Dorothea Lange, la donna che fotografò l'America degli «ultimi»
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Perché parlare oggi di Dorothea Lange? Non solo perché ricorrono i 135 anni dalla nascita e i 60 dalla morte. La vera ragione sta nella natura del suo lavoro, un’indagine profonda nel tessuto sociale ed economico americano, compiuto 90 anni fa e tuttora sorprendentemente attuale. Un viaggio in più fasi, tra la California, lo Utah, il Nevada e l’Arizona, l’obiettivo sempre puntato sulle dolorose disuguaglianze, le stesse che sono affiorate, per esempio, nell’ultima campagna elettorale americana. Tra un’America che fonda i propri valori sul libero mercato, sul progresso tecnologico più o meno governato da regole e un’altra America, che predilige i tempi più lunghi dell’integrazione sociale, delle possibilità per tutti e tutte e una visione più ampia, ecumenica, globale.
La carriera di Lange inizia nel 1933, anno al quale sono stati dedicati due romanzi importanti: Un anno terribile di John Fante e Al dio sconosciuto di John Steinbeck: entrambi parlano di persone alle prese con la povertà, con le migrazioni, con un Paese troppo grande e frammentato per essere racchiuso in una fotografia omogenea. Ma Lange ci prova. Esce dal suo studio, ritrae i senzatetto della California, poi i contadini rimasti senza terra a causa della desertificazione e delle tempeste di sabbia.
La Grande Depressione è conclamata, il Governo mette in piedi una struttura per analizzare i disagi. Le sue fotografie dense, piene di sfumature emotive, piacciono: viene ingaggiata dalla Farm Security Administration, l’organo governativo per il quale eseguirà migliaia di scatti. Ma nelle sue foto non ci sono soltanto i disoccupati, i contadini affamati o le vedove senza un futuro: la grandezza di Lange sta anche nell’aver compreso nuovi disagi, forse proiettandosi oltre la Grande Depressione. Laddove le potenti aziende manifatturiere lanciavano campagne pubblicitarie per glorificare il libero mercato, Lange notava i tanti neri in fila per il pane.
Volle documentare la segregazione razziale che colpì i nippo-americani dopo Pearl Harbor. Insomma, nutrì uno sguardo poco convenzionale e critico nei confronti di un Paese che ancora oggi fa i conti con quei demoni. Ed è interessante osservare che in quello stesso periodo furono proprio le donne, attraverso la fotografia, a ritagliarsi uno spazio importante nel racconto sociale: Berenice Abbott nei suoi scatti mostrava l’urbanizzazione impetuosa di New York; nel 1936 nasceva la rivista Life e la copertina del primo numero era firmata da Margaret Bourke-White, un’altra narratrice della città in evoluzione. La fotografia, forma d’arte emergente, era un alveo perfetto per il talento femminile, che forse altre forme estetiche più consolidate, come la pittura o il cinema, tendevano a schiacciare. Su tutto, una convinzione, espressa dalla stessa Lange in una lettera: «Credo che l’umanità abbia bisogno di ciò che è puramente estetico tanto quanto di ciò che è puramente materiale».
rscorranese@corriere.it
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