Amato dalla gente, odiato dalla critica: il caso Vettriano
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Ecco, queste ambientazioni da fumetto sono uno dei tratti distintivi che la critica non gli ha mai perdonato. Perché? Lo ha detto benissimo lui stesso in una intervista alla radio scozzese: «Preferirebbero – dichiarò Vettriano – che mi occupassi del degrado delle periferie e delle disuguaglianze». No, Vettriano non è mai stato un artista impegnato, come la maggior parte dei suoi coetanei: pensiamo solo al gigantesco lavoro sulla memoria che fa il tedesco Anselm Kiefer, di pochi anni più grande di Jack. Il quale, a proposito, all’anagrafe era Jack Hoggan ma quando prese a dipingere sul serio rielaborò il cognome della madre, originaria di Cassino, in Ciociaria. Nato in una famiglia scozzese di estrattori di carbone, Vettriano cominciò a lavorare nelle miniere a soli undici anni. A venti ricevette in regalo una scatola di colori e intraprese così la sua carriera di artista.
Rigorosamente autodidatta: seconda colpa, almeno agli occhi di certa critica. «Sono entrato nell’arte dalla porta di servizio – dichiarò una volta – e per questo non sono riusciti a plasmarmi». Però le critiche lo ferivano, eccome. E così la sua carriera è stata un lento sedimentare (e, diciamolo, un ripetersi) dei suoi soggetti preferiti: le donne eleganti, gli uomini virili, le spiagge idealizzate, i corteggiamenti espliciti. Ammetteva senza remore la sua inclinazione a copiare i grandi. «Degas, Caravaggio, Monet: mettili in un calderone e otterrai la mia pittura», diceva. Terza colpa, per la critica: Vettriano è derivativo, non ha la capacità di mettersi in gioco e di sperimentare, propria di altro grande figurativo contemporaneo David Hockney. È vero, però oggi la maggior parte della gente riconosce Vettriano, mentre di fronte a un dipinto di Hockney fa più fatica. La rete è piena di gadget, carte da parati, manifesti e copie che riproducono «The singing butler» e forse è questo il nodo: Vettriano assomiglia più a un geniale illustratore, uno che coglie le atmosfere e le restituisce fresche, intatte, pronte per essere riprodotte da una cultura che oggi consuma l’arte, più che contemplarla e assimilarla. Kiefer ci richiede uno sforzo intellettuale quando ci propone le sue interpretazioni del mito e della storia, Vettriano no. E così, quando The Singing Butler, che venne rifiutato nel 1992 alla mostra della Royal Academy, fu battuto all’asta per la cifra record di 750.000 sterline, tutti gridarono allo scandalo.
Tranne lui. Lui non ci vedeva nulla di male nell’aver copiato il soggetto da un manuale per illustratori, l’importante, diceva, è che piaccia alla gente. Non solo alla gente comune, per la verità: Jack Nicholson e Tim Rice sono solo alcune delle star che in casa hanno le sue opere appese al muro. E così Jack Vettriano è morto a 76 anni, ricchissimo, famoso e riprodotto dappertutto, dai tappetini per mouse alle magliette alle tazze. Ogni giudizio, ora, sarebbe non solo ingeneroso, ma anche poco intelligente. «Io ho quello che voglio, ripeteva». E in un tempo come il nostro, in cui chiediamo che ogni cosa sia fatta su misura, compresi i sentimenti e i desideri, diciamo che in fondo aveva ragione lui.
rscorranese@corriere.it
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