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Io e la lepre: chi sta salvando chi? Il potere trasformativo dei legami con gli animali

Io e la lepre: chi sta salvando chi? Il potere trasformativo dei legami con gli animali

È l’inverno del 2021. Chloe Dalton, consulente politica ed esperta di politica estera, ha lasciato temporaneamente la frenesia londinese per trascorrere il lockdown nella campagna inglese. Durante una passeggiata trova un leprotto appena nato, immobile lungo un sentiero. Non sa quasi nulla di lepri e non ha programmato di prendersi cura di un animale selvatico, eppure sente che non può abbandonare l’animale e decide di intervenire. Potrebbe sembrare l'inizio di una favola antica, come quelle di Esopo: un essere umano salva un animale in difficoltà e tra i due nasce un legame destinato a cambiare le loro vite. Ma in Io e la lepre non ci sono animali riconoscenti che restituiscono il favore, né una morale da imparare; c’è invece una relazione che mette in discussione il nostro modo di guardare le altre specie.

Una vita a cento all’ora incontra il tempo di una lepre

Prima di scrivere Io e la lepre, Chloe Dalton aveva trascorso oltre dieci anni lavorando tra il Parlamento britannico e il Foreign and Commonwealth Office, occupandosi di politica estera e scrivendo per importanti figure pubbliche. Raising Hare, pubblicato per la prima volta nel Regno Unito nel 2024 e arrivato in Italia nel 2026 con il titolo di Io e la lepre e la traduzione di Marinella Magrì per Neri Pozza, è il suo primo libro, ora disponibile anche su Audible.

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La donna che è protagonista di questa storia è quindi abituata a un'esistenza dominata da viaggi, scadenze, notizie e crisi internazionali. Per adattarsi alla presenza dell’animale però, Dalton comincia a modificare le proprie abitudini quotidiane: rinuncia al profumo, evita di accendere le luci di notte e smette di seguire incessantemente le notizie. Sono piccoli cambiamenti, inizialmente dettati dalle esigenze della lepre, che finiscono per trasformare anche il suo modo di vivere. Come ha raccontato in un'intervista al quotidiano Ara, è proprio allora che si rende conto di aver vissuto fino a quel momento «a cento miglia all'ora». 

Il piccolo animale che inizialmente dipende da Dalton per sopravvivere cresce infatti rapidamente e torna alla propria natura selvatica. Può uscire, può allontanarsi, potrebbe non tornare più. E invece torna, rimane accanto a Dalton pur senza appartenerle. In effetti, Dalton prende una decisione apparentemente minima ma carica di significato: non dà un nome alla lepre. Cerca inoltre di toccarla il meno possibile e, appena può, le restituisce la libertà di muoversi tra casa, giardino e campi. «Decisi di accettarla per quello che era», scrive a un certo punto del libro, e più avanti il principio diventa ancora più netto: «È lei a stabilire i termini della nostra relazione». In queste semplici parole è contenuta una lezione universale: amare non significa trasformare l'altro in qualcosa di più simile a noi, ma fare spazio alla sua differenza. È un'idea particolarmente potente quando parliamo di animali selvatici, che tendiamo alternativamente a temere, idealizzare o antropomorfizzare. Dalton prova invece a osservare la lepre senza fingere di sapere che cosa pensa, riconoscendo continuamente il limite del proprio sguardo umano.

È importante sottolineare che Io e la lepre non è un invito a raccogliere o addomesticare animali selvatici; Dalton stessa, ripensando a quell'episodio, ha spiegato che normalmente non bisognerebbe prendere con sé un leprotto trovato in natura, a meno di essere certi che sia realmente in pericolo e dopo aver chiesto consiglio a persone esperte. Le lepri, ricorda, sono animali selvatici e devono poter rimanere tali. La lezione del libro è semmai l'opposto: non tutto ciò che amiamo deve diventare nostro.

Guardare il mondo oltre la nostra specie

Questa relazione permette di avvicinare Io e la lepre anche a una questione più ampia: quella dello specismo, cioè la tendenza a considerare gli interessi degli esseri umani intrinsecamente più importanti di quelli degli animali appartenenti ad altre specie.

Dalton non scrive un trattato antispecista e sarebbe forzato trasformare il suo memoir in qualcosa che non vuole essere, eppure molte delle domande che attraversano il libro vanno precisamente in questa direzione. Perché riteniamo naturale decidere quali animali proteggere, quali possedere, quali mangiare e quali cacciare? Quanto sappiamo davvero delle creature che abitano accanto a noi? Cosa cambia quando smettiamo di considerarle comparse nel paesaggio umano e iniziamo a riconoscerle come vite con esigenze, comportamenti e finalità proprie? È un terreno su cui la filosofia animalista riflette da decenni. Nel celebre Liberazione animale, disponibile anche su Audible, Peter Singer parte proprio dalla necessità di estendere la considerazione morale oltre i confini della nostra specie e di prendere sul serio la capacità degli altri esseri viventi di soffrire.

Nel nostro approfondimento dedicato agli audiolibri su veganismo e vegetarianismo abbiamo raccontato diversi libri che affrontano questa riflessione sul piano filosofico, alimentare e politico. Io e la lepre percorre una strada diversa e forse, proprio per questo, complementare: non parte da una teoria ma dall'intimità della convivenza.

Ma allora, chi sta salvando chi?

Il titolo originale del libro, Raising Hare, suggerisce che sia Dalton ad allevare la lepre. E naturalmente è così: senza le sue cure, quel cucciolo probabilmente non sarebbe sopravvissuto. Ma il movimento più profondo del libro procede nella direzione opposta; Dalton ha raccontato a BookPage che il suo lavoro in politica l'aveva portata a sviluppare una sorta di corazza emotiva. La convivenza con la lepre l'ha aiutata a diventare, nelle sue parole, «più gentile, paziente e attenta» a ciò che la circonda. In un'epoca in cui siamo continuamente sollecitati a concentrarci su noi stessi — sul nostro benessere, sulla nostra produttività, sulla costruzione della migliore versione possibile di noi — prendersi cura di un altro essere vivente ci obbliga per qualche istante a decentrare lo sguardo.

Cosa cambia quando smettiamo di considerare le creature che abitano accanto a noi comparse nel paesaggio umano e iniziamo a riconoscerle come vite con esigenze, comportamenti e finalità proprie?

Un animale ha fame quando ha fame, non quando abbiamo tempo, ha paura di cose che a noi sembrano innocue, desidera contatto oppure distanza secondo logiche che non necessariamente coincidono con le nostre, non conosce il nostro calendario né i nostri obiettivi. Prendersene cura significa allenarsi a osservare segnali che non parlano la nostra lingua. È possibile, anzi direi certo, che proprio questo esercizio quotidiano — aspettare, guardare, adattarsi, riconoscere bisogni diversi dai propri — abbia qualcosa da insegnarci anche nelle relazioni umane.

La gentilezza come antidoto al cinismo

È interessante che Io e la lepre arrivi in audiolibro nello stesso anno in cui un altro libro apparentemente lontanissimo, Theo da Golden e la forma della felicità di Allen Levi, si è trasformato in uno dei casi editoriali più sorprendenti degli ultimi tempi. Nel romanzo di Levi, Theo arriva in una piccola comunità e comincia quasi silenziosamente a cambiarla attraverso gesti di attenzione, ascolto e generosità. Il libro, nato come autopubblicazione, ha superato negli Stati Uniti milioni di copie vendute prima di diventare un fenomeno internazionale. Theo da Golden ed Io e la lepre hanno in comune la sensibilità che li attraversa, ed entrambi sembrano reagire a un immaginario dominato dalla competizione, dal rumore e dal cinismo proponendo qualcosa di molto meno spettacolare: la gentilezza come forma di relazione con il mondo.

Io e la lepre appartiene anche a una tradizione letteraria molto più antica, quella degli scrittori che hanno provato a rimettere l'essere umano dentro la natura anziché al di sopra di essa. È quasi inevitabile pensare a Henry David Thoreau e a Walden, il resoconto dei due anni trascorsi sulle rive del lago del Massachusetts alla ricerca di una vita più essenziale e consapevole. Anche qui il contatto con la natura non è semplice fuga dalla società: diventa uno strumento per interrogare priorità, abitudini e convenzioni. 

La critica italiana ha accostato Dalton anche a Mario Rigoni Stern, e il richiamo è particolarmente suggestivo. Nei racconti di Uomini, boschi e api e in altre pagine dedicate agli animali, Rigoni Stern osservava la vita selvatica con precisione e rispetto, senza farne soltanto uno specchio dei sentimenti umani. Anche nella scrittura di Dalton il paesaggio non è uno sfondo decorativo e la lepre non è un espediente narrativo, ma possiede una vita che continua indipendentemente dalla protagonista. È forse una differenza sottile, ma fondamentale, quando la natura smette di essere qualcosa che esiste per insegnarci una lezione; siamo noi, semmai, a dover imparare nuovamente a guardarla.

Un esordio diventato un piccolo caso letterario

Questa combinazione di memoir, osservazione naturalistica e riflessione sul rapporto tra specie ha trasformato Raising Hare in uno degli esordi di nature writing più apprezzati degli ultimi anni. Il libro è stato finalista al Women’s Prize for Non-Fiction 2025 e ai British Book Awards nella categoria Narrative Non-Fiction, oltre a vincere sia il Wainwright Prize for Nature Writing sia il Wainwright Prize Book of the Year 2025. Negli Stati Uniti è diventato anche un New York Times bestseller e ha raccolto recensioni molto positive dalla stampa internazionale. Un'accoglienza notevole per il primo libro di un'autrice che, fino a quel momento, aveva scritto soprattutto discorsi e testi politici per altri; Dalton ha raccontato che una creatura completamente silenziosa l'ha aiutata, paradossalmente, a trovare la propria voce di scrittrice.

Ciò che accomuna alcuni tra i casi editoriali più sorprendenti degli ultimi tempi è l'utilizzo della gentilezza come antidoto ad un immaginario dominato dalla competizione, dal rumore e dal cinismo.

Imparare a fare spazio

Chiunque abbia vissuto con un animale conosce almeno in parte questa sensazione: crediamo di essere noi a prendercene cura, ma nel tempo ci accorgiamo di essere stati modificati dalla sua presenza. Succede con i cani, nelle storie raccolte nel nostro approfondimento sugli ascolti per gli amanti dei cani. Succede con gli animali, indipendenti e indecifrabili, protagonisti dei nostri libri per chi ama i gatti. E succede, in una forma ancora più radicale, quando l'animale che entra nella nostra vita non potrà mai diventare davvero “nostro”. In quella rinuncia al possesso, Dalton ha scoperto tanto sul modo in cui abitiamo il mondo e sulla necessità e bellezza di fare spazio all’altro.









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