Le famiglie arcobaleno

Le lezioni di Paolo Crepet
Letto da: Paolo Crepet
Durata: 24 min
4 out of 5 stars (38 recensioni)
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Sintesi dell'editore

Le lezioni di Paolo Crepet, uno dei più noti e illustri psichiatri e sociologi italiani, sono un'occasione di riflessione su alcuni dei temi più dibattuti della società in cui viviamo: dalle dipendenze alla violenza di genere, dalla disoccupazione giovanile alle nuove tecnologie, dai "millennials" alle famiglie arcobaleno.

L'autore stesso le definisce "appunti per un viaggio in cui ciascuno di noi ha un costante bisogno di orientarsi". Sono riflessioni lucide e ben documentate, sempre in equilibrio tra il rigore scientifico dello studioso e l'abilità del divulgatore, caratteristiche grazie alle quali Crepet si è conquistato un posto di primo piano sui media cartacei e televisivi.

Il concetto di famiglia negli ultimi decenni si sta modificando. Alle famiglie tradizionali si sono aggiunte le nuove famiglie, che derivano dalle unioni civil, dalle adozioni gay e dalla fecondazione eterologa. All'interno della società il dibattito è aperto. Che cos'è davvero la famiglia oggi?


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  • Andrea Cunego
  • 05/01/2020

Una visione un po' troppo limitata

Diritti si ..ma non troppi!. Crepet trae delle frettolose conclusioni sulla certezza che l'omogenitorialità conduca inevitabilmente al fatto che quel bambino o quella bambina soffriranno conoscendo come sono nati. Finché a livello sociale sarà considerato "normale" che l'unica possibilità di concepimento e di genitorialità sia quella tra un uomo e una donna che stanno insieme e che si armano allora la sofferenza ci sarà inevitabilmente. Ma se accanto al progetto di concepimento tradizionale si affiancano altre forme e se i bambini vengono accolti nella loro ricerca di conoscenza perché ci deve essere per forza una sofferenza? Crepet trae delle conclusioni troppo affrettate riconoscendo come portatore di benessere solo un tipo di concepimento, e disconoscendo gli studi sulle famiglie omogenitoriali e sul benessere dei bambini che vi crescono.

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  • Cecilia d'Avos
  • 22/06/2018

Tanti pregiudizi e nessuna scientificità

Mi aspettavo una lezione, e non uno sfogo colmo di pregiudizi senza argomentazioni. Decisamente da evitare.

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  • ryta1962
  • 26/07/2019

ottimo

E' sempre un piacere ascoltare il dottor crepet, sono d'accordo con le cose che dice. Ottimo.

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  • Massimiliano
  • 04/10/2018

ottimo ascolto

io trovo quest'uomo sia un luminare condivido a pieno tutto quello che dice .. i miei complimenti farò tesoro delle sue dottrine

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  • Marco
  • 10/04/2018

Toppato

E qui Crepet ha toppato ma c’era da aspettarselo data anche la sua età... molto d’accordo sulla prima parte, quando parla di diritti civili che devono essere garantiti alle persone, di qualsiasi tendenza sessuale. Sull’omogenitorialità vera e propria invece abbondano gli stereotipi che sinceramente da un buon comunicatore e analista della società mi hanno molto colpito. Non posso fare a meno di vederci un solco generazionale, come emerge anche dal tono di voce da beghina smarrita che l’autore utilizza alla fine del suo monologo quando parla dei “4 possibili papà”. Capisco che in 30 minuti sia difficile affrontare questo tema ma condirlo di queste banalità non mi sembra il punto di partenza migliore. Peccato Crepet... con le altre puntate sei andato forte, d’altra parte non tutte le ciambelle escono col buco... e nemmeno tutti bambini. 😉

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  • moko
  • 21/10/2018

Dovrebbe scrivere di cose che conosce

e dovrebbe imparare l'uso corretto del piuttosto che. Mi aspettavo di meglio, è stato piuttosto deludente. Piuttosto che scrivere o parlare di realtà che non si conoscono,sarebbe meglio documentarsi,fare ricerche ascoltare l'esperienza di chi ha vissuto in prima persona questo tipo di famiglia.

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  • Utente anonimo
  • 30/05/2018

Ipotesi espresse come verità

Non ho apprezzato la maniera in cui, soprattutto verso la fine, venivano espresse delle opinioni personali come un assunto della scienza.
Credo piuttosto che tutte quelle affermazioni ipotetiche potevano avere una base di verità in una struttura sociale retrograda, ma che con il progredire della società e dell’educazione domestica e scolastica si possano colmare certe lacune. Esempio : se assumiamo come normale solo le famiglie etero-parentali, allora è logico che un ragazzo abbia delle riserve ad accettare lui stesso la sua famiglia, se invece attorno a lui ci sono altri esempi di famiglia omo-genitoriale probabilmente la sensazione di alienazione rispetto alla sua situazione sarà in principio attenuata e in seguito nulla. Preferisco costruire la mia opinione su casi concreti di vita piuttosto che su delle ipotesi. Penso a tutte le famiglie arcobaleno che esistono già e che hanno, sin dall’infanzia, accompagnato i bambini alla comprensione della loro situazione e che ora da adolescenti non hanno alcuna crisi d’identità o vuoto esistenziale.
Per quanto riguarda la ragione che possa spingere un essere umano a volere un figlio anche in condizioni biologicamente sfavorevoli, non credo che in tutti i casi si possa parlare di narcisismo. Perché se così fosse, ogni atto allora è generato dall’amor proprio. Etero sessuali non consapevoli e non preparati a essere genitori ma che vogliono un figlio a tutti i costi anche essi sono dei narcisisti. Quando si cede il posto sul l’autobus ad una persona anziana è l’amor proprio e l’auto compiacimento che ci spinge a farlo.
Probabilmente, in fondo, sono queste le ragioni che ci muovono, ma se dovessimo per questo rifiutare qualunque atto motivato dall’amor proprio, allora questa consapevolezza ci porterebbe ad una società completamente individualista.
Insomma, credo sia meglio esprimere certi concetti in maniera meno scientifica e lasciare spazio al beneficio del dubbio.

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  • Alessandro Martina
  • 11/11/2018

Troppe opinioni personali!

Non sono completamente d'accordo con le opinioni del narratore, oserei dire che nel ribadire l'apertura ai diritti delle famiglie si sottende a una certa restrizione di opinioni personali. È indubbio che il progresso scientifico comporti complicazioni ma non per questo si deve pensare di vietare l'utilizzo di tecnologie. E' un errore che è gia stato fatto nella storia umana più volte, mettere un freno alle possibilità umane non è mai la soluzione. A mio avviso è necessario trovare una soluzione alternativa e propositiva. Ad esempio l'impiego più intensivo e regolato dalla normativa della psicoterapia cognitiva in ogni ambito educativo, soprattutto nei casi famigliari più complessi come le situazioni di adozione da parte di coppie omosessuali.

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  • GallES
  • 31/10/2018

"Ma però", "ect, ect", "Io penso"

Le parole trascinate, con un timbro stanco, annoiato e di sufficienza di chi dispensa saggezza e verità (proprie) a livello di comunicazione sono un mix negativo.
Mi attendevo una trattazione dell'argomento ad un livello più alto, immaginando che ognuno ha delle proprie specializzazioni (i diritti universali non sono stati affrontati sotto il profilo del loro fondamento e riconoscimento giuridico) mi attendevo uno sviluppo in termini sociali e psicologici. Il richiamo al motto "non lo faccio per piacer mio, ma per dar figli a Dio/dio", l'ho percepito come una forma di banalizzazione del significato di "Famiglia" nella dimensione naturale e sociale.
Mi attendevo che, da un psichiatra e sociologo, i punti "naturale" e "sociale" venissero sviluppati in modo più "impersonale", infatti i testi che trattano in modo medico scientifico questo tema, vanno oltre a quelli che sono giudizi o pregiudizi "squisitamente" personali.
All'inizio la "lezione" apre con un apparente omologazione ai principi classificati come progressisti, poi alla fine, trasformando il tono, questi sono negati (rimanendo non chiaro cosa sia giudicato come incivile nella Federazione Russa o in Turchia, salvo qualche riferimento generalizzato a luoghi comuni per, "nell'arte dell'oratoria", conferire un'autorevolezza vaga alle parole e preparare l'introduzione delle convinzioni personali di chi impartisce la lezione).
La famiglia naturale trova nella storia una sua dimensione precisa ed è esistita accanto a quella "sociale". Prendersi cura di un bambino che aveva perso i propri genitori era un gesto nobile e garantiva la sopravvivenza del clan (nei modelli preistorici di civiltà), inoltre ne cementava, all'interno delle prime organizzazioni di vita sociale, l'appartenenza con una conseguente solidarietà tra i membri. La solidarietà era spesso la chiave di successo per la sopravvivenza, anche attraverso il sacrificio nelle sua diverse forme, e l'individuo assumeva rilievo e importanza, diretti e sussidiari, nel gruppo.
"Io penso" che la traccia dell'argomento offriva lo spazio per uno sviluppo molto più interessante e poteva offrire agli ascoltatori maggiori spunti di riflessione (nella prospettiva di un dialogo costruttivo, oltre alla semplice dispensa di un giudizio del "ma però").

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