I Quattro Desideri di Santu Martinu - Dario De Luca e Gianfranco De Franco
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A proposito di questo titolo
musiche originali e sonorizzazioni elettroacustiche Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale
Registrato e Mixato allo SPAZIO MAI – Movement Art Is
sound design, mixaggio e mastering Riccardo Schippa
direttore di produzione Matteo Svolacchia
produzione SPAZIO MAI
Copertina: Anna Elisa Parrini e Mattia Mariuccini
Oggetto di scena in copertina: Mariella Carbone
Grafica: Luca Farinella
SPAZIO MAI presenta IL VINILE TEATRALE, progetto di trasposizione di podcast teatrali nell’unico supporto non digitale che è sopravvissuto nel tempo: il Vinile.
Il primo spettacolo prodotto è I 4 DESIDERI DI SANTU MARTINU di Scena Verticale con Dario De Luca e Gianfranco De Franco. Il progetto MAI SPACE è anche online nella piattaforma di podcast audio-video all’indirizzo www.maispace.it.
“Santu Martinu mio, santu Martinu tu ca fa scinna u vinu fino a pinninu, tenami cum’ a nu frusculu dintra li mani, tenami e ‘un me lassari fino a dimani”.
I 4 desideri di Santu Martinu è una riscrittura, in dialetto calabrese, liberamente tratta da alcuni fabliaux anonimi medievali, e parte da uno spunto – quello dei desideri concessi per volontà soprannaturale e sprecati per stupidità o cattiveria – presente in tutte le letterature. In Occidente, nell’ambito fiabesco, questo tema lo si ritrova in La Fontaine, Perrault e nei fratelli Grimm. Dario De Luca e Gianfranco De Franco, un cantastorie e un musico, riscoprendo la letteratura popolare oscena del XII e XIII secolo, prestano corpo e voce a questo racconto folle e divertente. Una favola boccaccesca per celebrare l'amore e le sue vere gioie durature: il desiderio di una donna e di un uomo portato a vette parossistiche, che utilizza il gioco dell’abnorme e dell’assurdo come deformazione fantastica della realtà, in cui è possibile celebrare l'eros e le sue intime membra. Le parole sembrano sgorgare come canti goliardici dei Carmina Burana, in un trionfo di suoni, sensi e doppi sensi piccanti, senza mai scadere nella volgarità, ma anzi utilizzando la forza dissacrante dei contenuti satirici, ribelli alla comune morale di facciata. La lingua utilizzata è una lingua calabrese inventata per la scena: un pastiche suggestivo che, come un organismo vivente in continua evoluzione e cambiamento, risente delle decine di influenze dialettali ricevute dall’autore nel suo percorso artistico da poeti e autori calabresi del passato e contemporanei; con echi che vanno dalle lingue della pre-Sila a quelle delle Serre cosentine, fino a sonorità provenienti dai borghi calabro-lucani del Pollino. Le musiche, ci immergono in timbriche instabili e sfuggenti che odorano di caminetto e di vino; che evocano tarante e valzerini sghembi che furono e che saranno. I fabliaux (in italiano favolelli) sono brevi racconti in versi, sorti alla fine del XII secolo, le cui origini vanno ricercate nella tradizione classica latina e greca. Vi si narravano storie comiche e spesso oscene in toni crudamente realistici o satirici. Il genere influenzò autori come Rabelais in Francia e Boccaccio in Italia.
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