Vi cammino una storia con Anderloni copertina

Vi cammino una storia con Anderloni

Vi cammino una storia con Anderloni

Di: Gruppo editoriale Athesis
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A proposito di questo titolo

Cantastorie “di professione” con il teatro, il cinema e la scrittura, Alessandro Anderloni percorre a
piedi ogni settimana un itinerario della provincia di Verona, dalla Lessinia alle Basse, dal Lago alle colline, nel cuore e nella periferia della città, per farsi voce di leggende, fiabe, fatti storici, personaggi della tradizione locale. Racconta l’anima profonda e antica della terra veronese, senza nostalgie, mostrandone i luoghi, respirandone i profumi, dialogando con i rumori.Gruppo editoriale Athesis
Scienze sociali Scrittura e commenti di viaggio
  • La famiglia salvata da un angelo
    Dec 20 2025
    Sulle mappe c'è scritto Azzarino, ma i montanari la chiamano Adarin questa conca di alture e piccole valli, di prati, pascoli e faggete protetta a sud dal Monte Purga, a nord dai pascoli che salgono alla Beloca e chiusa a est dallo sprofondare della Val d'Illasi. Alla prima (e ultima?) nevicata dell'inverno mi incammino sulla strada che unisce le contrade di questo che fu uno degli antichi Tredici Comuni Cimbri delle Lessinia, le comunità in cui si riunirono i coloni bavaro-tirolesi giunti nel Medioevo, quando portarono quassù, assieme alla loro arte di boscaioli e carbonai, anche la lingua alto-tedesca chiamata Cimbro.Le contrade di Azzarino si sono salvate (ma si salveranno?) dalle lottizzazioni e dai restauri scriteriati. A osservare i tetti di pietra imbiancati dalla neve, pare di camminare dentro a un presepio. In questi giorni, sulle credenze delle case, con poca farina sopra al muschio, si faceva in ogni casa il presepio: il simbolo più tenero della nostra fede. Delia e i suoi tre bambini vivevano nella più isolata di queste case, racconta la storia. Da giorni nevicava e la donna non aveva più niente da dare da mangiare ai suoi bambini, non aveva legna per accendere il fuoco nel camino e le rimaneva solo una vecchia e lacera coperta di lana. Giungo alla cappellina prima di contrada Tece. Qui avevano le loro sentinelle i partigiani di Giuseppe Marozin, comandante fuorilegge che scelse queste contrade isolate per farne il suo rifugio, nell'estate del 1944. E qui i partigiani catturarono un giovane soldato tedesco in fuga, che venne poi ucciso, come la maestra di Tregnago, il figlio di un "fascista" vicentino e un giovane partigiano, tutti e quattro sepolti in un bosco che da allora i montanari chiamarono il Bosco dei Morti. La neve fiocca lenta e ricama ogni cosa di bianco. Ai Battistari si posa sulle lastre che delimitano la carrareccia che conduce alla piccola scuola. I bambini e le bambine la raggiungevano a piedi, che fosse sole, pioggia e neve, e d'inverno portavano con sé una stèla, un ceppo di legna per la stufa della pluriclasse dove una maestra insegnò fino agli anni Sessanta. I figli di Delia no. Loro non potevano portare legna per la stufa della classe: non ne avevano nemmeno per scaldare la loro povera casa. In contrada Foi il vento si alza. Lino mi apre la porta di casa e mi invita a bere il caffè, corretto con abbondante e corroborante grappa. E racconta, come si fa quando nevica, perché la neve ferma il tempo, lega il passato con il presente, rinsalda i legami di una comunità. Qui, ai Foi, viveva il Mago Foeto che nella sua casa custodiva il proibito Libro di Pietro D'Abano; qui avevano il loro "quartier generale" i partigiani di Marozin e, poco più avanti, nel bàito della Riva, custodivano quello che rubavano alla gente.Al Campe c'è Gabriella a invitarmi in casa. «In do veto in giro co sto tempo?», mi chiede stupita. Finché anche lei mi prepara un altro caffè, cammino per questa contrada dove negli anni Cinquanta vivevano più di cento persone, ora ne è rimasta soltanto una. Sgorga dalla fontana un'acqua pura, limpida e fresca che ha dissetato e fatto crescere forti e sane generazioni di montanari, ma qualcuno vi ha apposto un insulso cartello con scritto "acqua non potabile". Ricordo d'aver visto anche delle pietre con scritto PP: Proprietà Privata. Chi le ha messe non sa che le corti, quassù, sono di tutti: nessun montanaro si sognerebbe mai di delimitare la propria proprietà.Proseguo per la Cóal. Davanti alla sua casa, ricordo quando Elvira, l'ultima a vivere qui, si fermava sulla porta, con il volto antico come quelle pietre. E tra queste case immagino Delia camminare con la testa bassa, portando con sé un pentolino vuoto e chiedendo un po' di latte per i suoi bambini, per poi scomparire nella bufera, verso la sua casa. Dietro alla Cóal la neve ha trapuntato con una trina sottile la corona di spine del Cristo scolpito sulla stele di pietra, ha ricamato un fine merletto sui rami dei faggi che avvolgono la carrareccia verso il Pozze. Quando inizio la salita per raggiungere i Senoti, il vento e la neve mi sferzano il volto, mi fischiano nelle orecchie, mi appannano la vista. «L'è vento e neve», dicono i montanari, e quelle due parole significano molto più di una bufera: sono qualcosa che si muove, che si mescola, percuote, urla, schiaffeggia, colpisce, batte. «El fa le sgoldere», si dice ancora. Come si può tradurre la parola sgoldera? Non è un cumulo, non è un riporto di neve. È una lama, una spada, una grondaia, una nube di neve. Quando avremo dimenticato definitivamente queste parole in dialetto, preferendo loro uno sciatto italiano, allora scomparirà per sempre anche ciò che esse indicano.Giunta a casa appena in tempo per non essere dispersa nella bufera, Delia diede ai suoi bimbi il latte che le avevano donato e intiepidì la stanza con l'ultimo ceppo di legna rimasto. Nevicò per giorni e giorni: la donna non avrebbe potuto chiedere ...
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    18 min
  • Santa Lucia
    Dec 13 2025
    Una produzione Telearena.
    «Santa Lucia, pòrteme un caretin». Nella chiesa di Santa Lucia Extra, sotto l’altare della vergine martire di Siracusa, in una grande bottiglia ci sono le lettere a Santa Lucia. Di buon mattino, prima dell’inizio della scuola, i bambini e le bambine entrano in chiesa per lasciare lì la loro letterina, la stessa che scrisse anche Renzo Poffe, pittore e poeta, quando, il 12 dicembre di tanti anni fa, chiese alla Santa di portargli un caretin.

    Prendo in prestito la sua storia per immaginarmi un bambino di nome Renzo partire a piedi con la mamma dal quartiere di Santa Lucia per andare in Piazza Bra. Non solo per visitare i Banchetti di Santa Lucia, ma per tenere fede al voto di camminare fino alla piazza in cui, nel Medioevo, i bambini giunsero per chiedere alla santa ausiliatrice della vista di guarirli dalla malattia agli occhi che li affliggeva.
    La statua della martire guarda la piazza, dall’alto della facciata di questa che è la sua chiesa in città. Ma la storia del culto di Santa Lucia a Verona è lunga e complessa. L’oratorio che venne costruito qui nel 1518 non fu il primo. Ce n’era un altro più antico che si trovava intra (dentro) le mura della città. Quella che nel quartiere di Santa Lucia possiamo vedere oggi è invece la chiesa che don Pietro Cunego fece erigere a fine Ottocento. Il capitello all’incrocio tra Via Mantovana e Via VI Maggio ha le forme della cella campanaria del suo campanile.

    Immagino Renzo fermarsi davanti al capitello e fare il segno di croce, per poi proseguire sulla strada verso il centro. La maestra gli aveva spiegato che quello era il tracciato di un’antica via romana chiamata Postumia e che a testimoniarlo, poco più avanti, avrebbe trovato un sasso dallo strano nome: cippo gromatico. Oltre il cippo, un muro sbarra oggi l’antica via consolare romana: prima il Forte Werk Schwarzenberg e poi il deposito delle locomotive vennero costruiti a interromperne il tracciato. Per proseguire verso Piazza Bra, Renzo e sua mamma avranno dovuto prenderla larga e, come devo fare io, passare sotto alle linee ferroviarie. A stento respiro nei sottopassaggi. Il rumore del traffico è assordante. Mi chiedo come doveva essere diversa, più silenziosa e quieta, questa periferia, a inizio Novecento. E dove doveva trovarsi l’antico oratorio di Santa Lucia che nel 1308 un drappiere di nome Pace, mercante di lana, fece costruire per voto, dopo che la Santa lo aveva guarito da una mortale cancrena alla gamba.

    La storia delle chiese dedicate a Santa Lucia a Verona è di continue costruzioni, demolizioni e ricostruzioni. Secondo i documenti, un primo oratorio era stato eretto nel 973. Nel 1178 vi era annesso un ospedale gestito da frati. Tutto venne distrutto nel 1260 dalle scorrerie di Ezzelino da Romano. Ricostruito da Pace il drappiere nel Trecento, dopo due secoli anche questo oratorio venne raso al suolo quando, al termine della Guerra della Lega di Cambrai, nel 1518 il Doge di Venezia Andrea Gritti ordinò di “spianare” tutto, case e alberi, nello spazio di un miglior intorno a Verona. Anche l’oratorio di Santa Lucia, che si trovava nella fascia della così detta Spianà, venne demolito.

    Raggiungo l’austriaco Forte Santo Spirito che anch’esso venne costruito su questo lembo di terra spianata, come pure la nuova porta che Sanmicheli progettò per rimpiazzare quella delle mura scaligere. È risalendo Stradone Porta Palio che trovo ciò che rimane dell’altra chiesa dedicata a Santa Lucia, quella intra moenia, dentro le mura. Il convento costruito qui nel 1743 venne manomesso dalle truppe napoleoniche e infine bombardato nella Seconda Guerra Mondiale. Ciò che rimane oggi è la facciata, incastonata tra gli edifici militari.

    La mamma di Renzo, passando di lì, spiegò al bambino che quella era l’antica chiesa di Santa Lucia dentro le mura. Fu allora che lui le chiese perché la Santa porta i regali ai bambini, nella notte del 12 dicembre, e lei glielo raccontò. Tanti anni prima, i bambini e le bambine di Verona camminarono scalzi fino alla chiesa di Sant’Agnese, in Piazza Bra, per chiedere alla santa di Siracusa di guarirli da una terribile malattia agli occhi. Ma era un freddo inverno e i bimbi recalcitravano a camminare senza scarpe. Allora le mamme promisero loro di chiedere a Santa Lucia di ricompensarli di quel sacrificio con dolci e regali. È da allora che la Santa visita a una a una le loro case e porta loro i doni, per ringraziarli di quel pellegrinaggio. Ed è da tempo immemore che il 10 dicembre, arrivavano puntuali in Piazza Bra i venditori di dolciumi e di giocattoli, con i loro pittoreschi banchetti che sono il vero, autentico, popolare mercatino della nostra amata Verona che troppo spesso cerca scorciatoie turistico-commerciali, dimenticando che, fino a ieri, era solo un paese.
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    18 min
  • Dino Coltro
    Dec 6 2025
    Una produzione Telearena
    Era nato nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1929, nei giorni in cui il mondo contadino festeggia (non commemora) i Santi e i Morti. È la festa della vita, della speranza che ci sia, da qualche parte e in qualche modo, un altrove, per farci trovare pronti di fronte al mistero della morte. Noi, invece, imponiamo ai nostri bambini un’insulsa e inquietante mascherata commerciale, il 31 ottobre, travestendoli da mostri e streghe per stupirci poi se crescono con una cultura della morte e non della vita. È che noi abbiamo dimenticato chi siamo e da dove veniamo. Dino Coltro no. Lui lo sapeva bene e non smetteva di ricordarci che siamo tutti figli dello stesso mondo, contadino e cristiano

    Cammino nei giorni che per i contadini segnano l’inizio dell’anno agrario. Dalla Strà di Coriano, dov’era nato dopo tre giorni di travaglio, il passo è breve per arrivare a Corte Pilastro. Quando mi appare il portale d’ingresso, in fondo al lungo viale, penso alle parole di Coltro quando, a un altro studioso della civiltà veneta, Eugenio Turri, confidò: «Se, quando sarò morto, vorranno farmi una lapide, dovrebbero metterla nella Corte del Pilastro, dove sono cresciuto, con su una scritta “qui sono stato felice”». C’è, all’ingresso, una lapide installata dal Comune di Bonavigo, ma senza quella frase che avrebbe tanto da insegnare.

    La pianura veronese è ancora terra di giovani contadini. Al Pilastro mi accolgono curiosi e sorridenti. Sono felici che io racconti di Dino Coltro, il cui ricordo aleggia vivo tra le stalle, la barchessa e la casa padronale della corte. Già a otto anni Coltro lavorava qui, insieme con il papà Augusto e il nonno Moro da cui raccolse i ricordi che ispirarono il suo primo libro: I leori del socialismo. Lavorava, come tutti i bambini, non come schiavo, ma come figlio di una comunità educante se è vero, come dice il detto, che «ci vuole un intero paese per allevare un bambino».

    Nonno Moro gli raccomandava: «Studia se te vo cambiar el mondo». L’incontro, fortuito, con un frate questuante, fece sì che Dino potesse frequentare prima le scuole elementari a Bonavigo e poi le medie a Riva del Garda. La guerra interruppe i suoi studi regolari, ma da privatista superò l’esame di quinta ginnasio, frequentò il Liceo Cotta di Legnago e si guadagnò infine la licenza magistrale al Montanari di Verona. «Manco male che no’ ò laorà par gnente», gli disse la madre, alla notizia che era diventato maestro.

    Alla Moggia, dove un tempo l’Adige deviava per scorrere verso Este e Montagnana e sfociare in mare vicino a Chioggia, percorro le alzaie su cui immagino cavalli ansimanti a trascinare carretti, carriolanti a portare ghiaia, barcaioli a navigare sul fiume. Nel 1949, quando il padrone di Corte Pilastro trasferì tutti i salariati a Corte Rivalunga, Coltro e la sua famiglia attraversarono il fiume in traghetto, perché il ponte che collegava Bonavigo a Roverchiaretta era stato abbattuto dai bombardamenti.

    «Da queste parti sono i fiumi che comandano», scrisse Coltro. Lungo il fiume trovo un totem del percorso Sulle tracce di Dino Coltro alla scoperta della Pianura Veronese. È il decimo di un itinerario che si snoda per 75 chilometri nei paesi di San Giovanni Lupatoto, Zevio, Ronco all’Adige, Isola Rizza, Roverchiara, Palù e Oppeano. Raccoglie parte dell’eredità del titanico lavoro di ricerca che Coltro iniziò negli anni Cinquanta, registrando le testimonianze della cultura contadina: la sua missione di vita. Sugli scaffali di chiunque voglia studiare questa terra, dovrebbero esserci i cinque volumi di Paese perduto pubblicati tra il 1975 e 1978 dall’ispirato e lungimirante editore veronese Giorgio Bertani. Coltro trascrisse detti, modi di dire, proverbi, sentenze, cantilene, favole, aneddoti, soprannomi e storielle in dialetto, una lingua che canta e narra, che ride e piange, che è la parola creativa da cui nascono la favola e il mito. Con Pasolini, Coltro individuava nella progressiva scomparsa dei dialetti in Italia, la distruzione dei valori secolari della civiltà contadina. E con il dialetto scomparvero le corti, come Corte Medon che mi intenerisce di malinconia, dopo Roverchiara. Ma forse è giusto che finisca così,che restauri bizzarri non vengano ad accanirsi terapeuticamente su edifici che hanno diritto di morire.
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    19 min
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