Le bandiere di Roma-Atletico Bilbao
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Bandiere. Migliaia e migliaia di bandiere. Non c’è nulla di più bello di una notte allo stadio, e non c’è sport che emotivamente equivalga il calcio. Per un semplice motivo: che nella moltitudine smettiamo di essere noi stessi per diventare parte di un universo. Come un astronauta che nello spazio crede di essere una stella e di comporre il sistema universale ben oltre il granello di sabbia che realmente rappresenta.
Osservo lo Stadio Olimpico in uno sventolio di bandiere giallorosse come raramente si è visto e non se ne può rimanere indifferenti. Non ho più tempo né forse voglia di sapere o di comprendere una certa sociologia o anche composizione chimica del calcio che è finito col diventare tanta parte di noi stessi. Lo accetto così, senza una spiegazione metafisica, tanto complessa, pervasiva, profonda è diventata la sua intrusione.
Si va dal tifo più semplice e passionale (“Febbre a 90” di Nick Hornby) alla sua degenerazione violenta, becera e criminale (“La tribù del calcio” di Desmond Morris). Si parte da un amore puro e tutt’al più carnale per finire agli hooligans o ai recenti omicidi di mafia da stadio a Milano, perdendo così qualsiasi connessione tra punto di partenza e di arrivo.
A me francamente non sta bene già certo estremismo, il tifo portato a religione. Né voglio fare confronti tra le varie tifoserie - Napoli o Juventus, Milan o Inter - vale per tutti. La bandiera sventolata a un certo punto ci dice che il tifo va semplificato e riportato all’origine primordiale, per riscoprirne il valore, come se si dovesse ricominciare da capo. E per disconnetterlo totalmente dalle sue deviazioni.
L’aspetto più sorprendente e affascinante è che Roma-Atletico Bilbao valeva per l’andata di un ottavo di finale di Europa League, cioè sostanzialmente nulla. La partecipazione era/è totalmente disinteressata, emozione e basta, un sentirsi come un puntino luminoso parte dell’universo. La perfezione nell’infinitamente piccolo.
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