Un covo di vipere
Il commissario Montalbano, Vol. 21
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Letto da:
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Massimo Venturiello
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Di:
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Andrea Camilleri
È l'alba a Marinella e il sonno di Montalbano viene interrotto dal canto di un usignolo. O almeno così pare al commissario, salvo poi scoprire che si tratta del fischiettare di un vagabondo che ha trovato rifugio nella verandina durante un temporale di fine estate. Un barbone sui generis però, perché parla un italiano perfetto e si vede che ha conosciuto tempi migliori. Confessa di abitare in una grotta poco distante ma non c'è tempo di approfondire la questione perché Montalbano deve correre in commissariato dove Catarella gli annuncia l'assassinio del ragionier Cosimo Barletta. Nel villino lungo la strada che costeggia il mare nessun segno di effrazione, nessuna traccia di lotta: l'uomo è stato colpito alla nuca da un colpo di pistola mentre seduto in cucina stava bevendo un caffè. Montalbano indaga sui segreti impenetrabili di una famiglia e sui misteri di una comunità.
©2013 Sellerio (P)2026 Audible GmbHContinua la serie
Ripetitivo
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A prima vista è un giallo come tanti della serie di Montalbano: un imprenditore ucciso, una famiglia di sospetti, il commissario che indaga. Ma sotto questa superficie, c'è qualcosa di molto più antico. C'è la tragedia greca. E c'è la psicanalisi.
Partiamo dal padre, Cosimo Barletta. È una figura che ricorda Crono — il dio che, per paura di essere spodestato, divora i propri figli. Barletta non li uccide, certo. Ma li tiene prigionieri. Li priva di ogni autonomia, economica e psicologica. Il figlio, Arturo, resta indebitato, diseredato nei fatti, incapace di una vita propria. E la figlia, Giovanna... la figlia è qualcosa di più inquietante. Non resta figlia. Diventa, nei fatti, la moglie sostitutiva del padre.
Ecco il primo nodo del libro: una relazione incestuosa, tra padre e figlia, che dura da anni. E che ha generato, in segreto, un figlio.
Pensateci un attimo. È un Edipo rovesciato. Nella tragedia classica, è il figlio che desidera la madre, e che deve rinunciarvi per diventare adulto. Qui invece è il padre che non rinuncia alla figlia. È lui che non vuole cederla. Il vecchio che trattiene, non il giovane che desidera. E quando Giovanna scopre che il padre si è innamorato di un'altra donna — più giovane, una nuova compagna — non reagisce come una figlia preoccupata per l'eredità. Reagisce come un'amante tradita.
E poi c'è la madre.
La madre di Giovanna scopre tutto. Li trova insieme, una notte. E quello che vede la travolge, la fa impazzire — perché certe verità, semplicemente, una mente non può contenerle. È la stessa posizione di Giocasta, nell'Edipo. O di Fedra, in Euripide. Donne distrutte da una conoscenza insostenibile.
Ma il punto più atroce del libro — quello che per me è davvero il cuore del libro — non è la sua pazzia. È quello che succede dopo. Il padre e la figlia, di fronte a una donna che sta crollando per colpa loro... non fanno nulla. La lasciano sola. La lasciano morire. Si suicida, e loro lo lasciano accadere.
È un'indifferenza che è quasi più disturbante dell'incesto stesso. Perché rivela che padre e figlia, a quel punto, non sono più due persone distinte. Sono diventati una sola volontà. E la madre, per questa volontà, è solo un ostacolo. Non una persona da salvare.
Infine, il finale. Ed è qui che il libro, per me, smette del tutto di essere un giallo normale.
Montalbano risolve il caso. Capisce che è stata Giovanna ad avvelenare il padre — non per soldi, ma per gelosia. Ma non la arresta. Aspetta. E lei, lasciata libera, si avvelena. Esattamente come aveva avvelenato lui.
Montalbano, in quel momento, smette di essere un poliziotto. Diventa quasi un testimone del destino. Lo sa che nessun tribunale potrebbe davvero giudicare una colpa così. E allora lascia che si compia da sola, nell'unico modo in cui la tragedia greca ha sempre risolto queste storie: non con una sentenza, ma con un sacrificio. Con l'autopunizione di chi ha già, dentro di sé, riconosciuto la propria colpa.
Per questo il titolo, Un covo di vipere, non parla solo di cattiveria. Parla di una casa maledetta. Di una famiglia segnata da una colpa che si trasmette, che si ripete, come nelle grandi case tragiche dell'antichità — gli Atridi, la casa di Edipo. Camilleri costruisce, dentro un romanzo popolare, una piccola Tebe siciliana. E Montalbano, alla fine, non è il giudice. È il coro. Che guarda, e lascia che il destino faccia il suo corso.
Racconto di tragica intensità, straordinaria interpretazione di Venturiello
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Camilleri che supera se stesso
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