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Scenari geopolitici

Scenari geopolitici

Di: Il Mattino
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Dall’ordine al disordine geopolitico mondiale: un podcast de Il Mattino per avere una chiave di lettura degli scenari attuali.

A cura di Cinzia Battista
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Politica e governo
  • Cosa si nasconde realmente dietro l’attacco di Trump al Venezuela?
    Jan 9 2026
    Cosa si nasconde realmente dietro l’attacco di Trump al Venezuela?Eravamo rimasti al punto che Trump voleva risolvere i conflitti in Ucrainae a Gaza, e ritentare nel 2026 di vincere il Nobel per la pace, ma a dispettodi tutto ciò, gli Stati Uniti inaugurano il nuovo anno con un attacco alVenezuela. Quali sono i reali motivi geopolitici? In realtà, gli apparatiamericani non hanno preso questa decisione all’improvviso, ma il disegnodi far cadere Maduro, l’erede del chavismo la cui dittatura ha provocato unadiaspora di otto milioni di persone circa e una crisi economica catastrofica,covava da tempo nei loro piani. Il motivo dell’attacco americano potrebbeessere quello di salvare il popolo venezuelano dal terribile dittatore? Nonproprio, ci sono motivazioni che vanno al di là di queste nobili intenzioni.Le risposte le troviamo in tre obiettivi geopolitici di Trump. Il primo è unamotivazione di politica interna, elettorale, nell’anno delle elezioni dimidterm, catturando Maduro, il tycoon manda un messaggio chiaro alla suabase elettorale per aumentare il consenso: abbiamo sconfitto il narcotrafficoe fermato i flussi migratori dal Venezuela. Il secondo obiettivo lo troviamoscritto a chiare lettere nel documento strategico della Casa Bianca delloscorso novembre, il National Security Strategy in cui si legge che gli StatiUniti applicheranno un “Corollario Trump” alla storica Dottrina Monroe,ossia il rispristino della loro sfera di influenza sull’“emisfero occidentale”,vale a dire sull’intero continente americano compresa l’America Latina, lorospazio vitale che vogliono interdire ai Paesi nemici. E a questo proposito ilterzo obiettivo ha come oggetto la geopolitica mondiale degli Stati Unitidi ridurre l’influenza di Cina, Russia e Iran nel loro continente.Andando a chiarire i vari punti, l’operazione americana a Caracas, illegaleper il diritto internazionale perché infrange il principio di inviolabilità deiconfini di uno Stato sovrano, va letta, come abbiamo visto, su più livelli.Innanzitutto, il narcotraffico è stato il pretesto per attaccare il Paese perché,secondo l’Onu, il vero carico di droga negli Stati Uniti non arriva dalVenezuela ma da altri Stati come il Messico e la Colombia che oltretuttosono stati già minacciati da Trump e per i quali l’attacco al Venezuela è unmonito. La Casa Bianca innanzitutto voleva deporre il regime socialistavenezuelano contrario all’imperialismo americano, ma non ha optato per unvero e proprio cambio di regime perché la realpolitik dell’amministrazionestatunitense ha scelto di far governare il Venezuela, comunque, allacoalizione chavista senza Maduro che detiene le chiavi del Paese e delbusiness del petrolio. La Presidente ad interim che è la vice del dittatoreDelcy Rodriguez, quindi, è stata messa sotto l’ala americana in quantoconosce perfettamente la macchina dello Stato, del governo e del regime.Lei stessa ha invitato Trump a “lavorare insieme” invocando un rapportorispettoso tra i due Paesi, caratterizzato da “pace e dialogo, non da guerra”.In realtà, la situazione è in continuo divenire e Trump insiste nel sostenere:“Adesso siamo noi a controllare il Venezuela e la transizione politica” eminaccia un secondo attacco a chi è al potere e non si comporterà comerichiesto da Washington. Trump è contrario a imminenti elezioni e per oranon sostiene la leader dell’opposizione Corina Machado perché è a capo diun fronte politico molto frammentato.Dopo la deposizione di Maduro, il tycoon ha enunciato l’altra ragionedell’operazione americana, ossia il controllo strategico delle risorsepetrolifere di cui finora ha usufruito la Cina. Il Venezuela possiede, in effetti,le più grandi riserve mondiali di petrolio ed esporta l’80% del suo oro neroverso il Dragone. Pechino detiene, inoltre, il debito venezuelano che vieneripagato proprio con il greggio. E quindi Trump vuole smantellare questomeccanismo, estromettendo la Cina dal suo cortile di casa per usufruire delleimmense risorse energetiche del Paese.Ma The Donald nel demolire l’ordine geopolitico latino-americano conl’attacco al Venezuela e l’arresto del suo leader in assenza di un esplicitomandato del Congresso ha fatto saltare le regole del diritto internazionale.La giustificazione americana è di aver messo in galera il leader venezuelanoperché considerato non come un politico ma come un narcotrafficante. Maal di là del fatto oggettivo che la dittatura di Maduro fosse il sommo male,l’operazione Usa è un “pericoloso precedente” come ha dichiarato anche ilSegretario Generale dell’Onu Guterres. In effetti, potrebbe legittimareMosca di proseguire l’aggressione all’Ucraina o ad altri Paesi consideratisotto la sua sfera di influenza, o Pechino di sentirsi libera di sferrare l’attaccofinale su Taiwan da sempre considerata proprio territorio. In questo mondo,già a testa in giù, il cambio delle carte in tavola, e il richiamo alla ...
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    7 min
  • Guerra in Ucraina: miccia esplosiva del disordine geopolitico mondiale
    Nov 21 2025
    (di Cinzia Battista)Una guerra non scoppia mai all’improvviso. Un conflitto silenzioso, infatti, era deflagrato nell’Ucraina orientale tra Kiev e Mosca più di dieci anni fa. Ma il mondo occidentale “non ci ha fatto caso”? O il Vecchio Continente ha preferito girarsi dall’altra parte di fronte a quello che stava succedendo ai suoi confini orientali? Adesso siamo noi a voltarci indietro per guardare alla storia di quei luoghi e comprendere le cause della guerra attraverso, ovviamente, gli occhi della geopolitica. Nel 2013 il popolo ucraino scese in piazza dando vita a una manifestazione, l’Euromaidan, filoeuropea e antirussa provocata dalla decisione del leader filoputiniano Yanukovyc di non firmare il Trattato di Associazione con l’Unione europea. Nel 2014, la manifestazione si trasformò nella “rivoluzione di Maidan” repressa con la violenza ma che costrinse Yanukovyc alla fuga. Cosa stava succedendo? Gli ucraini si volevano liberare dal cappio russo per abbracciare il progetto europeo. E questi eventi furono uno spartiacque che portarono sempre di più alla formazione della coscienza politica della loro nazione. Nello stesso anno, l’elezione del filoccidentale Porošenko provocò una dura reazione del Cremlino che sancì la secessione della Crimea da Kiev e la sua annessione alla Russia. Con effetto domino, pure la regione ucraina del Donbass si autoproclamò indipendente sempre sostenuta da Mosca. La guerriglia scoppiata tra le parti non terminò neanche dopo la firma degli accordi di Minsk II nel 2015; proseguì ininterrottamente fino al 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca in violazione del principio del diritto internazionale che sancisce l’inviolabilità delle frontiere di uno Stato. Quali sono stati i motivi geopolitici che hanno portato Putin a scatenare la guerra? Da prima dell’era sovietica la Russia considerava l’Ucraina – come sottolineato dal capo del Cremlino – solo un’espressione geografica, un’entità inferiore, destinata a stare geopoliticamente sotto la sua sfera d’influenza. Proprio questo è il punto: oggi Mosca non vuole perdere tale sfera di influenza su Kiev e Washington non la vuole cedere da quando gli ucraini hanno voltato lo sguardo verso Occidente. In più, in un momento in cui Usa e Cina si stavano imponendo come potenze mondiali, la Russia, seppure a rimorchio del Dragone, non si voleva sentire da meno. Il popolo russo e il suo leader hanno sempre covato il desiderio di “riesumare” il vecchio impero degli zar e uscire da quel cono d’ombra dove erano finiti dopo la dissoluzione dell’U.R.S.S. Infatti, relegati nell’angolo di potenza regionale non sopportarono né di vedere la Nato espandersi fino ai propri confini, né tantomeno l’idea che la stessa Ucraina potesse entrare nell’Alleanza Atlantica. Trump che pensava fosse il conflitto più “facile” da far finire, invece, è stato ed è il più ostico che ha generato la sua ondivaga strategia di aperture e chiusure, di speranze e disillusioni perché le richieste di Putin si sono rivelate massimaliste. Lo zar pretende, in realtà, un “regime change” con la destituzione di Zelensky da sostituire con un suo uomo; la smilitarizzazione dell’Ucraina, la sua rinuncia all’adesione alla Nato e l’annessione sia dei territori conquistati sia di quelli ancora da espugnare. Per tale motivo è fallito il vertice in Alaska e Trump ha rinunciato all’incontro con lo zar a Budapest. Ma gli apparati americani sostengono il dialogo con la Russia per staccarla dalla Cina, per quale motivo? Perché si può combattere un nemico (la Cina), ma combatterne due (la Cina e la Russia) oltretutto alleati, diventa un’operazione complicata. Dopo i falliti vertici, quindi, la Casa Bianca e l’Europa hanno deciso di imporre ulteriori sanzioni al comparto petrolifero per ridurre le possibilità dello zar di finanziare la guerra. Nonostante il Cremlino riesca ad aggirare le sanzioni servendosi delle flotte ombra che comunque esportano petrolio, in realtà, la sua economia di guerra si trova in brutte acque e il Paese si sta impoverendo. Ai primi di novembre la stessa Governatrice della Banca Centrale russa ha affermato alla Duma che l’economia rischia di tornare agli anni Novanta. Putin sta facendo un grosso torto innanzitutto al suo stesso popolo, sacrificandolo ad un’atroce guerra camuffata da operazione militare speciale contro i suoi “vicini di casa” che hanno preteso solo la loro libertà. Il pendolo in questo conflitto gira continuamente, a volte a favore dell’Ucraina, a volte a favore della Russia. Ora è il momento di Mosca. Lo stallo della via diplomatica, nelle ultime settimane, si è tradotto infatti in un’escalation dell’offensiva russa su tutto il territorio sudorientale dell’Ucraina. E in vista dell’inverno Mosca prende di mira le infrastrutture energetiche per fiaccare la popolazione lasciandola senza luce, né ...
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    7 min
  • Gaza. Dalla guerra alla pace
    Nov 1 2025
    Le ostilità israelo-palestinesi ci riguardano da vicino perché Israele e la Striscia di Gaza si affacciano sul Mare Nostrum e le conseguenze di quello che succede nel Medio Oriente - anzi nel Vicino Oriente come l’ha definito Marco Minniti, il Presidente della Med-Or Italian Foundation – si irradiano direttamente sulle nostre coste. Ma la guerra israelo-palestinese non è scoppiata il 7 ottobre 2023, questa data rappresenta solo l’apice di una piramide di odio e violenze costruita nel tempo. Nel 1948 quando terminò il mandato britannico nacque lo Stato di Israele, l’unica democrazia della regione alleata degli Stati Uniti, un avamposto geostrategico dal quale “controllare” il Medio Oriente. Accanto allo Stato ebraico, però, non venne costituito lo Stato di Palestina. Ed è stato questo l’intoppo geopolitico. Le ostilità tra israeliani e palestinesi succedutesi nel tempo, affondano le radici proprio in quella omissione. In realtà, nei decenni successivi varie Risoluzioni dell’Onu tentarono di porre rimedio alla questione, come la 181 del 1947, o la 242 del 1967. Quest’ultima, per esempio,seguiva il filo del principio “due popoli due Stati” e prevedeva “sovranità, integrità e indipendenza per tutti”, ma tali Risoluzioni non vennero implementate. I due popoli non si riconoscevano e, del resto, come avrebbero fatto a convivere l’uno accanto all’altro se l’uno desiderava la distruzione dell’altro? Le fazioni estremiste sia israeliane che palestinesi, infatti, avrebbero avuto lo stesso obiettivo strategico: far diventare proprio, quel pezzo di terra che andava dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano, espellendo l’altro popolo. E Washington se da una parte aveva in quella regione l’alleato Israele, dall’altra doveva fare i conti con un nemico come l’Iran il cui obiettivo strategico era di distruggere lo Stato ebraico. Quindi, per la Casa Bianca uno degli obiettivi geopolitici, visto che il Medio Oriente è stata sempre una polveriera pronta ad esplodere, era di stabilizzare la regione partendo dalla crisi israelo-palestinese attraverso dei tentativi di pacificazione. Nel 1993, così, il Presidente Clinton fu il patron degli Accordi di Oslo tra il palestinese Arafat e l’israeliano Rabin nei quali si sanciva ancora una volta il principio “due popoli due Stati”, ma l’accordo non si raggiunse. Lo stesso Clinton ci avrebbe provato di nuovo nel 2000 con gli accordi di Camp David tra Arafat e Barak e anche quella volta le intese fallirono. Intanto, nel 2007 Hamas vinse le elezioni nella Striscia di Gaza strappando il potere all’Autorità Nazionale Palestinese, l’entità politica moderata. Hamas faceva parte dell’asse della Resistenza anti-occidentale guidata dall’Iran, insieme agli Hezbollah in Libano, ad Assad in Siria, alle milizie jihadiste in Iraq, agli Houthi in Yemen tutti vassalli dell’Iran, bracci armati attraverso i quali poter raggiungere l’obiettivo geostrategico di distruggere Israele. Approfittando della distrazione delle potenze mondiali concentrati sulla guerra scoppiata nel frattempo in Ucraina, e della disattenzione di Israele investita da una forte crisi interna, Hamas fece esplodere, così, il 7 ottobre “pilotato” dal suo dante causa, l’Iran. L’obiettivo geopolitico dell’attacco era di far saltare gli Accordi di Abramo che Tel Aviv si stava accingendo a firmare con l’Arabia Saudita voluti da Trump sin dal suo primo mandato. Gli Stati Uniti, in effetti, con la dottrina dell’“America First” avevano deciso il disimpegno dai teatri di guerra mondiali e delegato ad Israele il controllo geopolitico della regione. Quindi, con la firma degli accordi di Abramo a partire dal 2020, le Monarchie del Golfo si stavano mettendo sotto l’ala protettrice militare di Israele in funzione anti-iraniana. L’attacco del 7 ottobre, invece, ha resettato tutto. Ma dopo due anni di atroce guerra, Trump a Sharm el-Sheikh è riescito a far accettare alle parti il Piano di pace in venti punti da implementare in due fasi. Ma qual è stato nel puzzle mediorientale quell’elemento che incastrato nella esatta posizione ha prodotto il cambiamento geopolitico che ha portato alla firma dell’accordo? Il tycoon che fino a quel momento aveva dato a Netanyahu mano libera a Gaza cambiò strategia dopo il bombardamento di Tel Aviv sul Qatar per eliminare la leadership di Hamas. Questo è stato il punto geopolitico di svolta della guerra. L’azione avventata di Tel Aviv, nel frattempo, aveva provocato dall’altra parte una mossa inaspettata: mondo arabo e mondo islamico, temendo per la loro sicurezza, si sono compattati con una dichiarazione d’intenti contro Israele. A quel punto, Trump, grande alleato del mondo arabo, tentò di salvare il salvabile attraverso una strategia vincente: l’emissione di un ordine esecutivo senza precedenti che definiva una eventuale futura aggressione al Qatar come un attacco agli stessi Stati Uniti, fornendogli un...
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    7 min
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