Nelle ore dopo il rinvenimento, in via Pascoli, Garlasco, l’indagine non si apre a ventaglio. Si stringe.
Il fidanzato che ha chiamato i soccorsi che diventa l’unico orizzonte.
Il venti agosto duemilasette la Procura di Vigevano iscrive Alberto Stasi per omicidio volontario.
Il ventiquattro settembre scatta il fermo. Per il pubblico ministero il quadro è già grave, preciso e concordante. Il Gip non convalida. Stasi torna libero. Resta, però, l’unico nome sul fascicolo. I carabinieri sequestrano la bicicletta bordeaux e il computer. Il computer è il primo oggetto che si rompe. Gli accessi dopo il sequestro, nelle motivazioni di primo grado, producono effetti metastatici: una quota altissima di file risulta compromessa. Su una macchina che doveva dire dove era Stasi la mattina del tredici, non si può più rispondere con certezza. Gli altri pezzi, da soli, non decidono. Sui pedali c’è materiale, una testimone descrive una bici diversa. In bagno c’è un’impronta di Stasi sul dispenser; nel lavandino e nello scarico del lavandino non c’è sangue. La sera prima Chiara ê Alberto avevano mangiato la pizza. Le scarpe, nelle camminate sperimentali, a volte si sporcano e a volte no. In settantadue ore il fascicolo si riempie di pezzi. Ognuno suggestivo. Ognuno contestabile.
Nessuno, da solo, supera l’oltre ogni ragionevole dubbio. Garlasco, da qui in avanti, è la storia di come quei pezzi verranno sommati.