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L'isola della libertà

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A proposito di questo titolo

Maggio 1952, è una calda giornata di primavera, Antonio è su una barca che si impenna contro le onde, ma a farlo rabbrividire non sono gli spruzzi dell’acqua. È l’ansia, che gli serra la gola. Perché il carcere di massima sicurezza di Santo Stefano si vede benissimo già da Ventotene, stagliato contro il cielo su quel pezzo di terra a forma di panettone. Antonio e i suoi fratelli sono diretti proprio lì. Per restarci. Chissà quanti detenuti hanno fatto lo stesso percorso in mare, chissà che pensieri avranno fatto sapendo che il loro viaggio non avrebbe avuto un ritorno. Il padre di Antonio è Eugenio Perucatti, nuovo direttore del carcere. Santo Stefano è un penitenziario per chi ha commesso reati gravi, gravissimi, per scontare l’ergastolo, per tuti quelli che la società vuole più vedere, anzi, vuole far finta non esistano più.A guardare lui, invece, sembra che stiano arrivando al luna park. Gli brillano gli occhi.Negli occhi dei carcerati però ci vedi il sonno e anche la rabbia, che si è divorata anche le ultime briciole di speranza. Ma Perucatti è certo che le cose possano cambiare, perché la verità è che bisogna guardare negli occhi delle persone senza tirarsi indietro, fino in fondo, frugarci dentro proprio, come quando si cercano i calzini in fondo al cassetto. E poi, alla fine, la verità trovi. A quel punto non ti rimane che ascoltarla, senza paura.

La storia che vi stiamo per raccontare è una di quelle così belle che dici: ma perché io non ne sapevo niente? L’isola della libertà è il romanzo scritto da Milvia, ispirato alla storia, vera, di Eugenio Perucatti, direttore del carcere di massima sicurezza di Santo Stefano per otto anni che cambia profondamente le strutture, le regole e l'atmosfera stessa del carcere, convinto e determinato a trasformare in pratica e rendere davvero esigibile l’art. 27 della Costituzione, secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Perché va bene il rigore, ma la crudeltà, quella no, è un’altra cosa.
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