma. Il conflitto prosegue, con un lessico più pulito e gli stessi corpi sotto.

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