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Di: Corriere della Sera
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A proposito di questo titolo

Le madonne di Raffaello, i corpi rotondi di Fernando Botero, i fiori di Van Gogh: la storia dell’arte è costellata di opere famose che nascondono una storia. E dietro le quali ci sono anche le vite degli artisti: quella tormentata di Caravaggio, come quella più dimessa di Magritte. Questa serie racconta l’arte a partire dalle opere. Più o meno celebri, ognuna è un piccolo romanzo di pittura, scultura o video. Da sfogliare con la voce.Copyright Corriere della Sera Arte
  • Chagall, il costruttore di sogni
    Dec 4 2025
    Tra le sue opere più celebri i violinisti che sembrano galleggiare in cielo o gli amanti che volano tra le nuvole Marc Chagall è uno degli artisti più famosi, certamente avrete visto almeno una volta uno dei suoi violinisti che sembrano galleggiare in cielo o una delle sue coppie di amanti che volano tra le nuvole. Moriva esattamente quarant’anni fa, portandosi dietro il suo mistero: dove nasce la sua poesia onirica, quel modo di rappresentare il mondo come se fosse un lungo sogno?

    Una mostra, nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara, esplora proprio questo aspetto nell’arte del pittore di origini russe, ma francese d’adozione. Curata da Francesca Villanti con Paul Schneiter, prodotta e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Arthemisia, la rassegna ci porta per mano nell’universo chagalliano dove ogni incongruenza sembra sciogliersi in una segreta plausibile esperienza.

    I musicisti che paiono lunghe ombre colorate, una sposa in procinto di spiccare il volo che mostra due facce differenti, danzatrici, donne abbigliate secondo la tradizione, quella del villaggio remoto nel quale Chagall nacque e dove imparò il linguaggio della devozione. Un villaggio che oggi appartiene alla Bielorussia, ma che nel 1887, anno di nascita del pittore, era parte del grande impero degli Zar. Bisogna partire da qui per comprendere la straordinaria energia emotiva che ha attraversato tutta la sua lunga vita.

    Nel suo villaggio — di stretta osservanza ebraica —, Chagall imparò che c’è una lingua che ci definisce, un’appartenenza più profonda e segreta dei passaporti e delle città dove scegliamo di stare. Una lingua che è anche colore, figure dove fantasia e ricordo si mescolano, aneddoti da ripercorrere in pittura, leggende e figure tratte da una mitologia familiare che poi, grazie a lui, è diventata universale. Ancora oggi, quando vediamo due innamorati che sembra stiano volando perché sospinti dal sentimento, pensiamo a Chagall. Quando vediamo un violinista con la barba, difficile non pensare al pittore che si trasferì in Francia e qui rimase fino al 1985.

    Ma la pittura di Chagall ha una profondità ancora maggiore, che questa mostra racconta bene. In lui il rigore cronologico delle cose sparisce: nel secondo Dopoguerra, quando l’Europa faceva i conti con una ricostruzione difficile, lui continuava a rappresentare Giocolieri, innamorati, animali. Tutto è presente e, al tempo stesso, passato, nell’arte di Chagall. Tutto è per terra e in cielo, in una simultaneità che riscrive la moderna idea di tempo, annullando la razionalità del suo scorrere e lasciando spazio a un tempo interiore, profondamente emotivo.

    E lo stesso accade oggi, quando grazie alla tecnologia facciamo fatica a capire se stiamo vivendo un ricordo o la proiezione di un futuro: il nostro tempo, come quello dei dipinti di Chagall, è intimo, psicologico e proprio per questo, carico di emozioni, le uniche coordinate in grado di guidarci nell’assenza di cronologia. Ecco perché ogni cosa ci cattura con la carica emotiva: da una trasmissione televisiva a un articolo di giornale a un video su TikTok. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci faccia ridere, piangere, spaventare, arrabbiare. Esattamente come fanno le figure chagalliane, che prese singolarmente sono difficilmente spiegabili, ma se vissute, se abitate con libertà di cuore, sono in grado di farci vivere esperienze fuori dal tempo e dallo spazio. Ecco perché Chagall è perfetto per raccontare l’epoca che ci troviamo a vivere. Con i suoi colori, le sue ombre e le sue contraddizioni. rscorranese@corriere.it
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    4 min
  • Mapplethorpe, il cortocircuito tra santità e trasgressione
    Dec 4 2025
    Le fotografie dell'uomo che ha scandalizzato il mondo (ma con una purezza segreta) Ipnotizzati davanti alle straordinarie immagini di Robert Mapplethorpe, ci si chiede se lui sia stato un fotografo o, piuttosto uno scultore. Uno scultore senza pietra né scalpello, ma dotato di uno sguardo preciso, compiuto, capace di immaginare la bellezza come una forma suprema senza tempo. Classica. Ecco perché si intitola «Le forme del classico» la grande mostra in corso fino a gennaio 2026 sull’isola di San Giorgio a Venezia: le stanze della fotografia - progetto di Marsilio Arte con Fondazione di Venezia — ospitano 200 opere dell’artista americano che poi, l’anno prossimo, raggiungeranno Milano e Roma. Se si cammina tra le immagini scelte dal curatore Denis Curti, ci si chiede come sia stato possibile trasformare corpi nudi — alcuni persino ritratti in pose estreme - in immagini prive di ogni banale richiamo carnale, quasi trasfigurate in una surreale aura religiosa.

    Il torso nudo di un ragazzo afroamericano richiama la statuaria greca ma anche l’eros doloroso di San Sebastiano di Andrea Mantegna. C’è Patti Smith, amante prima e amica intima dopo, che sembra una madonna rock, con i capelli lunghi e lo sguardo da ragazza. Come nasce questo cortocircuito tra trasgressione e santità, il vero fuoco della fotografia di Mapplethorpe? Be’, lo ha spiegato lui stesso in un’intervista concessa a Patricia Morrisroe, oggi confluita in una biografia, «Una vita», pubblicata da Marsilio: «La mia vita — le disse Robert - è persino più interessante delle mie opere».

    È vero. Il fotografo che subirà un processo per oscenità, l’artista che ha scandalizzato il perbenismo americano degli Anni Settanta, l’uomo che ha sublimato le pratiche sadomaso in una figurazione lirica e persino trascendente, nacque nel 1946 in una famiglia di origini irlandesi, profondamente cattolica e tradizionale. E non è un paradosso dire che è proprio qui che prende fuoco la prima scintilla di quel cortocircuito di santità e trasgressione. E questa alchimia non ha nulla di teorico, bensì è una questione tecnologica. Negli Anni Settanta il compagno Sam Wagstaff gli regala una macchina fotografica Hasselblad, apparecchio pensato per il formato quadrato. È qui che Mapplethorpe intuisce che racchiudendo in una forma compiuta e armoniosa un’immagine si può conferire a questa un peso simbolico differente, che rimanda alle icone sacre o all’armonia dei classici, molto vicina al divino anche quando si tratta di corpi nudi. Il formato quadrato — o comunque dalle proporzioni perfette — trasfigura il corpo erotico in un corpo vicino alla sfera divina.

    I ragazzi nudi finiscono per sembrare dei martiri, le donne muscolose — come la modella e bodybuilder Lisa Lyon — compaiono come delle modernissime dee greche, i personaggi come Patti Smith o Isabella Rossellini sembrano delle icone. E, a proposito, lo stesso avviene nel percorso artistico di Andy Wharol, cresciuto nella comunità cristiano-ortodossa di Pittsburgh: le sue zuppe pronte, riprodotte in primo piano come il volto di un santo, in un formato che rispetta le regole dell’armonia e delle proporzioni, assumono un aspetto religioso, come di quadro devozionale. La differenza è che Warhol allude alla sacralità della merce, del «prodotto da consumare», mentre i fiori di Mapplethorpe mantengono una forza vitale autonoma, mai passiva, come dei soggetti vivi. È questo il moderno miracolo di Robert Mapplethorpe, quello che giustifica il titolo della mostra e che, in qualche modo, arriva fino a noi: i corpi - nella loro natura più intima — non hanno tempo, colore, etichette erotiche, gabbie ideologiche. I corpi sono quanto di più vicino al divino ci ritroviamo a possedere. La domanda è: ne siamo consapevoli?
    ​rscorranese@corriere.it
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    4 min
  • Gauguin, viaggio al termine della notte
    Dec 4 2025
    Per tutta la vita il pittore tentò di sfuggire ai suoi demoni. Non ci riuscì. Ma diventò un grande artista Se qualcuno vi dicesse di prendere un mappamondo e puntare il dito sulle isole Marchesi, voi ci riuscireste al primo colpo? Non è facile: è un piccolo arcipelago che si trova nel punto più settentrionale del territorio d’oltremare della Polinesia Francese. In poche parole: un paradiso perduto, lontanissimo. E allora ci si chiede: perché un giovane uomo d’affari della seconda metà dell’Ottocento, intraprendente, con moglie ricca e cinque figli, sceglie di mettersi in viaggio per mare e dopo tante peregrinazioni finisce i suoi giorni in una delle isole più sperdute del Pacifico, Hiva Oa?

    È quello che fece Paul Gauguin, tra i più importanti artisti moderni, nato a Parigi nel 1848 e morto proprio qui, tra palme e agrumi rari. A Roma, al Museo Storico della Fanteria, la mostra «Gauguin – Il diario di Noa Noa e altre avventure» (fino al 25 gennaio) prende spunto proprio dalle opere nate nei lunghi anni trascorsi dal pittore nelle isole polinesiane, dove trovò finalmente la pittura ma, insieme a questa, incontrò anche la sua fine. Gauguin è complesso. I paradisi esotici che ha rappresentato hanno poco di idilliaco: sotto i gialli intensi, i blu brillanti e le sfumature accese, si nascondeva un esercito di demoni che lo hanno tormentato per tutta la vita, spingendolo ad una continua fuga. Il padre morì che Paul aveva tre anni, mentre la famiglia si stava trasferendo in Perù. Torneranno a Parigi.

    Gli studi regolari, l’impiego nell’agenzia di cambio Bertin, il successo negli affari, il matrimonio nel 1873 con la ricca danese Mette, cinque figli. Tutto sembrava andare per il meglio per il giovane Gauguin. Ma c’era qualcosa che gli cresceva dentro, bellissima e inesorabile: l’ossessione per la pittura. Prese parte ad alcune mostre, si avvicinò agli impressionisti. Poi, nel 1882, la svolta. Crollo della borsa di Parigi, crisi economica, il licenziamento. Paul prova a rimettere insieme i pezzi di una vita borghese vendendo le sue tele, ma la sua carriera non decolla: troppo cupo, troppo convenzionale, qualcosa inceppa il suo volo. Allora, finalmente, comprende: per diventare un artista deve rinunciare a tutto, famiglia compresa. Lascia moglie e figli in Danimarca ed entra in un territorio sconosciuto: è consapevole che dovrà vivere di elemosine, ma nel diario annota: «Finalmente dipingo tutti i giorni».

    Va in Bretagna, fonda una comunità di artisti. Non basta, manca qualcosa, deve affrontare i demoni. La gente lo prende in giro, gli consiglia di mettere la testa a posto. Ma c’è un uomo che lo capisce: si chiama Vincent Van Gogh e nel 1888 lo invita ad Arles, dove vuole raccogliere una comune di pittori. È specchiandosi in Van Gogh che Gauguin coglie la natura dei propri tormenti: l’arte non è mero riconoscimento, non è popolarità o denaro. Ora sa quello che deve fare: prendere il largo. Ha deciso: Tahiti. Ad un amico che gli sconsiglia di farlo scrive: «Credo che la mia arte non sia che un germoglio, e spero di poterla coltivare laggiù per me stesso allo stato primitivo e selvaggio. Per far questo mi occorre la calma: che me ne importa della gloria!».

    Si può dire che Paul Gaguin nasce qui. Prima Papeete, poi Mataiea quindi Paunaania. È qui che realizza «Donna con un fiore», «La Orana Maria» e il suo capolavoro, «Manao tupapau», una ragazza, poco più di una bambina, distesa sul letto, come in Olympia di Manet. Non è un erotismo felice: c’è un fondo oscuro in queste giovanissime donne che lui possiede e sfrutta fino a quando queste cominciano a rifiutarlo perché malato e stanco. E le sue premonizioni interiori si avverano: arriva il successo, ma la sua vita inizia una discesa inesorabile. L’indigenza, i rapporti sessuali - anche promiscui - con minorenni, le malattie, la stanchezza. Tenta il suicidio, ma si salva.

    Prova a rientrare a Parigi, ma non ce la fa. Così decide di imbarcarsi per il posto più lontano, le Isole MARCHESI, dove della civiltà occidentale non arriva neanche un refolo. Dove è finalmente solo, peccatore, quasi folle nei suoi gialli e nei suoi blu mare. La mattina dell’8 maggio 1903 muore nel suo letto. Viene sepolto nel cimitero di Atuona, dove - molti decenni dopo - verrà raggiunto da un altro artista. Uno che cantava Alors sans avoir rien Que la force d’aimer Nous aurons dans nos mains Amis le monde entier. Allora senza avere niente Che la forza di amare Avremo nelle nostre mani Amici il mondo intero. Quel poeta si chiamava Jacques Brel.
    ​rscorranese@corriere.it
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    5 min
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