«Accadeva di continuo, anche se di solito accadeva agli altri: un giorno andavi dal medico per un controllo e ti veniva comunicato che non ti rimaneva molto da vivere. A Martin, settantasei anni, è accaduto proprio quello che finora aveva visto succedere alle altre persone.»
Martin Brehm ha settantasei anni quando, durante una visita medica, gli viene comunicato che ha un tumore al pancreas in fase avanzata e probabilmente non gli restano più di sei mesi di vita. Fino a quel momento la morte apparteneva, come quasi sempre accade, alla vita degli altri. Improvvisamente ha una data possibile, abbastanza vicina da cambiare il significato di ogni giorno.
È da questa premessa essenziale che parte Il tempo che resta di Bernhard Schlink, romanzo pubblicato in italiano da Neri Pozza nel 2025 e ora disponibile anche in audiolibro su Audible, nella traduzione di Susanne Kolb e con la voce di Toni Mazzara. L’originale tedesco, Das späte Leben, era uscito nel 2023.
Schlink sceglie un tema enorme — la consapevolezza della propria morte — e lo affronta senza grandi scene madri, senza eroismi e quasi senza retorica. Quello di Martin non è tanto un viaggio verso la morte quanto un tentativo, molto umano e imperfetto, di capire come usare il tempo quando il tempo non può più essere dato per scontato.
Cosa racconta Il tempo che resta
Martin è un professore di diritto in pensione. Ha una moglie molto più giovane, Ulla, artista, e soprattutto David, il figlio di sei anni intorno al quale ruota buona parte della sua quotidianità. È proprio David a rendere la diagnosi ancora più difficile da accettare. Martin non teme soltanto ciò che succederà a lui: pensa a tutto quello che non potrà vedere. Non assisterà alla crescita del figlio, non saprà che adulto diventerà, non potrà accompagnarlo nelle scelte, negli errori e nelle scoperte.
«Non prese l’ascensore, ma le scale. Scese lentamente, gradino dopo gradino, piano dopo piano; percepì il bianco delle pareti, il verde dei numeri che a lato dell’ascensore indicavano i singoli piani, il verde delle porte. Poi si ritrovò davanti al palazzo e percepì l’aria fresca, scorse i pedoni sul marciapiede, le macchine in strada, le impalcature della casa di fronte. Il suo primo pensiero fu che invece delle scale avrebbe dovuto prendere l’ascensore, adesso che non gli restava più molto tempo.»
Martin cerca una risposta concreta alla domanda su come si possa continuare a essere padre quando si sa che presto non si sarà più presenti. Comincia a costruire ricordi da lasciare a David e soprattutto gli scrive sette lettere, nelle quali prova a trasmettergli qualcosa di ciò che ha imparato. Parla di amore, fede, lavoro, verità, Dio e giustizia. La scrittura diventa il tentativo di estendere la propria presenza oltre il limite biologico della vita.
Ma Schlink introduce qui una contraddizione molto più interessante di una semplice storia di “eredità”. Quanto possiamo davvero decidere ciò che resterà di noi, e quando il desiderio di proteggere chi amiamo diventa un tentativo di controllarne il futuro? Schlink parte da un espediente narrativo già ampiamente esplorato in letteratura, ma riesce a trasformarlo in una riflessione molto più complessa su ciò che possiamo davvero lasciare alle persone che amiamo.
Se Martin non fosse andato dal medico, non avrebbe saputo di essere vicino alla morte e avrebbe continuato a vivere quei mesi come mesi normali. Ora, invece, ogni gesto quotidiano assume un significato diverso: una passeggiata, una vacanza con la famiglia, una conversazione con il figlio diventano occasioni che potrebbero non ripetersi. Come si può continuare a vivere con naturalezza quando ogni esperienza è accompagnata dalla consapevolezza che potrebbe essere l'ultima? E come evitare che il desiderio di dare significato al tempo rimasto finisca per trasformarsi in un'ossessione? È soprattutto attraverso queste domande che Schlink esplora il rapporto tra la consapevolezza della morte e la possibilità di vivere pienamente il presente.
Come osserva Roberta Ascarelli su il manifesto, in Schlink il conto alla rovescia trasforma il semplice trascorrere dei giorni in una vera struttura narrativa: quando il tempo diventa limitato, ogni scelta acquista un peso nuovo. Eppure Schlink evita l’idea consolatoria secondo cui la consapevolezza della morte renda automaticamente ogni istante meraviglioso. Martin rimane Martin: razionale, lento nell’elaborare le emozioni, a volte egoista, altre volte generoso, spesso convinto di sapere cosa sia meglio per gli altri.
La diagnosi non lo trasforma magicamente in un uomo migliore, lo costringe però a guardarsi con maggiore attenzione.
Possiamo decidere ciò che resterà di noi?
Martin è un giurista. Ha trascorso la vita dentro sistemi costruiti per stabilire responsabilità, regole e criteri di giustizia. Non sorprende quindi che, davanti alla propria fine, provi in qualche modo a “mettere ordine”. Vuole sistemare il futuro economico della famiglia, lasciare insegnamenti al figlio, capire cosa succederà a Ulla. Persino quando emergono aspetti della vita della moglie che potrebbero ferirlo, la sua reazione è condizionata dalla consapevolezza che non avrà abbastanza futuro da sprecare in alcune battaglie.
In un’intervista alla radio tedesca BR24, Schlink ha spiegato che uno dei temi che lo interessavano era proprio ciò che un padre possa realmente lasciare a un figlio. E ha aggiunto una riflessione che sembra contenere la chiave del romanzo: secondo lui, non siamo noi a poter fare davvero il bilancio della nostra esistenza, saranno gli altri a farlo. Come mettere sullo stesso piano successi e fallimenti, colpe e gesti generosi? Non esiste una misura comune capace di calcolarli.
Le lettere appartengono a Martin mentre le scrive, ma il loro significato apparterrà a David.
Da Il lettore a Il tempo che resta: la memoria diventa privata
Schlink è conosciuto soprattutto per Il lettore, il romanzo che lo ha reso famoso internazionalmente e che ha costruito gran parte della sua forza intorno alle domande di colpa, responsabilità e memoria nella Germania del dopoguerra.
In Il tempo che resta quelle stesse ossessioni sono ancora presenti ma sembrano restringere il campo; non c’è più una generazione chiamata a fare i conti con la Storia, ma un uomo chiamato a fare i conti con la propria storia. Non ci sono grandi responsabilità collettive da giudicare: ci sono un padre, una moglie, un figlio e una vita abbastanza ordinaria. Il confronto con storia e memoria, centrale nell’opera di Schlink, diventa qui una ricerca privata, il bilancio di un uomo senza grandi colpe storiche da espiare.
Schlink e Tolstoj: due uomini davanti alla propria morte
C’è un libro che entra quasi inevitabilmente in dialogo con Il tempo che resta: La morte di Ivan Il'ič di Lev Tolstoj. E il riferimento non è soltanto critico: Schlink porta esplicitamente Tolstoj dentro il romanzo.
Ivan Il'ič e Martin sono entrambi uomini legati al mondo del diritto, abituati a vite ordinate che vengono improvvisamente sconvolte dalla malattia. Entrambi scoprono che la morte, finché riguarda gli altri, può essere trattata come un fatto; quando diventa la propria, sfugge alle categorie con cui siamo abituati a interpretare il mondo.
Ma le due opere prendono strade diverse; in Tolstoj l’avvicinarsi della morte produce una crisi radicale: Ivan è costretto a chiedersi se l’intera vita che considerava rispettabile non sia stata in realtà costruita sulle convenzioni e sull’autoinganno. Il suo percorso conduce a una dolorosa revisione del valore attribuito al successo sociale e alla posizione raggiunta. Schlink è meno assoluto. Martin non scopre improvvisamente di aver vissuto “male”, non gli viene offerta una rivelazione che rimetta ogni cosa al suo posto. Deve piuttosto accettare che una vita possa essere contemporaneamente piena di errori e di amore, di occasioni perdute e di momenti felici, e che forse non sia necessario pronunciare una sentenza definitiva su di essa.
È anche lo stile a rendere particolare Il tempo che resta. Schlink mantiene una prosa controllata, sobria, a tratti quasi spoglia. Una scrittura radicalmente lontana dal pathos e una scena narrativa volutamente ristretta: la casa, il giardino, alcune passeggiate, il mare, la famiglia.Forse, davanti a un argomento così facilmente esposto alla retorica, Schlink sceglie di abbassare la voce. In questo senso Il tempo che resta può essere messo in comunicazione anche conAl giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera, pur trattandosi in questo caso di un'opera autobiografica. Mentre una malattia progressivamente le impedisce di occuparsi del suo giardino, Pera osserva il proprio corpo e il mondo naturale trasformarsi, facendo della quotidianità e delle stagioni un modo per interrogare la fine.
Sono libri molto diversi, ma condividono l’idea che quando il futuro si restringe, la vita non debba necessariamente allargarsi attraverso gesti eccezionali, ma che possa diventare più intensa proprio attraverso ciò che era già lì.
Se dopo aver ascoltato Il tempo che resta vuoi continuare a esplorare il modo in cui letteratura e memoir raccontano malattia, fragilità e fine della vita, puoi scoprire anche il nostro approfondimento Storie che curano: audiolibri che raccontano la malattia con forza e umanità, dove trovi tra gli altri Tre ciotole di Michela Murgia e Al giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera.








