Episodi

  • Il Palantir buono: l'AI italiana che prevede le guerre
    Sep 22 2026

    In un palazzo di Corso Re Umberto, a Torino, un monitor mostra il planisfero e si aggiorna ogni cinque minuti. Quando uno Stato diventa rosso vuol dire che lì, entro dodici settimane, può scoppiare un conflitto.

    I segnali che lo annunciano sono minuscoli: la coda davanti a un compro oro, i diritti delle donne che arretrano in una provincia, gli ambasciatori che tornano a casa.

    Questa AI si chiama Deeplomacy, legge oltre duemila basi dati su duecentotrenta Paesi. Quando le società che sulle guerre ci guadagnano si sono fatte avanti per comprare le previsioni, si sono sentite dire no. Da quel rifiuto viene il soprannome che Paola Pisano, già Ministra per l'Innovazione tecnologica e oggi alla guida di un laboratorio dell'Università di Torino, usa per la sua creatura: il Palantir buono.

    Nella puntata: i sessantuno conflitti aperti sulla mappa, il numero più alto dal 1945; cosa succede all'Italia il giorno in cui chi possiede l'intelligenza artificiale chiude i rubinetti; il divario che pesa davvero, quello tra chi l'AI la usa e chi la costruisce; perché la Cina va studiata senza copiarla; l'indice di sovranità digitale che ci mette a 6,5 mentre l'Europa sta a 16; le tre cose che nessuna macchina, per ora, sa fare al posto di una persona.

    Con l'intervist di Paola Pisano

    DigitMondo è il podcast di Digitalic. Nuove puntate ogni martedì.

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    16 min
  • Trump, Xi: perché nessuno vuole fermare l'AI
    Sep 29 2026

    Dal vertice di Washington tra Donald Trump e Xi Jinping, sull'intelligenza artificiale, è uscita una sola proposta concreta: un "telefono rosso dell'AI", con cui Stati Uniti e Cina si avviserebbero quando un incidente diventa una questione di sicurezza nazionale. Per ora non ha un nome né regole, e Pechino non ha detto di averlo accettato.

    La puntata parte da una scena del 23 settembre, alla base aerea di Andrews: durante la cerimonia di benvenuto due bombardieri B-1 passano bassissimi sopra la pista; Trump sussulta, Xi resta immobile. Quel momento riassume il rapporto delle due superpotenze con l'AI. L'appello di Dario Amodei a rallentare, a Washington, viene letto come un regalo alla Cina; a Pechino, come un'arma americana. Per questo nessuno tocca il freno.

    Nella puntata, i discorsi di Trump e Xi alla Casa Bianca e i brindisi della cena di Stato; l'agente di OpenAI che ha aggirato i blocchi di un portale della sanità australiana, con il governo avvisato quasi tre mesi dopo; il confronto con la corsa all'atomica, dalla lettera di Kruscev a Kennedy fino alla linea diretta del 1963. Il parallelo regge quasi in tutto, tranne che in un punto: allora il mondo aveva già visto Hiroshima, mentre i danni dell'intelligenza artificiale restano, per ora, ipotesi.

    Un podcast di Francesco Marino, Digitalic.

    Fonti dei video (Casa Bianca):

    • Arrivo di Xi alla Casa Bianca: https://www.whitehouse.gov/videos/president-xi-arrives-at-the-white-house/

    • Discorsi di Trump e Xi: https://www.whitehouse.gov/videos/president-trump-and-the-president-of-china-deliver-remarks/

    • Accoglienza per la cena di Stato: https://www.whitehouse.gov/videos/president-trump-and-the-first-lady-greet-the-president-of-china-and-madame-peng-for-a-state-dinner/

    Audio d'archivio: John F. Kennedy Presidential Library (discorso all'American University, 10 giugno 1963).

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    28 min
  • NVIDIA compra Hugging Face: quanto costa la neutralità dell’AI
    Sep 15 2026

    Quasi tredici miliardi di dollari: è quanto NVIDIA ha pagato per comprare Hugging Face, la più grande biblioteca di intelligenze artificiali del mondo.

    Un anno prima Clément Delangue aveva risposto a Jensen Huang con una parola di due lettere, no; poi ha venduto tutto.

    Cosa è cambiato in dodici mesi?

    In questa puntata parto dal documento depositato alla SEC, torno alla telefonata finita con quel rifiuto, e arrivo alla domanda che nessun contratto chiude: una comunità può restare libera, quando il suo punto di passaggio appartiene a chi costruisce le macchine su cui gira quasi tutta l'intelligenza artificiale del mondo? Dentro c'è il giorno in cui un modello aperto cinese, DeepSeek, ha fatto crollare il titolo NVIDIA a Wall Street; c'è la corsa dei modelli aperti, l'open source, che sullo scaffale di Hugging Face hanno superato quelli americani; c'è l'intrusione di luglio, quando un'AI chiusa ha forzato la casa dell'AI aperta. Geopolitica a trazione tecnologica, non dietrologia.

    Aperto non vuol dire di nessuno; vuol dire soltanto che la porta è ancora senza serratura, finché qualcuno non decide di montarne una. Segui DigitMondo, il podcast di Digitalic, per non perdere la prossima storia.



    Argomenti: NVIDIA, Hugging Face, Jensen Huang, Clément Delangue, DeepSeek, intelligenza artificiale, open source, modelli aperti, geopolitica del digitale, Digitalic.

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    18 min
  • Watermark AI: la firma invisibile dell'intelligenza artificiale
    Sep 1 2026

    Dal 2 agosto 2026 ogni testo che Claude produce ha una firma invisibile, statistica, nascosta nelle parole. Non è un metadato, non è un codice: è il testo stesso. Un watermark che dice una cosa, solo una: questo testo è passato da un'AI. Non dice chi lo ha pensato, non dice chi lo ha scritto. La provenienza non è paternità.

    Il watermark esisteva già nel 2022. Lo ha inventato un professore di calcolo quantistico, Scott Aaronson, prestato a OpenAI. Funzionava, era pronto, e non è stato attivato: non conveniva. Quattro anni dopo la attiva Anthropic, non OpenAI, perché in Europa l'AI Act chiede che i testi generati siano riconoscibili.

    Un giornalista scrive di suo pugno ottomila battute, chiede alla macchina di correggere i refusi, e il testo è bollato con una lettera scarlatta. Ma la firma dice solo che è passato da un'AI. Chi la legge penserà che lo ha scritto la macchina. Ma se il detector non trova la firma, questo non vuol dire che il testo lo ha scritto una persona.

    Una storia di parole, di macchine, di sospetto. Questo testo l'ha scritto una macchina o una persona?

    Fonte: la lezione di Aaronson, Austin 2022.

    https://www.youtube.com/watch?v=fc-cHk9yFpg


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    18 min
  • Meta patteggia al processo: 18 Mld e i numeri che contano davvero
    Aug 25 2026

    Autunno 2021, una ragazza di sedici anni pubblica su Instagram la fotografia di un'automobile. Le piacciono le macchine, ha aperto il profilo da poco, sta provando a farsi un pubblico.

    Sotto la foto, uno sconosciuto scrive tre parole: torna in cucina.

    Lei può bloccare quel profilo oppure cancellare il commento. Nessuna delle due cose cambia qualcosa, perché quel commento non viola nessuna regola della piattaforma.

    Suo padre legge quelle tre parole. Lavora per Instagram: lo hanno richiamato per occuparsi del benessere degli utenti, di problemi come quello di sua figlia.

    Il 18 agosto 2026, in un tribunale federale di Oakland, quell'uomo è il primo testimone chiamato contro Meta. Si chiama Arturo Béjar.

    Del processo, in Italia, è arrivato quasi solo un numero: 1.400 miliardi di dollari. Non moltiplica i ragazzi danneggiati; moltiplica le volte in cui l'azienda ha dichiarato che andava tutto bene.

    Lo aveva dichiarato pubblicando un indicatore. Negli stessi mesi, dentro Instagram, un questionario mandato a quasi 240.000 utenti ne misurava un altro: fra i due ci sono tre ordini di grandezza, e nessuno dei due è falso.

    Poi ce n'era un terzo e quello lo guardavano tutti.

    La stessa domanda è già passata da un tribunale del New Mexico, dove Meta ha perso 942 milioni di dollari, dalla Commissione europea, che chiede di spegnere lo scorrimento infinito, e da un'aula del Tribunale delle Imprese di Milano, dove il 19 novembre si discute la stessa richiesta.

    Il 26 agosto 2026 il processo di Oakland si ferma prima del previsto: Meta patteggia. Pagherà almeno 12,1 miliardi di dollari in dieci anni, fino a 17,1 se anche le altre piattaforme accetteranno le stesse regole, e accetta una serie di limiti sull'uso dei minori.

    Nessuna sentenza. Quelle tre parole non sono mai diventate un verdetto: l'azienda ha scelto un numero, e lo ha pagato per non arrivare in fondo.

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    21 min
  • Chi possiede l'AI africana - La storia di Kate Kallot
    Jul 28 2026

    Sopra il nord della Somalia passa un satellite americano che fotografa la Terra da cinquant'anni; la sua risoluzione è tarata sulle mega-fattorie dell'Iowa,; sui campi africani, larghi meno di un ettaro, non distingue quasi niente. Ahmed Mohamud cammina lì sotto da giorni, con la sua mandria cerca la pioggia ma non la trova, ha già perso cinquanta cammelli su settanta nel viaggio.

    Quel punto cieco non riguarda solo lui. I modelli AI imparano dai dati e dove i dati non ci sono i modelli non funzionano: niente previsioni meteo attendibili, niente stime di siccità, niente assicurazioni sui raccolti. Un agricoltore dell'Iowa sa cosa succederà al chilometro; Ahmed no.

    È il buco dell'AI su cui lavora Kate Kallot, che ha lasciato NVIDIA al culmine della corsa all'intelligenza artificiale e si è trasferita a Nairobi dove ha fondato Amini per dare una vista nuova ai satelliti. Poi ha capito la questione era anche un'altra: il problema non erano solo i dati mancanti, era la direzione che prendono i dati quando esistono.

    Quella direzione è la stessa da due secoli: la materia prima esce grezza dall'Africa, viene lavorata altrove, poi torna come prodotto finito a caro prezzo . Stavolta al posto dell'oro e dei diamanti ci sono le informazioni.

    Da qui nasce l'annuncio dell'11 maggio 2026, alla Taifa Hall di Nairobi, che Kate Kallot fa davanti a William Ruto ed Emmanuel Macron; sessant'anni prima suo nonno era stato assassinato nel Centrafrica appena uscito dal dominio coloniale francese.

    In questa puntata si sente la sua voce spiegare cosa chiedono in cambio le grandi aziende AI quando offrono l'intelligenza artificiale gratis alle scuole africane. La risposta contiene una domanda: con noi o per noi? Vale per Nairobi quanto per Milano e Bruxelles.

    DigitMondo è il podcast di Digitalic condotto da Francesco Marino. Ogni martedì.

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    17 min
  • Chris Bangle e i due millimetri che l'AI non sa spostare
    Aug 4 2026

    Nel 2001, 14.800 persone firmano una petizione per farlo licenziare; la colpa era la forma di un'auto, in particolare il bagagliaio, quello della nuova BMW Serie 7. Chris Bangle, primo capo del design americano di BMW e tra i car designer più influenti di sempre, si trova per primo davanti a un problema, lo risolve e viene criticato; poi tutti lo copiano.

    In questa puntata di DigitMondo, Chris Bangle racconta cosa può e cosa non può fare l'intelligenza artificiale nel design, la differenza tra un'automobile e una car, i due millimetri che separano un progetto riuscito da uno fallito, il progetto Second Existence per il governo tedesco, la frase dipinta sui gradini del suo studio che risponde a molte domande.

    Un episodio su design, automobili,, creatività e intelligenza artificiale: perché una macchina può fare bene quello che facciamo noi, ma non quello che ci rende insostituibili.

    DigitMondo è il podcast di Digitalic per chi guida la tecnologia in Italia; se ti piace, segui il podcast e lascia una recensione.

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    27 min