OLBOBLO - 8 - Arpia copertina

OLBOBLO - 8 - Arpia

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Arpia è un’opera di Sara Calcinai. È stata realizzata nel 2026 presso l’Accademia di Belle Arti di Verona e forma oggi parte della terza edizione della mostra OLBOBLO del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere - Università di Verona. 

Per arrivare all’opera dobbiamo ripercorrere a ritroso il corridoio degli oblò e accedere al vano scale che si trova immediatamente di fronte: salendo la prima rampa, l’opera si rivela nell’angolo a sinistra del pianerottolo. L’arpia, con corpo di uccello costituito da una rete di ferro e viso di donna, petto e addome in cemento, è installata su un posatoio di metallo, con cui si colloca in posizione più alta rispetto al visitatore. Quest’ultimo è dunque osservato, dall’alto verso il basso, dall’arpia.

L’opera misura due metri per centocinquanta centimetri, con una profondità nello spazio di circa un metro. In queste dimensioni è realizzata un’arpia, figura della mitologia greca, in ferro e cemento.
L’arpia, creatura della mitologia greca, non ha non ha sempre avuto una connotazione negativa. In origine raffigurava una donna alata portatrice del messaggio divino, racchiudendo una figura di confine tra umano e sacro. Nel corso dei secoli, tuttavia, lo sguardo della società e della cultura patriarcale ne ha progressivamente trasformato l’immagine in una creatura lussuriosa e mostruosa, rendendola simbolo di colpa e presagio di morte.

L’opera di Sara Calcinai vuole farci riflettere su questa metamorfosi storica, che riflette la condanna della storia dell’indipendenza femminile, del corpo e della voce della donna che sfuggono al controllo.

Arpia si inserisce in questa frattura simbolica e ne raccoglie le rovine. L’arpia che ne è rappresentata ci appare come lo scheletro di ciò che è stata: memoria consunta di un’identità svuotata e residuo di una narrazione imposta.

Immobile, sopra un ramo, sospesa in una dimensione di distanza e resistenza, l’arpia osserva il mondo dall’alto senza più appartenervi del tutto. La sua presenza non è sconfitta ma atto radicale di sottrazione: nella sua permanenza ostinata, la creatura rivendica la possibilità di esistere fuori dalle definizioni imposte.
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