Episodi

  • Rivista Militare 6 2025, Giampaolo CADALANU - Non varcate quella soglia
    Dec 29 2025
    NON VARCATE QUELLA SOGLIA
    Il tabù sull’atomica regge ancora?
    di Giampaolo Cadalanu

    Mikhail Gorbaciov e Ronald Reagan lo avevano sottolineato assieme, al summit di Ginevra del 1985, sorprendendo il mondo con un punto di vista comune: “Una guerra nucleare non può essere vinta. E perciò non deve mai essere combattuta”. Vale la pena di ricordarlo quando ormai manca pochissimo al 5 febbraio, data di scadenza del trattato START che limita il numero di testate nucleari e di vettori schierati da Stati Uniti e Russia. Vladimir Putin ha proposto il rinnovo di un anno, Donald Trump ha risposto sottolineando che “è una buona idea” e in questi giorni l’accordo potrebbe essere già firmato: forse, dopo tutto, il monito di Albert Einstein sull’inevitabile ritorno alla preistoria dopo una Terza guerra mondiale non è caduto nel vuoto.
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    11 min
  • Rivista Militare 6 2025, Alessandro ARESU - Da Tianjin a Pechino
    Dec 29 2025
    DA TIANJIN A PECHINO
    L’oscurità e la profondità della Shanghai Cooperation Organization
    di Alessandro Aresu

    Nella riunione della Shanghai Cooperation Organisation a Tianjin e dalla successiva parata militare di Pechino per ricordare gli 80 anni dalla vittoria contro il Giappone nella Seconda guerra mondiale non si sono visti provvedimenti concreti, se si eccettuano gli accordi energetici tra la Cina e la Russia. Né hanno portato alla costruzione di un “nuovo ordine mondiale” imperniato sul Sud globale, secondo l’abusata formula spesso adoperata in occasioni simili. Eppure, il potere di convocazione della Cina è emerso non solo nei confronti del presidente russo e di figure come il leader della Corea del Nord Kim-Jong, ma anche di Narendra Modi e di un protagonista della politica globale come il presidente turco Erdogan.


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    11 min
  • Rivista Militare 6 2025, Marco LUPIS - La doppia via dei droni cinesi
    Dec 29 2025
    LA DOPPIA VIA DEI DRONI CINESI
    Tra il futurismo del GJ-11 e il revival del J-6
    di Marco Lupis[

    Nel teatro strategico del XXI secolo, la guerra dei droni non è più una questione di “se”, ma di “come”. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati perfezionano l’uso di sistemi unmanned con un’enfasi sulla precisione e la minimizzazione del rischio umano, la Cina percorre due strade parallele e complementari, che rivelano molto della sua dottrina operativa e delle sue ambizioni regionali: il drone stealth di ultima generazione GJ-11 Sharp Sword da una parte, e la riconversione in massa dei caccia sovietici J-6 in droni kamikaze dall’altra.


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    10 min
  • Rivista Militare 6 2025, Pierfrancesco SAMPAOLO - Il Blues del lupo
    Dec 29 2025
    IL BLUES DEL LUPOHowlin Wolf, stella della musica e soldato di Pierfrancesco SampaoloChester Arthur Burnett, in arte Howlin Wolf, fu uno dei più importanti musicisti e autori Blues di tutti i tempi, fra i padri del blues elettrico e del rock psichedelico, ma per circa tre anni fu anche un militare dello US Army durante la Seconda guerra mondiale, ma per lui fu tutt’altro che facile. Burnett nacque nel 1910 a White Station, nel Mississipi da Gertrude Jones e Leon “Dock” Burnett, nel profondo sud degli Stai Uniti, in piena segregazione. Pare che il suo nome d’arte provenga dal fatto che la nonna fosse solita strizzargli le guance molto forte, tanto che lui emetteva dei veri e propri ululati di dolore. I genitori si separarono quando aveva un anno. Chester e la madre si trasferirono a Monroe County. Qui entrò assieme a Gertrude nel coro della chiesa battista di Life Boat e cominciò a muovere i primi passi nella musica. Ma, improvvisamente, la madre lo cacciò di casa, per motivi tutt’ora sconosciuti, e si trasferì dallo zio dove, però, visse un periodo di privazioni e angherie, tanto che all’età di tredici anni scappò per 85 miglia scalzo per raggiungere il padre. Finalmente, qui cominciò a vivere una vita felice con la festosa famiglia allargata del genitore. Nel 1928, a quasi 18 anni, Chester guadagnò abbastanza soldi per comprare la sua prima chitarra, momento che ricorderà per tutta la vita. Amava il blues e la musica country di Jimmy Rodgers ma, fino a quel momento, aveva solo lavorato duramente e non era mai andato a scuola, come del resto quasi tutti i ragazzi afro americani dell’epoca che vivevano nel sud.È però nel 1930 che la sua vita musicale si accese, quando incontrò Charley Patton, il padre del “Delta Blues”. Patton si esibiva nei locali afro-americani del Delta del Mississipi, i cosiddetti “Juke Joint”, dove Chester lo andava ad ascoltare assiduamente. I due divennero amici e Patton insegnò a quel ragazzone talentuoso i segreti della chitarra blues, tecniche che lo accompagneranno per tutta la sua carriera. Ma Patton era anche uno straordinario performer, muovendosi come un ossesso sul palco, portando anche la chitarra dietro la schiena o fra le gambe. Insomma, sapeva come far incendiare la folla dei Juke Joint e Chester imparò da lui anche questo. I due cominciarono ad esibirsi insieme lungo il Delta del Mississipi e così Burnett, che conosceva bene anche l’armonica a bocca, cominciò a collaborare con artisti dell’epoca come Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson, Floyd Jones (da cui poi i Pink Floyd presero il nome), Son House e Sonny Boy Williamson II. Ma nel 1941 alcuni proprietari terrieri del Delta lo denunciarono alle autorità federali per via del fatto che egli non era disposto a lavorare per loro nei campi, così venne arruolato a forza nell’esercito degli Stati Uniti. C’è da dire che quelli erano anni molto duri per gli afro americani, anni in cui segregazione e suprematismo bianco erano garantiti anche da leggi degli Stati del sud e tutti gli artisti neri provenienti da quelle zone ebbero una vita molto più difficile dei loro colleghi caucasici, subendo spesso soprusi e ingiustizie. Tornando a Burnett, il suo arruolamento, benché forzato, non lo turbò più di tanto: del resto era appena scoppiata la guerra e ce lo si poteva aspettare. Aveva già oltre trent’anni e l’adattamento alle regole militari non fu semplice. Il 9 aprile del 1941 fu assegnato alla base di Pine Bluff nel 9° rgt. Cavalleria, uno dei reparti della nota Buffalo Division. Partecipò lo stesso anno anche alle “Manovre del Mississipi” dove vennero testate tecniche di combattimento con i mezzi corazzati utilizzate poi anche in Europa. Chester venne assegnato alle cucine e passò gran parte del servizio occupandosi di lavori umili. Ogni sera però, nella sala dove i militari attendevano visite e posta, cantava e suonava il blues, lasciando a bocca aperta chi era lì. Successivamente venne assegnato a Fort Gordon, in Florida, sempre al vettovagliamento. Stavolta erano gli scalini della mensa a vederlo esibirsi con la chitarra di fronte ai suoi commilitoni. Fra la malinconia di casa e della sua vita precedente, Wolf cantava come dalla sua veranda di campagna, da dove si vedevano passare i treni, andando al ritmo del rumore sulle rotaie e che sembravano diretti verso la speranza di una vita migliore al nord. Qui, un giovanissimo James Brown, che frequentava la base lavorando come lustra scarpe per i militari, lo vide esibirsi rimanendone ammaliato: per Brown Howlin Wolf rimarrà sempre un punto di riferimento.Ma, a un certo punto, Burnett, non si sa come, venne assegnato a un’unità delle trasmissioni, il 29° Signal Construction Battalion, con l’incarico di decodificare e trascrivere messaggi. Era però analfabeta e quando i superiori se ne accorsero, fu destinato a Camp Murray, vicino Tacoma (Washington) per seguire un corso di alfabetizzazione. Qui ...
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    9 min
  • Carlo DE RISIO - 80 anni da El Alamein - Episodio 6, Rivista Militare 3 2022 (Supplemento)
    Dec 10 2025
    Sono trascorsi 80 anni dal grande combattimento di El Alamein e Rivista Militare, con questo fascicolo speciale, vuole rinnovarne la memoria. Il ricordo è azione: è vita activa. Con questo obiettivo intendiamo omaggiare e commemorare i militari italiani che combatterono con eroismo una delle più terribili battaglie del secondo conflitto mondiale, nel mezzo del deserto nord africano, impari sin dall’inizio a causa degli sbilanciatissimi rapporti di forza. Il coraggio e la determinazione, infatti, non furono sufficienti di fronte alla schiacciante superiorità avversaria in tutti i settori: dal personale alle armi, dai mezzi ai materiali e ai rifornimenti. Il nostro Esercito a El Alamein affrontò una delle prove più dure di tutta la guerra, sacrificandosi con eroismo e dando prova di incredibile valore, riconosciutogli peraltro proprio dagli avversari britannici. Sebbene fossero dalla “parte sbagliata” rispetto alle forze Alleate, riteniamo però che queste pagine vadano conservate e tramandate così come il ricordo che si deve al grande sacrificio di tutti quegli esseri umani, nostri concittadini che inferiori per numero, mezzi e rifornimenti, stremati dalle condizioni ambientali proibitive, resisterono fino allo stremo all’impatto dell’Armata britannica. Per molti di noi lì c’erano i nostri nonni, i nostri padri, inquadrati nei Reparti, e, a loro volta quelli erano padri, figli, fratelli o mariti di qualcuno che li aspettava in Patria, quasi a ricordarci che, in fin dei conti, la guerra è anch’essa un fatto di famiglia. Il sacrificio dell’“Ariete”, sintetizza tutto questo nell’ultimo radiomessaggio del Generale Francesco Arena il 4 novembre 1942 alle 15:30: “Carri armati nemici fatto irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata, trovasi 5 km nord-ovest Bir-el-Abd. Carri Ariete combattono”. Non credo serva aggiungere altro.Questo fascicolo trae origine dal pregevole lavoro svolto dal Dott. Carlo De Risio, nostro collaboratore di lungo corso – ­che ringraziamo ancora una volta per la genuina disponibilità – e lo abbiamo integrato ed arricchito con un nuovo apparato iconografico e con una preziosa scheda di sintesi di tutti i Corpi, Reparti e specialità dell’Esercito che furono presenti in quelle difficili giornate – questo grazie alla costruttiva sinergia con i colleghi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito­; inoltre, abbiamo aggiunto il progetto di ricostruzione del campo di battaglia nelle vere zone dei combattimenti – grazie al Prof. Aldino Boldesan e al Sig. Walter Amatobene – e, infine, abbiamo impreziosito l’inserto con alcune interviste ai veterani, giovanotti nel 1942 e centenari oggi, cui va la nostra sentita riconoscenza. La lettura di questo fascicolo ci accompagnerà nelle terre d’Africa, in quei terribili e ad un tempo gloriosi giorni. Il testo è essenziale e scorrevolissimo, le foto e le carte a corredo sono molte e ben distribuite tali da rendere gradevole anche il solo sfogliarne le pagine.A perenne ricordo di quel sacrificio in Africa, proprio a q. 33, si trova il Sacrario Militare ideato da Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo che in quelle terre combatté alla testa del XXXI Battaglione Guastatori. “Patriota e combattente, missionario di umanità, ideatore ed artefice” queste le parole ai piedi del busto in suo onore là collocato. La figura di Paolo Caccia Dominioni è praticamente leggendaria (Rivista Militare gli ha dedicato un’opera di gran pregio editoriale): ingegnere, scrittore, disegnatore, veterano di due guerre mondiali, combattente in Africa Orientale, pluridecorato, più volte ferito e combattente tra le fila dei partigiani dopo l’armistizio. Non è tutto, però, perché egli decise di trascorrere molti anni della sua vita nella sabbia del deserto, al termine della II Guerra Mondiale, per ricercare i corpi dispersi dei militari di tutti gli schieramenti cui dare, possibilmente, un nome e degna sepoltura. Fu quest’ultimo suo lungo e gravoso impegno a valergli la Medaglia d’Oro al Merito dell’Esercito alla memoria. El Alamein, quindi, non è solo sinonimo di arditismo, ma pure di umana pietà e riconciliazione.
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    22 min
  • Carlo DE RISIO - 80 anni da El Alamein - Episodio 5, Rivista Militare 3 2022 (Supplemento)
    Dec 10 2025
    Sono trascorsi 80 anni dal grande combattimento di El Alamein e Rivista Militare, con questo fascicolo speciale, vuole rinnovarne la memoria. Il ricordo è azione: è vita activa. Con questo obiettivo intendiamo omaggiare e commemorare i militari italiani che combatterono con eroismo una delle più terribili battaglie del secondo conflitto mondiale, nel mezzo del deserto nord africano, impari sin dall’inizio a causa degli sbilanciatissimi rapporti di forza. Il coraggio e la determinazione, infatti, non furono sufficienti di fronte alla schiacciante superiorità avversaria in tutti i settori: dal personale alle armi, dai mezzi ai materiali e ai rifornimenti. Il nostro Esercito a El Alamein affrontò una delle prove più dure di tutta la guerra, sacrificandosi con eroismo e dando prova di incredibile valore, riconosciutogli peraltro proprio dagli avversari britannici. Sebbene fossero dalla “parte sbagliata” rispetto alle forze Alleate, riteniamo però che queste pagine vadano conservate e tramandate così come il ricordo che si deve al grande sacrificio di tutti quegli esseri umani, nostri concittadini che inferiori per numero, mezzi e rifornimenti, stremati dalle condizioni ambientali proibitive, resisterono fino allo stremo all’impatto dell’Armata britannica. Per molti di noi lì c’erano i nostri nonni, i nostri padri, inquadrati nei Reparti, e, a loro volta quelli erano padri, figli, fratelli o mariti di qualcuno che li aspettava in Patria, quasi a ricordarci che, in fin dei conti, la guerra è anch’essa un fatto di famiglia. Il sacrificio dell’“Ariete”, sintetizza tutto questo nell’ultimo radiomessaggio del Generale Francesco Arena il 4 novembre 1942 alle 15:30: “Carri armati nemici fatto irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata, trovasi 5 km nord-ovest Bir-el-Abd. Carri Ariete combattono”. Non credo serva aggiungere altro.Questo fascicolo trae origine dal pregevole lavoro svolto dal Dott. Carlo De Risio, nostro collaboratore di lungo corso – ­che ringraziamo ancora una volta per la genuina disponibilità – e lo abbiamo integrato ed arricchito con un nuovo apparato iconografico e con una preziosa scheda di sintesi di tutti i Corpi, Reparti e specialità dell’Esercito che furono presenti in quelle difficili giornate – questo grazie alla costruttiva sinergia con i colleghi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito­; inoltre, abbiamo aggiunto il progetto di ricostruzione del campo di battaglia nelle vere zone dei combattimenti – grazie al Prof. Aldino Boldesan e al Sig. Walter Amatobene – e, infine, abbiamo impreziosito l’inserto con alcune interviste ai veterani, giovanotti nel 1942 e centenari oggi, cui va la nostra sentita riconoscenza. La lettura di questo fascicolo ci accompagnerà nelle terre d’Africa, in quei terribili e ad un tempo gloriosi giorni. Il testo è essenziale e scorrevolissimo, le foto e le carte a corredo sono molte e ben distribuite tali da rendere gradevole anche il solo sfogliarne le pagine.A perenne ricordo di quel sacrificio in Africa, proprio a q. 33, si trova il Sacrario Militare ideato da Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo che in quelle terre combatté alla testa del XXXI Battaglione Guastatori. “Patriota e combattente, missionario di umanità, ideatore ed artefice” queste le parole ai piedi del busto in suo onore là collocato. La figura di Paolo Caccia Dominioni è praticamente leggendaria (Rivista Militare gli ha dedicato un’opera di gran pregio editoriale): ingegnere, scrittore, disegnatore, veterano di due guerre mondiali, combattente in Africa Orientale, pluridecorato, più volte ferito e combattente tra le fila dei partigiani dopo l’armistizio. Non è tutto, però, perché egli decise di trascorrere molti anni della sua vita nella sabbia del deserto, al termine della II Guerra Mondiale, per ricercare i corpi dispersi dei militari di tutti gli schieramenti cui dare, possibilmente, un nome e degna sepoltura. Fu quest’ultimo suo lungo e gravoso impegno a valergli la Medaglia d’Oro al Merito dell’Esercito alla memoria. El Alamein, quindi, non è solo sinonimo di arditismo, ma pure di umana pietà e riconciliazione.
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    9 min
  • Carlo DE RISIO - 80 anni da El Alamein - Episodio 4, Rivista Militare 3 2022 (Supplemento)
    Dec 10 2025
    Sono trascorsi 80 anni dal grande combattimento di El Alamein e Rivista Militare, con questo fascicolo speciale, vuole rinnovarne la memoria. Il ricordo è azione: è vita activa. Con questo obiettivo intendiamo omaggiare e commemorare i militari italiani che combatterono con eroismo una delle più terribili battaglie del secondo conflitto mondiale, nel mezzo del deserto nord africano, impari sin dall’inizio a causa degli sbilanciatissimi rapporti di forza. Il coraggio e la determinazione, infatti, non furono sufficienti di fronte alla schiacciante superiorità avversaria in tutti i settori: dal personale alle armi, dai mezzi ai materiali e ai rifornimenti. Il nostro Esercito a El Alamein affrontò una delle prove più dure di tutta la guerra, sacrificandosi con eroismo e dando prova di incredibile valore, riconosciutogli peraltro proprio dagli avversari britannici. Sebbene fossero dalla “parte sbagliata” rispetto alle forze Alleate, riteniamo però che queste pagine vadano conservate e tramandate così come il ricordo che si deve al grande sacrificio di tutti quegli esseri umani, nostri concittadini che inferiori per numero, mezzi e rifornimenti, stremati dalle condizioni ambientali proibitive, resisterono fino allo stremo all’impatto dell’Armata britannica. Per molti di noi lì c’erano i nostri nonni, i nostri padri, inquadrati nei Reparti, e, a loro volta quelli erano padri, figli, fratelli o mariti di qualcuno che li aspettava in Patria, quasi a ricordarci che, in fin dei conti, la guerra è anch’essa un fatto di famiglia. Il sacrificio dell’“Ariete”, sintetizza tutto questo nell’ultimo radiomessaggio del Generale Francesco Arena il 4 novembre 1942 alle 15:30: “Carri armati nemici fatto irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata, trovasi 5 km nord-ovest Bir-el-Abd. Carri Ariete combattono”. Non credo serva aggiungere altro.Questo fascicolo trae origine dal pregevole lavoro svolto dal Dott. Carlo De Risio, nostro collaboratore di lungo corso – ­che ringraziamo ancora una volta per la genuina disponibilità – e lo abbiamo integrato ed arricchito con un nuovo apparato iconografico e con una preziosa scheda di sintesi di tutti i Corpi, Reparti e specialità dell’Esercito che furono presenti in quelle difficili giornate – questo grazie alla costruttiva sinergia con i colleghi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito­; inoltre, abbiamo aggiunto il progetto di ricostruzione del campo di battaglia nelle vere zone dei combattimenti – grazie al Prof. Aldino Boldesan e al Sig. Walter Amatobene – e, infine, abbiamo impreziosito l’inserto con alcune interviste ai veterani, giovanotti nel 1942 e centenari oggi, cui va la nostra sentita riconoscenza. La lettura di questo fascicolo ci accompagnerà nelle terre d’Africa, in quei terribili e ad un tempo gloriosi giorni. Il testo è essenziale e scorrevolissimo, le foto e le carte a corredo sono molte e ben distribuite tali da rendere gradevole anche il solo sfogliarne le pagine.A perenne ricordo di quel sacrificio in Africa, proprio a q. 33, si trova il Sacrario Militare ideato da Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo che in quelle terre combatté alla testa del XXXI Battaglione Guastatori. “Patriota e combattente, missionario di umanità, ideatore ed artefice” queste le parole ai piedi del busto in suo onore là collocato. La figura di Paolo Caccia Dominioni è praticamente leggendaria (Rivista Militare gli ha dedicato un’opera di gran pregio editoriale): ingegnere, scrittore, disegnatore, veterano di due guerre mondiali, combattente in Africa Orientale, pluridecorato, più volte ferito e combattente tra le fila dei partigiani dopo l’armistizio. Non è tutto, però, perché egli decise di trascorrere molti anni della sua vita nella sabbia del deserto, al termine della II Guerra Mondiale, per ricercare i corpi dispersi dei militari di tutti gli schieramenti cui dare, possibilmente, un nome e degna sepoltura. Fu quest’ultimo suo lungo e gravoso impegno a valergli la Medaglia d’Oro al Merito dell’Esercito alla memoria. El Alamein, quindi, non è solo sinonimo di arditismo, ma pure di umana pietà e riconciliazione.
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    28 min
  • Carlo DE RISIO - 80 anni da El Alamein - Episodio 1, Rivista Militare 3 2022 (Supplemento)
    Nov 20 2025
    80 anni da El Alamein - Episodio 1
    di Carlo De Risio


    Sono trascorsi 80 anni dal grande combattimento di El Alamein e Rivista Militare, con questo fascicolo speciale, vuole rinnovarne la memoria. Il ricordo è azione: è vita activa. Con questo obiettivo intendiamo omaggiare e commemorare i militari italiani che combatterono con eroismo una delle più terribili battaglie del secondo conflitto mondiale, nel mezzo del deserto nord africano, impari sin dall’inizio a causa degli sbilanciatissimi rapporti di forza. Il coraggio e la determinazione, infatti, non furono sufficienti di fronte alla schiacciante superiorità avversaria in tutti i settori: dal personale alle armi, dai mezzi ai materiali e ai rifornimenti. Il nostro Esercito a El Alamein affrontò una delle prove più dure di tutta la guerra, sacrificandosi con eroismo e dando prova di incredibile valore, riconosciutogli peraltro proprio dagli avversari britannici. Sebbene fossero dalla “parte sbagliata” rispetto alle forze Alleate, riteniamo però che queste pagine vadano conservate e tramandate così come il ricordo che si deve al grande sacrificio di tutti quegli esseri umani, nostri concittadini che inferiori per numero, mezzi e rifornimenti, stremati dalle condizioni ambientali proibitive, resisterono fino allo stremo all’impatto dell’Armata britannica. Per molti di noi lì c’erano i nostri nonni, i nostri padri, inquadrati nei Reparti, e, a loro volta quelli erano padri, figli, fratelli o mariti di qualcuno che li aspettava in Patria, quasi a ricordarci che, in fin dei conti, la guerra è anch’essa un fatto di famiglia. Il sacrificio dell’“Ariete”, sintetizza tutto questo nell’ultimo radiomessaggio del Generale Francesco Arena il 4 novembre 1942 alle 15:30: “Carri armati nemici fatto irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata, trovasi 5 km nord-ovest Bir-el-Abd. Carri Ariete combattono”. Non credo serva aggiungere altro.Questo fascicolo trae origine dal pregevole lavoro svolto dal Dott. Carlo De Risio, nostro collaboratore di lungo corso – ­che ringraziamo ancora una volta per la genuina disponibilità – e lo abbiamo integrato ed arricchito con un nuovo apparato iconografico e con una preziosa scheda di sintesi di tutti i Corpi, Reparti e specialità dell’Esercito che furono presenti in quelle difficili giornate – questo grazie alla costruttiva sinergia con i colleghi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito­; inoltre, abbiamo aggiunto il progetto di ricostruzione del campo di battaglia nelle vere zone dei combattimenti – grazie al Prof. Aldino Boldesan e al Sig. Walter Amatobene – e, infine, abbiamo impreziosito l’inserto con alcune interviste ai veterani, giovanotti nel 1942 e centenari oggi, cui va la nostra sentita riconoscenza. La lettura di questo fascicolo ci accompagnerà nelle terre d’Africa, in quei terribili e ad un tempo gloriosi giorni. Il testo è essenziale e scorrevolissimo, le foto e le carte a corredo sono molte e ben distribuite tali da rendere gradevole anche il solo sfogliarne le pagine.A perenne ricordo di quel sacrificio in Africa, proprio a q. 33, si trova il Sacrario Militare ideato da Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo che in quelle terre combatté alla testa del XXXI Battaglione Guastatori. “Patriota e combattente, missionario di umanità, ideatore ed artefice” queste le parole ai piedi del busto in suo onore là collocato. La figura di Paolo Caccia Dominioni è praticamente leggendaria (Rivista Militare gli ha dedicato un’opera di gran pregio editoriale): ingegnere, scrittore, disegnatore, veterano di due guerre mondiali, combattente in Africa Orientale, pluridecorato, più volte ferito e combattente tra le fila dei partigiani dopo l’armistizio. Non è tutto, però, perché egli decise di trascorrere molti anni della sua vita nella sabbia del deserto, al termine della II Guerra Mondiale, per ricercare i corpi dispersi dei militari di tutti gli schieramenti cui dare, possibilmente, un nome e degna sepoltura. Fu quest’ultimo suo lungo e gravoso impegno a valergli la Medaglia d’Oro al Merito dell’Esercito alla memoria. El Alamein, quindi, non è solo sinonimo di arditismo, ma pure di umana pietà e riconciliazione.
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