Caravaggio, il maestro (spiazzante) delle ombre
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Quando Goethe venne in Italia, nella seconda metà del 700, nessuno gli consigliò di vedere i suoi dipinti. Almeno quelli sopravvissuti: la Chiesa non lo amava tanto e non perché fosse eretico, ma perché mancava di decoro, come usava dire allora. Troppe madonne ambigue, personaggi cenciosi, maddalene inspiegabilmente assopite e mai pienamente penitenti. Per di più, dopo la sua morte papa Urbano VIII, insieme ai Gesuiti, mise un secco veto e il caravaggismo, se mai ci fu, morì sul nascere. Caravaggio era troppo nero per sopravvivere alla pittura classicista che si affermerà decenni dopo in Europa. E anche alla dialettica illuminista: mancava la chiarezza della ragione nei suoi dipinti, dove l’istinto domina assieme al sangue e alla brutalità. Solo nel secolo scorso, grazie alla tenacia di studiosi come Roberto Longhi e Anna Banti, Caravaggio è stato riscoperto, fino a esplodere come fenomeno verso la fine del 900.
Libri, romanzi, serie televisive, fumetti. E quando arrivano mostre notevoli, come quella in corso a Roma, nella Galleria Barberini, il pubblico si mette in fila. Ci sono opere molto note, come i Bari e meno, come il discusso Ecce Homo del Prado che rientra in Italia dopo secoli. I curatori, Cappelletti, Terzaghi e Salomon, hanno ricostruito minuziosamente committenze e cronologia. È importante. Perché se in quell’estate del 1610 comincia un’altra era artistica, nei decenni precedenti Caravaggio era stato un caso. Lo capivano solo certe persone: quelle colte, quelle di un’età non ancora viziata dalla pigrizia mentale e quelle intellettualmente coraggiose. Quelle che sapevano superare le barriere del conformismo e cogliere la bellezza struggente della Canestra di frutta, oggi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano: nella pienezza della vita matura si insinua la fine, nella metafora del marciume incipiente. C’è filosofia, teologia, umano sentire. Caravaggio è un maestro della luce, ma lo è anche del sentimento. Comprende il canto malinconico della giovinezza che sfiorisce, come fissa sulla tela il dolore fisico di Sant’Orsola. Ma c’è qualcosa di più raffinato in questo artista: anche se nei suoi dipinti affiora una disperata ricerca del vero, dai piedi sporchi dei pellegrini fino al sangue, c’è un sottilissimo senso del teatro.
Prendiamo I Bari, celebre opera oggi conservata nel Kimbell Art Museum di Fort Worth: ci sono dettagli fortemente realistici ma la scena imbandita assomiglia a una commedia. E anche il suo Bacchino malato, gioiello della Galleria Borghese: c’è il gusto del travestimento, lo sberleffo della caricatura, la sfrontatezza di un giovane. Ecco come Caravaggio diventa Caravaggio: supera il Naturalismo, evita la pomposità del Barocco e conquista le menti sopraffine. Con un twist. Una mossa inattesa e spiazzante. Perché davanti alle sue opere non riusciamo mai a deciderci se si tratta di riproduzione della realtà o di teatro. Il nero ci ipnotizza e ci trascina in una notte dei sensi nella quale resteremmo per ore, giorni, mesi. Ecco perché lo stesso Stendhal, che di sindromi ipnotiche si intendeva, lo capì perfettamente. E su di lui scrisse: «Per l’orrore che egli sentiva dell’ideale sciocco, il Caravaggio non correggeva nessuno dei difetti dei modelli ch’egli fermava nella strada per farli posare. Ho veduto a Berlino alcuni dei suoi quadri che furono rifiutati dalle persone che li avevano ordinati perché troppo brutti. Il regno del brutto non era ancora arrivato».
rscorranese@corriere.it
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