Audible logo, vai alla home page
Collegamento Audible al sito principale

Scrittori, avventurieri e capitani nella storia della letteratura mondiale

Scrittori, avventurieri e capitani nella storia della letteratura mondiale

Capitani, avventurieri e canaglie (nella vita e nella fiction)

In questo articolo ti presentiamo un'analisi comparata tra le vite degli autori e i protagonisti dei loro romanzi: avventurieri e capitani che hanno segnato la storia della letteratura mondiale.

Non abbiamo seguito un ordine cronologico – non ci piacciono le gerarchie, e tanto meno le imposizioni – ma ci siamo lasciati guidare dal senso di avventura letteraria, dalla simpatia e dalla fascinazione per le peripezie degli autori, così come si riflettono nei loro personaggi, per poi chiederci: quanto c’è di Melville nel Capitano Ahab e quanto di Emilio Salgari in Sandokan? Quanto l’incredibile vita di Miguel de Cervantes ha influenzato la creazione di Don Chisciotte, e siamo certi che non ci sia un po’ di Jules Verne nel Capitano Nemo?

Scopriremo che questi autori non solo hanno vissuto esistenze ben lontane dai salotti letterari – e ancor più lontane dalle luci patinate dei talk show o dalle contemporanee pose da influencer letterari – ma che, complice la musa ispiratrice e lo spirito del tempo, hanno saputo trasformare esperienze di “vita vissuta” in personaggi e avventure capaci di catturare l’immaginazione dei lettori di ogni generazione.

Del Capitano Ahab, quello di Moby Dick, ci sarebbe molto da dire, tanto che non basterebbe un saggio intero per delinearne i confini (ne aveva forse?) e per tracciarne la rotta emotiva (quella sì, molto ben definita). Del Capitano Nemo, il protagonista di Ventimila leghe sotto i mari, ci siamo innamorate tutte da ragazzine, non foss’altro che per la sua innata capacità di unire il desiderio di avventura alla ricerca scientifica.

Non solo uomini, ci mancherebbe: anche Jolanda, l’incredibile capitana nata dalla penna di Emilio Salgari, figlia del Corsaro Nero, ha segnato profondamente la nostra immaginazione. Tutti protagonisti, questi, di avventure che si svolgono sopra o sotto il mare: sarà che l’elemento acquatico, tanto indomito quanto irresistibile per la fantasia, ha da sempre costituito un vero e proprio collante sociale per le storie. Del resto, non è diverso da Ulisse, che di approdo in approdo narrava le proprie imprese tra colpi di fortuna e disavventure, trasformando le sue vicende in legami condivisi tra gli ascoltatori. Così, fino agli undici-dodici anni, eravamo tutti convinti della sua reale esistenza, un po’ come accadeva con il capitano Achab, con Don Chisciotte e Sancho Panza, con Sandokan o il capitano Nemo: tanto vive erano le loro figure nella nostra immaginazione da sembrare poterli chiamare per nome, pronti a comparire dietro l’angolo o sul ciglio della nostra casa, in un battito di ciglia. E, per qualche strana magia, li vedevamo davvero: eccoli.

Herman Melville – Moby Dick

(New York, 1º agosto 1819 – New York, 28 settembre 1891)

Moby Dick di Herman Melville racconta le avventure di Ismaele, giovane marinaio che si imbarca sulla baleniera Pequod comandata dal capitano Achab. Achab è ossessionato dalla caccia alla gigantesca Balena Bianca, responsabile della perdita della sua gamba. Durante il viaggio intorno al mondo, l’equipaggio affronta tempeste, balene e pericoli del mare aperto. La caccia all’animale diventa ossessiva e tragica: Achab guida i suoi uomini verso un confronto inevitabile con la Balena Bianca, che segna il destino della nave e dei marinai. Il romanzo ha un finale tragico, se non l'hai ancora letto ti invitiamo a farlo.

cover-image

Cesare Pavese, che di fantasia se ne intendeva assai, fu tra i primi traduttori di Moby Dick in Italia: affascinato e totalmente coinvolto dal romanzo, ne curò anche una brillante prefazione, nella quale scrive:

« … benché si tratti di un’opera ispirata da esperienze di vita quasi barbarica ai confini della terra, Melville non è mai un pagliaccio che si metta a fingere anche lui il barbaro e il primitivo, ma, dignitoso e coraggioso, non si spaventa di rielaborare quella vita vergine attraverso lo scibile della terra. Poiché credo che ci voglia meno coraggio ad affrontare un capodoglio o un tifone che a passare per un pedante o un letterato.»

Se solo Melville, "newyorkese doc”, avesse saputo che Moby Dick avrebbe segnato l’immaginazione di generazioni intere, si sarebbe senz’altro rincuorato. Eppure, da vivo, non ricevette il riconoscimento che gli spettava. Due dei suoi figli morirono prima di lui: l’uno sparandosi un colpo di pistola a diciotto anni, l’altro, “hobo” nato e errabondo nell’America di metà Ottocento, morì vagabondo.

Prima di acquistare una fattoria a Pittsfield, nel Massachusetts, e sposare la figlia di un giudice benestante che lo avrebbe poi mantenuto, Melville si era imbarcato su due baleniere, raggiungendo le Hawaii. Erano ancora i tempi in cui un letterato – ignaro di esserlo, e tanto meno riconosciuto come tale – possedeva quell’aura da avventuriero tenebroso, qualità che gli avrebbe garantito la gloria eterna con Moby Dick, anche se lui non lo poteva sapere.

Caratteristiche principali del Capitano Achab

  • Ossessione: ossessionato dalla balena bianca Moby Dick, simbolo del male o del destino avverso.

  • Determinazione estrema: pronto a tutto pur di vendicarsi, anche a rischio della vita dell’equipaggio.

  • Carattere tragico: figura monolitica, tormentata e quasi shakespeariana.

  • Fisico e simbolismo: con una gamba di legno, simbolo del suo sacrificio e della sua lotta contro la natura.

  • Leadership autoritaria: comando rigido e inflessibile, spesso temuto dall’equipaggio.

Quanto c'è di Melville in Achab?

Cosa si cela dietro l’ossessione di Achab per la balena bianca Moby Dick? Proprio come scrive Cesare Pavese nella prefazione, Moby Dick rappresenta un “antagonismo puro” e perciò Ahab e il suo nemico formano una paradossale coppia d’inseparabili. Dietro la caccia ossessiva si intravede la lotta dell’uomo contro il destino e la natura, il desiderio di affermare il proprio controllo su ciò che sfugge, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui senza considerare anche la vita di Melville: un letterato non sempre riconosciuto, che visse in parte grazie alla ricchezza del suocero, figura ingombrante che sicuramente generò in lui conflitti e tensioni interiori.

Quanto c’è, dunque, di Melville in Achab? Probabilmente più di quanto si possa dire. Tu che idea hai?

Leggi anche: Titoli di avventura consigliati.

Emilio Salgari – Le tigri di Mompracem

(Verona, 21 agosto 1862 – Torino, 25 aprile 1911)

Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari racconta le avventure di Sandokan, la Tigre della Malesia, pirata per nascita e romantico per vocazione, ultimo discendente di un regno ormai disperso tra le mappe europee. Tra fughe rocambolesche, duelli spettacolari e naufragi più o meno drammatici, il nostro eroe si destreggia tra la giungla e il mare, sempre accompagnato dai leali “tigrotti” e dal pragmatico Yanez de Gomera. Non manca l’amore impossibile per Marianna, la Perla di Labuan, che trasforma il violento atto della pirateria in un balletto di cortesia e galanteria. Salgari, con sapienza quasi accademica e un pizzico di complicità con il lettore, ci ricorda che l’avventura è sì pericolosa, ma infinitamente più divertente se la si affronta con coraggio, ironia… e una discreta dose di fortuna.

cover-image

Il mondo è pieno di prismatici avventurieri e, a ogni scrittore, corrisponde la sua creazione. Emilio Salgari, che certo non difettava nell’invenzione di avventure e scorribande, era, al contrario di Melville, un tipo piuttosto sedentario: sappiamo che non viaggiò mai, forse, al di là del Piemonte, ma ebbe accesso ai grandi resoconti di viaggio ottocenteschi, con Humboldt in cima alla lista. Anche Salgari, oggi tornato molto “di moda” grazie alla serie TV Sandokan, veronese di nascita e torinese d’adozione, visse drammi familiari simili a quelli di Melville: prima il suicidio del padre, a Verona, e poi l’esaurimento nervoso della moglie, che entrava e usciva dal manicomio.

A differenza di Melville, però, Salgari, la mattina del 25 aprile 1911, lasciò tre lettere sul tavolo della cucina indirizzate ai figli e agli editori, uscì di casa, prese il tram e si tolse la vita con un rasoio in un parco naturale dove era solito fare pic-nic con i figli. Anche Cesare Pavese, come sappiamo, si tolse la vita in una camera d’albergo, a Torino.

Ma tutti questi drammi non dovrebbero impressionare il lettore: la vita, si sa, per essere narrata, va prima vissuta sulla propria pelle. Ed è da questo incontro tra esistenze tessute nell’ordito dell’inquietudine e dell’estrema gioia che nasce la letteratura destinata a restare eterna.

Caratteristiche principali di Sandokan

  • Coraggio e astuzia: pirata e guerrigliero malese, abile stratega e combattente.

  • Spirito libero e ribelle: lotta contro gli invasori coloniali, simbolo di giustizia e libertà.

  • Lealtà e amicizia: profondamente legato ai suoi compagni e al popolo oppresso.

  • Romanticismo: passionale, innamorato di Lady Marianna, la “Perla di Labuan”.

  • Carisma: guida carismatica e rispettata, capace di ispirare i suoi uomini.

Quanto c'è di Salgari in Sandokan?

Sappiamo che Salgari, oltre a dover consegnare ben tre libri l’anno, era un fumatore accanito e un altrettanto convinto bevitore di marsala. Caratteristiche che ci riportano subito alle virtù non proprio ortodosse che associamo a tutti i pirati del mondo, tanto più se parliamo di Sandokan, il malese che, tra fughe rocambolesche e duelli spettacolari, incarna coraggio, astuzia e un’irrefrenabile sete di libertà. E allora in Sandokan c’è molto di Salgari, nella misura in cui, come sosteneva Henry Miller, scrivere è una forma di libertà personale che ci libera dall’identità collettiva. Salgari, poi, decise di liberarsi anche della propria vita, suicidandosi. Diverso fu, invece, il destino di Sandokan: grazie a lui, Salgari vive ancora, eterno tra le pagine delle sue avventure.

Leggi anche: Sandokan torna in TV: la leggenda di Salgari rivive in una serie kolossal Rai

Miguel de Cervantes - Don Chisciotte della Mancia

(Alcalá de Henares, Spagna, 1547 – Madrid, 22 aprile 1616)

Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes narra le peripezie di Alonso Quijano, un hidalgo di mezza età la cui passione smodata per i romanzi cavallereschi lo convince a trasformarsi in cavaliere errante sotto il nome altisonante di Don Chisciotte. In compagnia del pragmatico Sancho Panza, affronta mulini a vento, presunti giganti e tutta una serie di equivoci degni di un teatro comico, elevando l’assurdo a filosofia di vita. La sua dama immaginaria, Dulcinea del Toboso, diventa la musa di imprese tanto eroiche quanto grottesche. Con ironia sottile e artifici narrativi sofisticati, Cervantes esplora il conflitto tra idealismo e realtà, tra follia e buon senso. L’opera fonde abilmente elementi picareschi e cavallereschi, prefigurando il romanzo moderno. Don Chisciotte e Sancho Panza, con le loro virtù e idiozie, restano eterni monumenti all’umana grandiosità e alla tenace comicità dell’esistenza.

cover-image

E che dire della “vita vissuta” di Cervantes? Non era forse egli – quarto di sette figli di una famiglia modesta della provincia madrilena – già dall'infanzia indirizzato verso il cammino tormentato del grande scrittore? Costretti dalla fame al viaggio, i Cervantes si spostavano di villaggio in villaggio. Non c'era forse in questo continuo spostarsi una fame di avventura, seguita dalla magnifica e tremenda aspirazione di una vita che voleva essere vissuta fino in fondo?

Nel 1570, alla “tenera” età di 23 anni, Cervantes fuggì in Italia per evitare la condanna al taglio della mano destra e a dieci anni di esilio, inflittagli per un furto. La mano destra di Cervantes, la stessa dalla quale sarebbe scaturito uno dei poemi cavallereschi destinati a rimanere nella storia, fu salva. Eppure, la sua vita rimase un'avventura: in Italia divenne cortigiano alla corte degli Acquaviva; nel 1571 partecipò alla Battaglia di Lepanto, rimanendo ferito e perdendo l’uso della mano sinistra; nel 1575 fu catturato dai pirati ad Algeri e rimase prigioniero per cinque anni. Tornato in Spagna, affrontò difficoltà economiche, un matrimonio infelice e varie vicende giudiziarie:fu scomunicato due volte in Andalusia (1587) per la gestione di beni ecclesiastici, arrestato per bancarotta fraudolenta (1597) e per illeciti amministrativi a Siviglia (1602), e sospettato dell’omicidio del cavaliere Gaspar de Ezpeleta (1605), da cui fu poi prosciolto. Se questo vi pare poco.

Caratteristiche principali di Don Chisciotte

  • Idealismo estremo: crede fermamente nei valori cavallereschi e nella giustizia.

  • Illusione e follia: spesso confonde la realtà con il mondo dei romanzi cavallerescheschi.

  • Coraggio e perseveranza: affronta pericoli immaginari con coraggio sincero.

  • Ironia e comicità: il suo comportamento genera situazioni tragicomiche.

  • Altruismo: mosso da nobili ideali, vuole proteggere i deboli e combattere il male.

Quanto c'è di Cervantes in Don Chisciotte?

Una delle caratteristiche per cui ricorderemo Don Chisciotte è che i due protagonisti assoluti sembrano costruire un mondo a sé stante. Gli altri personaggi che popolano la trama servono soprattutto a guidare i nostri eroi nel loro cammino. Cervantes, protagonista indiscusso della propria vita, non fu certo estraneo all’avventura: la sua fortuna fu quella di trovare uno stile narrativo, quello cavalleresco, al quale voleva fare il verso ma di cui si avvalse per dipingere le gesta dei suoi due beniamini, entrambi specchio, in un modo o nell'altro, della sua personalità.

Almeno così ci sembra quando, leggendo delle fedeltà e delle infedeltà di Sancho Panza, intravediamo tra le righe anche le marachelle di Cervantes, e quando, osservando l’ingenuità di Don Chisciotte in certe situazioni, ravvisiamo la fragilità del giovane Cervantes, quel ragazzino al quale, per buona sorte, venne risparmiato il taglio della mano destra. Don Chisciotte fu concepito durante la prigionia di Cervantes, che dichiarò di aver dato libero sfogo alla propria malinconia e al proprio sdegno.

Il suo scopo, dunque, non era solo quello di fare il verso alle novelle cavalleresche: le sovrapposizioni tra autore e personaggio sono ben più numerose. Don Chisciotte, quando si lanciò nelle sue avventure, aveva la stessa età di Cervantes e perfino lo stesso aspetto fisico. Come l’autore, inoltre, il cavaliere incarna un uomo che si rovina e rovina gli altri per via delle proprie convinzioni romantiche e delle sue illusioni.

E tu? Quanto di Cervantes rivedi in Don Chisciotte?

Jules Vernes – Ventimila leghe sotto i mari

(Nantes, Francia, 8 febbraio 1828 – Amiens, Francia, 24 marzo 1905)

La vicenda si svolge interamente in mare, narrata in prima persona dal naturalista francese Pierre Arronax, chiamato a partecipare a una spedizione per scoprire quale misterioso animale abbia affondato una nave. Con lui ci sono il fedele cameriere Conseil e il fiociniere canadese Ned Land.

Ben presto i tre scopriranno che il “mostro” di cui tanto si parla non è altro che il sottomarino all’avanguardia Nautilus, comandato dall’enigmatico Capitano Nemo e popolato da uno strano equipaggio. Presi in ostaggio, i protagonisti vivranno avventure incredibili e pericolose attraverso i mari del mondo. La trama avvincente, la tensione costante e le ambientazioni straordinarie rendono quest’opera unica, impossibile da confinare nella sola letteratura per ragazzi.

cover-image

Di Jules Verne (1828-1905) sappiamo che, già all’età di 11 anni, fuggì di casa a Nantes imbarcandosi su una nave diretta nelle Indie. Il padre lo ritrovò poco dopo nei Paesi della Loira; il giovane spiegò che il suo intento era procurarsi una collana di coralli da regalare a sua cugina, per la quale, evidentemente, nutriva un affetto non da poco.

Che la sua originalità e il suo estro da letterato in erba fossero in contrasto con la volontà del padre, - rispettato avvocato di Nantes- , si capì anche dopo, quando la famiglia lo obbligò a intraprendere gli studi di giurisprudenza a Parigi. Controvoglia, Jules Verne, che aveva studiato retorica e filosofia a Nantes, partì per la capitale francese. Questa fu anche l'occasione per iniziare a frequentare i famosi circoli letterari parigini, nei quali si potevano incontrare scrittori del calibro di Alexandre Dumas, altro avventuriero indomito che Verne ebbe modo di conoscere.

Di più: dopo aver conosciuto anche Alexandre Dumas figlio, Verne riuscì a convincere il padre di quest’ultimo a rappresentare una delle sue opere teatrali, scritte negli anni successivi all’abbandono definitivo della carriera giuridica, iniziando così a farsi strada nel mondo della letteratura e del teatro. Nel 1857 Verne sposò Honorine Anne Hébée Morel, una vedova benestante che gli garantì una certa autonomia economica. Era arrivato per lui il momento di dedicarsi interamente alla scrittura: all'età di 35 anni, il suo successo esplose grazie all’editore Pierre-Jules Hetzel che gli offrì un contratto a lungo termine e la possibilità di pubblicare con regolarità, liberandolo dal lavoro di agente di cambio e permettendogli di concentrarsi completamente sulla creazione dei suoi romanzi e racconti.

Caratteristiche principali del Capitano Nemo

  • Intelligenza e ingegno: scienziato e inventore geniale, padrone del sottomarino Nautilus.

  • Ribellione e isolamento: rifiuta la società terrestre a causa delle ingiustizie subite.

  • Mistero e ambiguità: figura enigmatica, spesso insondabile, con un passato oscuro.

  • Autorità e carisma: comando assoluto sul Nautilus, rispetto e lealtà dell’equipaggio.

Quanto c'è di Verne nel Capitano Nemo?

Partiamo dal nome: Nemo, “nessuno”. È questo il Capitano “Nessuno” che Verne, con la sua ineguagliabile abilità narrativa, mette in scena, proprio come fece nelle sue operette teatrali. La sete di vendetta di Nemo per una nazione che ha distrutto la sua patria e la sua famiglia lo avvicina all’antagonismo di Verne verso le volontà paterna e, più in generale, verso il periodo storico in cui visse: siamo a Parigi nel 1870, in piena Guerra franco-prussiana. Solo un anno dopo la pubblicazione di Ventimila leghe sotto i mari, nel 1871, Parigi si rifiuta di arrendersi ai prussiani e proclama la Comune.

Anticipando riflessioni ancora attuali, Verne, avanguardista ante litteram, ci invita a considerare la scienza come forza di progresso, a rispettare e ammirare la Natura invece di sfruttarla solo come risorsa e a riconoscere l’importanza della libertà individuale.

A bordo del Nautilus, guidati dal Capitano Nemo, un uomo di grande nobiltà d’animo ma segnato dall’odio verso l’umanità, un piccolo equipaggio affronta imprese straordinarie: dall’incontro con creature marine gigantesche all’esplorazione di luoghi remoti e misteriosi, dalla scoperta di tesori nascosti a naufragi antichi fino alla conquista simbolica dei poli. Il Capitano Nemo può essere interpretato come un riflesso delle tensioni interne e delle aspirazioni dell’autore: da un lato, la curiosità scientifica e la volontà di esplorare gli spazi naturali e tecnologici rispecchiano l’approccio metodico e enciclopedico di Verne; dall’altro, il carattere ribelle e l’autoisolamento di Nemo suggeriscono una proiezione dei conflitti personali e sociali vissuti dallo scrittore, tra le pressioni familiari e i limiti imposti dall’ambiente borghese e accademico francese.

Chi ha amato Nemo non potrà fare a meno di perdersi anche negli altri straordinari romanzi di Jules Verne: perché non scoprirli tutti in versione audiolibro su Audible?

Audible: lascia volare l'immaginazione

Esplora il catalogo e scegli l'audiolibro di avventura che ti farà volare con la fantasia.