Episodi

  • Gli Anni del Prog: Il Docufilm di Pierfrancesco Campanella
    Jun 23 2026

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    Il regista Pierfrancesco Campanella, da sempre legato alle atmosfere inquiete del giallo e del thriller italiano (noto per pellicole come Bugie rosse e Cattive inclinazioni), torna dietro la macchina da presa per firmare un’opera documentaristica intitolata Gli anni del Prog. Il lavoro punta a squarciare la nebbia di una stagione musicale complessa e strutturata, definita in partenza come “una materia fumosa e impenetrabile”.

    Al centro del documentario non c’è solo la memoria storica dei grandi festival dell’epoca – come quelli di Villa Pamphili – o il fascino analogico di strumenti iconici come Mellotron, Moog e delle copertine d’autore. Emerge, invece, un profondo paradosso culturale: come ha potuto una musica complessa, basata su tempi dispari e suite di venti minuti, trasformarsi in un fenomeno di massa capace di imporsi persino nelle borgate? Inoltre, l’opera indaga il legame sotterraneo che unisce la tensione del cinema noir alle sperimentazioni oscure di gruppi come i Nuova Idea o gli Area.

    In un presente dominato da una fruizione musicale usa e getta ridotta a pochi pixel sullo smartphone, il documentario compie una scelta radicale: azzera del tutto l’uso di videoclip o brani originali. La narrazione è affidata esclusivamente alla parola e al carisma di giganti della scena musicale dell’epoca come Nico Di Palo, James Senese, Claudio Simonetti, e alla rievocazione di un’epoca in cui la musica sapeva essere un “mitra contro il sistema”, prima della sua presunta sentenza di morte arrivata nel 1978 con l’avvento del punk e della disco music.

    Gli anni del Prog si propone quindi come un’indagine culturale profonda e necessaria.

    Buon ascolto!

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    26 min
  • Sony A7R VI, Canon EOS R6 V e Panasonic Lumix L10: il mese che ha risvegliato la fotografia
    Jun 16 2026

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    Dopo un inizio d’anno piuttosto prudente, il mercato fotografico si è improvvisamente risvegliato, concentrando nel giro di pochi giorni una serie di novità capaci non soltanto di aggiornare le specifiche tecniche, ma anche di raccontare le diverse direzioni verso cui si stanno muovendo i principali produttori.

    In questa nuova puntata di PhotoBar, Federico Emmi e Francesco Carlini partono dalla Sony A7R VI, una fotocamera che unisce l’elevata risoluzione della serie R a una velocità che sembrava riservata ai modelli sportivi, per interrogarsi sui confini sempre più sottili tra le diverse linee del catalogo Sony e sulle differenze, spesso invisibili nelle schede tecniche, che continuano a separare una macchina destinata agli appassionati da una vera ammiraglia professionale.

    Il confronto prosegue con la Canon EOS R6 V e con una domanda che riguarda l’intero settore: dopo avere contribuito, con la EOS 5D Mark II, alla nascita della moderna fotocamera ibrida, Canon sta tornando a distinguere il mondo della fotografia da quello del video oppure sta semplicemente sviluppando strumenti più specializzati, pensati per professioni e modalità produttive ormai profondamente cambiate?

    Al centro della puntata anche la nuova Panasonic Lumix L10, compatta ad alte prestazioni che recupera il piacere di fotografare attraverso formati, LUT personalizzabili e controlli diretti, proponendo una filosofia nella quale la tecnologia non serve soltanto a ottenere immagini tecnicamente migliori, ma anche a rendere l’esperienza più libera, creativa e divertente.

    Dalle fotocamere si passa quindi alla cultura fotografica, con la nuova scuola online e gratuita di Fujifilm, e infine allo smartphone, attraverso le funzioni di fotografia computazionale presentate da Apple durante la WWDC 2026: strumenti basati sull’intelligenza artificiale che permettono di modificare l’inquadratura e persino la prospettiva dell’immagine, riportando alla memoria esperimenti come quello della Lytro e della fotografia a campo luminoso.

    Una puntata dedicata alle macchine, dunque, ma soprattutto alle idee che stanno cambiando il nostro modo di scegliere, produrre e osservare le immagini.

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    33 min
  • Roberto Solomita, The Disappearance of Harry Kipper: la fotografia davanti al falso
    Jun 10 2026

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    In questa intervista incontriamo Roberto Solomita, fotografo il cui percorso nasce molto presto, in camera oscura, davanti a un ingranditore aperto dal padre e alla scoperta della fotografia analogica, del bianco e nero, della chimica.

    Accanto alla fotografia, nella sua vita c’è anche un’altra grande passione, la politica: due modi diversi di stare dentro il mondo, osservarlo e interrogarlo. Da questa relazione nasce una ricerca che non si limita alla forma dell’immagine, ma cerca un rapporto più profondo con il reale, con il discorso pubblico e con ciò che crediamo di vedere.

    Il cuore della conversazione è The Disappearance of Harry Kipper, progetto che prende le mosse da una beffa mediatica degli anni Novanta ideata nell’orbita di Luther Blissett: la storia di un artista di strada inglese, mai esistito, che avrebbe attraversato il Friuli in bicicletta componendo la parola “ART” attraverso una serie di città e località collegate dal GPS, prima di scomparire misteriosamente.

    Da questa vicenda falsa ma credibile, Roberto Solomita costruisce una pseudo-documentazione fotografica, mettendo in tensione documento e invenzione, verità e verosimiglianza, testimonianza e immaginazione. Con lui parliamo di fotografia, territorio, media, fake news e del nostro desiderio, spesso inconsapevole, di credere alle immagini.

    Buon ascolto!

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    31 min
  • Silvia Camporesi. Il perturbante, l’ambiguo, il visibile
    May 26 2026

    In questa puntata ospitiamo al microfono Silvia Camporesi, fotografa e artista forlivese che da oltre vent’anni indaga il mezzo fotografico non come semplice strumento di registrazione del reale, ma come spazio di costruzione del pensiero. L’occasione del dialogo è l’inaugurazione della sua nuova mostra personale, ospitata in uno spazio scientifico e prezioso come il Mattatoio nell’ambito delle attività del Centro della Fotografia di Roma.

    Il colloquio si sviluppa a partire da una riflessione sul tempo e sulla memoria, elementi cardine della produzione di Camporesi. L’artista ripercorre la distanza che separa la sua primissima e fanciullesca immagine – una Polaroid di un pony bianco scattata a otto anni – dalle sue prime esperienze consapevoli in bianco e nero e in camera oscura alla fine degli anni Novanta. È proprio in quel periodo, in concomitanza con gli studi in filosofia, che la tecnica appresa sul campo si trasforma definitivamente in un linguaggio per elaborare idee e mettere in scena storie, inaugurando la sua pratica legata alla staged photography.

    I temi della discussione

    L’avvento dell’Intelligenza Artificiale: Nell’ultima parte della conversazione, l’autrice analizza l’impatto delle immagini generate tramite algoritmi. Pur non intravedendo rischi di “sgonfiamento” per una tecnologia così pervasiva, Camporesi evidenzia le problematiche etiche, sociali e di regolamentazione legate alla falsificazione della realtà, distinguendo nettamente la produzione di immagini dal nulla rispetto alla pratica artistica tradizionale.

    L’ambiguità del visibile: Dalla prima Polaroid ai lavori più recenti, la ricerca di Silvia Camporesi si concentra sistematicamente sull’insolito, sul bizzarro e sul perturbante. Le sue immagini non offrono risposte immediate, ma pongono domande all’osservatore, muovendosi sul confine sottile tra il vero e il finzionale, tra il modello in miniatura e il paesaggio reale.

    La sottrazione e l’enigma: Viene approfondito il metodo metodologico dell’artista, basato sulla sottrazione di riferimenti temporali o dimensionali (come la rimozione di figure umane o alberi nelle sue serie sulle frane o nei luoghi insoliti di Mirabilia). Questa voluta assenza costringe chi guarda a una fruizione più lenta e a un interrogativo costante sul soggetto osservato.

    La complessa genesi dello scatto: Camporesi scardina l’idea della fotografia come gesto istantaneo ed estemporaneo. Lo scatto finale è solo l’ultimo atto di un lungo e articolato processo progettuale che include ricerca bibliografica, mappature territoriali complesse (come nel caso del progetto Atlas Italiae) e vere e proprie ricostruzioni scenografiche in studio, come l’allestimento di un acquario per ricreare il parco archeologico sommerso di Baia.

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    30 min
  • Fotobar: L’evoluzione della fotografia mobile tra innovazione tecnica e percezione sociale. Con Francesco Carlini
    May 17 2026

    In questa puntata del Fotobar, la discussione si riallaccia alle novità presentate al Mobile World Congress 2026 di Barcellona, espandendo l’analisi ai più recenti e discussi dispositivi nel panorama della fotografia mobile. Dopo aver approfondito le caratteristiche del Leica Leitz Phone e dello Xiaomi 14 Ultra nei precedenti appuntamenti, il focus si sposta su due flagship di riferimento: l’Oppo Find X9 Ultra e il Vivo X300 Ultra.

    Anteprime del mercato: Uno sguardo ai rumors e alle imminenti evoluzioni tecnologiche del settore, con particolare attenzione alla futura Nikon Z9 Mark II, che beneficerà delle tecnologie derivate dalla recente acquisizione di RED.Buon ascolto!

    Oppo Find X9 Ultra e la tecnologia periscopica: Analisi approfondita del comparto ottico del nuovo top di gamma Oppo, caratterizzato da un sistema periscopico a cinque prismi che introduce uno zoom ottico 10×(equivalente a un 230mm f/3.5). Viene esaminata la resa del sensore spettrale, la gestione del rumore elettronico – tra le più basse e costanti della categoria – e la particolarità del file RAW nativo, privo di interpolazioni software e maschere di contrasto aggiuntive.

    La fisica dell’immagine e il confronto con le fotocamere tradizionali: Una riflessione nata dalle dichiarazioni di Simon Liu (Director of Imaging Technology di Oppo), il quale ribadisce come uno smartphone non possa sostituire una fotocamera tradizionale a causa dei limiti fisici imposti dallo spazio e dalle ottiche, ponendo l’accento sul concetto di “miglior file immagine disponibile quando non si ha una fotocamera con sé”.

    Vivo X300 Ultra e l’orientamento al video professionale: Uno sguardo alle peculiarità del dispositivo Vivo, che propone una focale principale da 35mm equivalenti e una forte ottimizzazione per il comparto video, grazie al supporto per il caricamento di tabelle LUT, il formato Log a 10-bit e la registrazione in 4K a 120 fps.

    La percezione della Street Photography con lo smartphone: Un dibattito cruciale sulla percezione sociale dello strumento fotografico in contesti stradali. Contrariamente alla tesi che vede lo smartphone come uno strumento “discreto” capace di rendere i soggetti più naturali, l’esperienza sul campo evidenzia come la fotografia mobile venga spesso percepita come più invasiva e orientata alla condivisione non consensuale sui social network, mentre l’uso di una fotocamera tradizionale genera maggiore tolleranza e un senso di finalità artistica.

    “Prodotti che non hanno bisogno di esistere”: Una nuova rubrica critica in cui viene analizzata la Panasonic Lumix TZ300, una compatta superzoom considerata un’operazione commerciale anacronistica, e il sistema GoPro Mission 1 / One Pro ILS, criticato per la complessità strutturale a fronte di pesanti limitazioni operative (mancanza di autofocus e controllo elettronico del diaframma con ottiche Micro Quattro Terzi).

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    41 min
  • Firenze Fuori Campo: l’archeologia del presente di Lorenzo Valloriani
    May 12 2026

    In questa nuova puntata del podcast di Discorsi Fotografici, torniamo a ospitare Lorenzo Valloriani per discutere del suo ultimo progetto editoriale e di ricerca: “Firenze Fuori Campo”. A quattro anni di distanza dalla conversazione su Ventennio — lavoro dedicato alle tracce dell’architettura fascista nel paesaggio italiano — Valloriani sposta l’obiettivo sulla propria città, ma lo fa con uno sguardo deliberatamente obliquo.

    Firenze è una delle città più fotografate e rappresentate al mondo, vittima di un’iconografia millenaria e di un consumo visivo frenetico che ne hanno cristallizzato l’immagine in uno stereotipo museale. Valloriani sceglie invece di esplorare il “fuori campo”, termine mutuato dal linguaggio cinematografico per indicare ciò che esiste nello spazio ma rimane escluso dall’inquadratura principale.

    Il progetto si concentra sulle aree marginali, sulle periferie anonime e sugli spazi di transizione — come svincoli, parcheggi e architetture funzionali — che accomunano Firenze a molte altre realtà urbane italiane. In questa sorta di “archeologia del presente”, la città smette di essere un’eccezione storica per diventare un organismo reale, fatto di stratificazioni lente e contraddizioni quotidiane.

    Per la prima volta in un progetto di vasta scala, Valloriani adotta il bianco e nero per “asciugare” la visione e concentrarsi sulla struttura ossea del paesaggio urbano, eliminando il rumore cromatico del presente.

    Un altro elemento cardine è l’assenza della figura umana. Non si tratta di una negazione dell’individuo, ma di una scelta metodologica per far emergere la collettività attraverso le tracce e le conseguenze delle sue azioni nello spazio. Il fotografo agisce qui come un “detective”, raccogliendo indizi visivi che compongono un dossier sulla città invisibile.

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    30 min
  • Japan. Corpi, Memorie e Visioni – Con Filippo Maggia
    May 1 2026

    Negli spazi del Magazzino delle Idee di Trieste è in corso Japan. Corpi, Memorie e Visioni, una mostra che indaga la fotografia giapponese contemporanea attraverso un ampio percorso tra identità, trasformazioni sociali e nuove forme dello sguardo. L’esposizione, curata da Filippo Maggia e Guido Comis, riunisce oltre ottanta opere di sedici artisti e artiste, mettendo in dialogo tradizione e sperimentazione.

    Il progetto racconta un Giappone lontano dagli stereotipi, dove il corpo diventa spazio di racconto, la memoria personale e collettiva si intreccia con la storia, e la fotografia si conferma linguaggio capace di interpretare i cambiamenti del presente. È un viaggio visivo che attraversa generazioni diverse, poetiche differenti e sensibilità spesso radicali, restituendo la complessità di una delle scene fotografiche più influenti al mondo.

    Di tutto questo abbiamo parlato con Filippo Maggia, co-curatore della mostra, per entrare nel cuore del progetto espositivo e comprendere meglio come la fotografia giapponese continui ancora oggi a interrogare il nostro tempo.

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    26 min
  • Lanterne Magiche: la collezione Valerio De Paolis
    Apr 26 2026

    In questa nuova puntata del podcast, esploriamo il confine tra l’immagine statica e la narrazione cinematografica attraverso lo sguardo di Valerio De Paolis, figura cardine nella distribuzione del cinema d’autore in Italia. L’occasione è la mostra “Lanterne Magiche”, curata da Alessandra Mauro e Roberto Koch, attualmente ospitata presso il Museo Carlo Bilotti di Roma.

    L’esposizione segna il passaggio della collezione De Paolis dalla dimensione privata a quella pubblica, trasformando una passione personale in un percorso visivo condiviso. Durante la conversazione, De Paolis riflette sulla natura impulsiva e istintiva della sua ricerca, nata non dalla volontà di costruire sistematicamente un archivio, ma dal piacere immediato del “colpo di fulmine” visivo.

    Il cuore della discussione ruota attorno alla capacità della fotografia di operare una sintesi estrema: De Paolis osserva come un singolo scatto possa condensare una narrazione complessa e profonda, riuscendo a trasmettere in un istante ciò che il cinema, per sua natura, deve costruire gradualmente attraverso lo scorrere del tempo. Questa riflessione introduce uno dei pilastri della sua collezione, ovvero la centralità della figura femminile. Per De Paolis, la donna non è mai un semplice soggetto estetico o fisico, ma viene rappresentata come un’interlocutrice privilegiata, simbolo di un rapporto fondato sulla conversazione e sull’amicizia.

    Il valore dell’immagine viene poi esplorato attraverso il dualismo tra l’originale e la sua riproduzione. Prendendo come esempio il celebre ritratto di Tina Modotti scattato da Edward Weston, l’ospite sottolinea come il possesso dell’opera originale generi un coinvolgimento emotivo unico, che trascende la pur valida fruizione estetica di una copia.

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    27 min