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Di: William Beccaro
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A proposito di questo titolo

Nato giornalista radiofonico, sono passato quasi subito a carta stampata e alle pubblicazioni digitali. Giovane direttore ho fatto scoppiare il "Caso Cucchi", ma non era che l'inizio... ogni giorno, un pezzo.Copyright William Beccaro Politica e governo
  • Non bastardi, ma zecche
    Jun 29 2023
    È ben strano, ma il termine più appropriato sarebbe vergognoso, quel che sta accadendo.

    Il Senato della Repubblica ha dichiarato insindacabili le parole che Matteo Salvini pronunciò all’indirizzo di Carola Rackete.

    Rackete, ammesso che qualcuno non se lo ricordi, è la comandante della Sea Watch 3 che, il 12 giugno del 2019, aveva salvato 53 migranti nel Mediterraneo e, dopo aver urtato, per accedere alle banchine del porto, un’imbarcazione della Guardia di Finanza, li aveva fatti sbarcare a Lampedusa.

    Salvini aveva “elegantemente” apostrofato la comandante con queste testuali parole: «zecca tedesca», «complice di scafisti e trafficanti», «sbruffoncella».

    Per questo, giustamente, è stato querelato per diffamazione da Carola Rackete, ma, la Giunta per le immunità di Palazzo Madama, ha stabilito che il senatur Matteo Salvini non è giudicabile dai tribunali italiani.

    E già questa è una vergogna, come lo è ogni volta nella quale qualcuno risulti più uguale degli altri italiani di fronte alla legge.

    Vergogna che, però, diventa doppia in questo momento nel quale un altro processo per diffamazione è in corso, ed è quello della premier Giorgia Meloni contro lo scrittore Roberto Saviano.

    A lui, all’autore di Gomorra, viene contestato di aver, nel dicembre 2020, dato dei “bastardi” a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini per le parole da loro usate nelle campagne di propaganda anti migranti.

    Ora sappiamo, grazie al voto della maggioranza dei senatori italiani, che, per garantirsi l’impunibiltà, sarebbe stato meglio se Saviano avesse detto che Meloni e Salvini erano, anziché “bastardi”, “zecche italiane”, “complici di scafisti e trafficanti” e, per finire, “sbruffoncelli”.
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  • L’88 di Matteo Piantedosi
    Jun 28 2023
    Capita a chi va negli Stati Uniti di sorprendersi nel non trovare il numero tredici, di non trovarlo nei posti a sedere, di non trovarlo tra i tasti degli ascensori.

    Il tredici, da quelle parti, porta sfiga.

    In Giappone, Corea, Cina e Taiwan, è il quattro il numero sfortunato. Circola in rete una foto della tastiera di un ascensore di Shanghai dove, per scrupolo, hanno tolto sia il quattro che il tredici. Il rischio era non riuscire a vendere gli appartamenti a quei piani.

    La pratica stava prendendo talmente piede che in Canada, a Vancouver, questa cosa di toglier numeri è stata vietata.

    Troppe volte, pare, i vigili del fuoco avevano montato le loro lunghe scale verso il quinto piano, perché da lì era arrivata la chiamata, salvo che, chi aveva telefonato, si era dimenticato di dire che il quinto, guardando la facciata del palazzo, era il quarto, ma che, per scaramanzia, era chiamato “quinto”.

    Un bel casino, insomma.

    Per fortuna da noi, in Italia, il numero diciassette, notoriamente sfortunato, normalmente nessuno lo salta o lo cancella: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invece vietato il numero 88 dalle magliette delle squadre di calcio.

    Otto otto è il numero di chi inneggia al nazismo: la H è l’ottava lettera dell’alfabeto e HH è, per i nostalgici, l’abbreviazione di Heil Hitler.

    Una scelta sacrosanta, ma che arrivando da un ministro del governo nero di Giorgia Meloni sembra un po’ una paraculata.

    Piantedosi, infatti, si è guardato bene dal vietare la neo fascista fiamma missina dal simbolo del partito di maggioranza, Fratelli d’Italia, come, del resto, si è ben guardato dal dichiarare ineleggibile quell’onorevole, il fratellino Galeazzo Bignami, noto, più che altro, per quella sua bella foto in divisa neonazista.
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  • Il "non futuro" del Molise
    Jun 27 2023
    Non si partecipa alle elezioni per vincerle, ma per far vincere un’idea di futuro, anzi, la propria idea di futuro su quella di qualcun altro.

    In Molise, i partiti, tutti i partiti e tutte le coalizioni, con tutte quante le loro configgenti idee di futuro, non hanno convinto gli elettori, tant’è che oltre il 52% degli aventi diritto non è andato a inserire la sua scheda nell’urna.

    Per intenderci, se, invece che di elezioni regionali, si fosse trattato di un referendum, il referendum non sarebbe stato valido.

    Le elezioni regionali, invece, sono valide, lo sono per necessità: il Molise ha bisogno di un governo.

    E avrà un governo di destra e non perché la maggioranza dei molisani sia di destra, ma perché lo è la maggioranza della minoranza dei molisani andati a votare. Che non è la stessa cosa.

    Tutto questo, ma così non sarà, dovrebbe preoccupare, e tanto, i vincitori, molto più degli sconfitti, cioè molto più di PD e Movimento 5 Stelle che, risultati alla mano, si spera abbiano ben capito che della loro idea di futuro frega giusto alla minoranza della minoranza.

    Il dubbio è che, accantonata, come un inutile dettaglio, l’imbarazzante affluenza alle urne, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva e Azione, non si accorgano che in Molise non han prevalso loro, bensì una spaventosa, e desolante, idea di “non futuro”.
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    3 min
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