Episodi

  • Lunga vita al Napoli Basket, ma è presto per l’invidia del Rizzetta
    Oct 14 2026
    Il tormentone ci accompagna dall’inizio del campionato. Sulle ali della roboante offerta da 2,2 miliardi di euro (roboante fino a un certo punto: ci torneremo) e dell’entusiasmante serie di vittorie d’inizio stagione, molti hanno cominciato a fantasticare sulle magnifiche e progressive sorti del calcio Napoli se passasse sotto la gestione del Napoli basket. Bisogna essere degli ingenui per non cogliere subito che la pallacanestro è strumentalizzata per tirarla (simbolicamente) in faccia alla famiglia De Laurentiis. Noi di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentis 29 realizza per il Napolista, non pensiamo di essere ingenui. Ma il confronto a distanza tra i due palloni cittadini (quello a spicchi e quello a pentagoni) ci spinge a riflessioni sulla dimensione e le prospettive dei business. E per questo ci siamo riuniti con un ospite, raro esemplare di napoletano al terzo anno consecutivo di abbonamento al PalaBarbuto, per parlarne molto seriamente.

    Innanzitutto perché la gestione Rizzetta, che subentra a quella meritoria della triade Tavassi-Amoroso-Grassi (che è ancora socio di minoranza), promette di elevare il basket Napoli in un livello superiore a quella bazzicato finora. Lo sta facendo con una certa spavalderia, ma in uno movimento sportivo dove i volumi d’affari sono esponenzialmente minori a quelli del calcio: raddoppiando il budget di tutto il Napoli Basket da 5 a 10 milioni ha coperto la spesa necessaria allo stipendio lordo annuo di un solo calciatore di alto livello.

    E poi perché il Napoli Basket, passando dal controllo dell’imprenditoria locale a una holding internazionale, ha compiuto quel salto che, prima o poi, aspetta anche il calcio Napoli: quello verso i fondi d’investimento e il private equity, la modernità capitalista dello sport. E qui veniamo alle belle. Non solo Rizzetta deve ancora dimostrare di saper maneggiare il calcio bene come pare sappia fare con la pallacanestro. Ma in questo senso la sua offerta di 2,2 miliardi è pure bassa. Alessandro durante la registrazione, preso dall’entusiasmo, ha sbagliato il metodo di calcolo ma non è andato lontano: “Partendo dall'ebitda dell'ultimo triennio, che si attesta intorno ai 140 milioni di euro, e considerando che i club d’élite si valutano tra i 15 e 40 volte il valore di tale indicatore – rettifica a con maggiore calma –, la valutazione odierna del Napoli rientra in una forchetta tra i 2,1 e i 5,6 miliardi di euro”.

    Per le musiche si ringraziano gli O’Funk’Illo (Yo lo coloco) e Marco Crimaldi.

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    32 min
  • Non ha ragione chi pensa che Conte è stato un dritto (e Allegri un fesso)
    Sep 30 2026
    “In amore vince chi fugge”. Lasciamo a voi decidere se l’adagio dica il vero nelle relazioni sentimentali. Ma, osservando il dibattito intorno al Napoli, abbiamo l’impressione che per molti la tattica della ritirata tempestosa funzioni davvero nel calcio. Pur essendo stato mal tollerato per due anni (malgrado i titoli vinti), si assiste a una generica riabilitazione postuma di Antonio Conte. Alcune sue dichiarazioni (“mi sono reso conto che a Napoli certe cose non si possono fare”; “non voglio accompagnare il morto” etc etc) sono condivise e ricondivise come le profezie di chi ci aveva visto più lungo di tutti. La squadra non aveva prospettive.

    A noi di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentis 29 realizza per il Napolista, il discorso non convince. Perché la nuova vulgata sul tecnico salentino, innanzitutto, ci sembra a dir poco strumentale. In questa prospettiva Conte ha una sola virtù: aver incarnato, rimettendo il mandato alla fine della scorsa stagione, l’eterna diffidenza verso la gestione De Laurentiis e l’aziendalismo del suo successore, Massimiliano Allegri. E, poi, perché ci sembra strano sostenere che chi ha per lo meno cofirmato una sessione di mercato, in un calcio dove managerialità e progettualità sono così importanti, non abbia alcuna responsabilità se la sessione non funziona e, anzi, ingolfa la macchina.

    Senza voler picconare quanto di buono ha fatto a Castelvolturno, ci siamo riuniti insolitamente in tre (un membro laico e due contiani di ferro) per provare a capire, pur nella diversità di vedute, come valutare l’eredità tecnica di Conte.
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    33 min
  • Quante possibilità ha Allegri di sopravvivere anche a questa falsa partenza
    Sep 16 2026
    Con la vittoria sul Bologna Allegri ha zittito chi gli voleva già fare il funerale (sportivo). Ma solo per il momento, perché la piazza resta turbolenta e sono in molti ad aspettare il mister livornese al prossimo passo falso: perché la partenza resta lenta e la squadra ancora un cantiere aperto.

    Ecco, a guardare il percorso di Allegri si noterà che non è la prima volta che incappa in una partenza lenta. Né la prima che arriva all'autunno ancora con molti nodi da sciogliere a proposito dell'assetto della squadra. Per questo per la nuova puntata di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentis 29 realizza con il Napolista, ospitiamo chi il tecnico lo conosce bene perché lo ha osservato più da vicino e più a lungo: Enrico Leo, un giornalista sportivo settentrionale e milanista.

    Con lui analizziamo una carriera puntellata di inizi di stagione diesel, di moduli cambiati in corso d'opera, di intuizioni tattiche e di ricostruzione degli spogliatoi. Certo, non sempre Allegri è riuscito a raddrizzare le stagioni in corso d'opera. Ma quando ci è riuscito, ha saputo raggiungere grandi risultati. Dire che la sua esperienza a Napoli possa ritenersi conclusa dopo 5 gare ufficiali, insomma, implica ignorare di cosa è stato capace di fare l'allenatore.

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    38 min
  • Il mercato è il trionfo dei sogni, ma ai napoletani resta la realtà
    Sep 3 2026
    Se il calcio, come diceva Osvaldo Soriano, è “fantasia”, cioè “un cartone animato per adulti”, possiamo aggiungere senza tema di essere smentiti che la sessione estiva di mercato è il trionfo dei sogni: una lunga stagione dove ogni rumors crea eccitazione e ogni innesto porta con sé la speranza di essere quello giusto per cambiare le sorti del club. Poi, certo, il confronto con il campo prima o poi arriva e i tifosi sono costretti a risvegliarsi. I napoletani, ecco, con il misero bottino di due acquisti in tre mesi non hanno mai potuto perdere contatto con la realtà.

    Ne parliamo nella quattordicesima puntata di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentis 29 realizza per il Napolista. Resistendo alla tentazione di farci travolgere dal pessimismo, quando la sessione si è chiusa senza squilli dopo una sconfitta in casa, insistendo invece su due parole chiave. Responsabilità: quella che si sono assunti la proprietà e, soprattutto, il mister Massimiliano Allegri. E progetto sportivo: quello la cui visione complessiva, invece, fa capo al DS Giovanni Manna.

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    31 min
  • Se nel sold out degli abbonamenti al DAM c’è più passione o pragmatismo
    Aug 20 2026
    Per i tifosi del Napoli è stata fin qui un’estate di calma piatta (o quasi). La nomina di Allegri non ha suscitato quelle che definiremmo ondate di entusiasmo. La sessione di calciomercato è stata avara di emozioni: il presidente De Laurentiis ha da principio detto che la rosa poteva considerarsi completa e, di conseguenza, la società sta operando in maniera mirata e scrupolosa. Il ciclo di amichevoli non ha previsto avversarie di rango e non ha conosciuto risultati altisonanti (anzi, c’è scappato pure una sconfitta con l’Arezzo neopromosso in B).

    Eppure, la campagna abbonamenti allo stadio Maradona per il 26/27 si è chiusa con il sold out, confermando (o, addirittura, migliorando) il trend delle ultime tre stagioni. Forse gli habitué dell’impianto di Fuorigrotta, in mezzo a tanto scetticismo, hanno avvertito qualcosa nel potenziale del Napoli che sfugge a chi il calcio lo vive solo sui social. Ma non c’è solo questo. Nella nuova puntata di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentis 29 realizza per il Napolista, parliamo di un riavvicinamento del pubblico allo stadio che è guidato sicuramente dalla passione, ma anche da un certo pragmatismo. Quando i biglietti in vendita libera sono diventati una rarità, abbonarsi è l’unico modo per essere certi di esserci nelle partite clou e magari, nei momenti di festa.

    Non è un fenomeno solo napoletano. Le campagne abbonamenti hanno registrato sold out anche in tante piazze di A e di B. Perché dopo trent’anni di “stadio virtuale”, molti hanno riscoperto il piacere di frequentare quello reale. Mentre bisogna riconoscere che i catini italiani, di cui a lungo si è parlato più per l’insicurezza e la fatiscenza che per il tifo, sono diventati finalmente davvero frequentabili da bambini e famiglie.

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    25 min
  • Il Napoli non ci ispira più: dov’è il grande romanzo sugli azzurri?
    Aug 3 2026
    Ci sono tanti saggi e tanti pamphlet, ma nella pubblicistica sul calcio Napoli manca il grande romanzo. Eppure in città di grandissimi scrittori, nonché grandissimi tifosi, ce ne sono e ce ne sono sempre stati: cosa ha impedito che vedesse la luce un’opera narrativa artisticamente degna dei grandi capolavori che sul tema, ad esempio, si sono visti nel cinema?

    Per la dodicesima puntata di Antifútbol, il podcast che il team di Viale De Laurentis 29 realizza per il Napolista, ne abbiamo parlato con Vittorio Graziani. Socio di Libreria Centofiori (Milano), miglior libreria d’Italia nel 2025 per la Fondazione Giorgio Cini, Graziani ci spiega il ritardo della scena letteraria napoletana, che ha esplorato ogni angolo della stagione maradoniana ma non ha saputo investigare quelle precedenti, né trovare spunti drammaturgici in quelle successive.

    Ma narrativa e calcio hanno conosciuto rapporti più prolifici. All’estero, dove spiccano i successi inglesi, con Nick Hornby e David Peace, e la scuola argentina aperta da Osvaldo Soriano. Così come in Italia, dove ci sono state penne, in special modo quelle di Giovanni Arpino con Azzurro Tenebra e Piero Trellini con La Partita, capaci di trasformare i drammi e le gioie della Nazionale in letteratura.

    Graziani ci accompagna in un viaggio tra la scrittura e lo sport. Per Napoli non è ancora persa l’ultima speranza, insomma, ci rassicura. Ma per vedere il grande romanzo sugli azzurri manca ancora qualcosa.

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    34 min
  • “Aziendalista a chi?”: spiegare a un americano perché sarebbe un’offesa
    Jul 23 2026
    “Vengo definito un aziendalista: per qualcuno è un’offesa, per me è un complimento”. Se uno statunitense, entusiasmato dai Mondiali, decidesse per la prima volta di interessarsi di calcio italiano, sarebbe sorpreso dalle parole di Massimiliano Allegri. Perché un allenatore si trova costretto a un inciso del genere nella conferenza stampa di presentazione? Cosa c’è da sorprendersi se una figura professionale paragonabile a quella di un superconsulente è pronta a collaborare con l’azionista gli ha conferito l’incarico?

    Con la puntata n. 11 di Antifútbol, il podcast che il team di VDL 29 realizza con il Napolista, raccontiamo al nostro sprovveduto americano gli ultimi decenni di cultura del tifo. Dove le figure degli allenatori non si sono divise solo in una griglia interpretativa relativa al modo di stare in campo, cioè resultadisti contro giochisti. Ma anche lungo la direttrice del rapporto con la proprietà: aziendalisti (appunto) contro antagonisti.

    È una faccenda molto napoletana. Alle nostre latitudini la prospettiva del papponismo ha reso popolari i mister che operano in aperta polemica con la famiglia De Laurentiis (Sarri, ma anche il primo Mazzarri), nonché sospetti quelli invece acquiescenti (Ancelotti su tutti). Ma non riguarda solo Napoli. L’accezione negativa di “aziendalista”, divenuta sinonimo di servile, arriva dal sindacalismo. E, infatti, dappertutto il tifoso vuole che il tecnico sia il garante delle sue istanze di vittoria davanti a una società che (magari) persegue altri interessi o altre priorità. Se si sottrae a questo compito, tradisce parte della sua missione.

    Il neofita americano è spiazzato da un tale livello di politicizzazione del ruolo dell’allenatore? Be’, deve sapere che i tifosi sono una strana categoria di “clienti” per una società, che a volte hanno pure ragione. Se si guarda alla maschera del commendator Borlotti ne L’allenatore nel Pallone (1984), motivi per essere diffidenti ne hanno.

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    29 min
  • La FIFA può cambiare il format, ma non le gerarchie del Mondiale
    Jul 8 2026
    Ricorderemo i Mondiali del 2026 per il nuovo format: sono il primo torneo iridato a 48 squadre, vale a dire con una 40ina di partite e un turno in più rispetto all’edizione a 32. Li ricorderemo per lo sfoggio di relazioni del presidente FIFA Gianni Infantino, che intorno all’organizzazione ha tessuto le sue trame politiche, innanzitutto con Donald Trump e discapito della UEFA. Li ricorderemo per l’exploit della conversione in risultati commerciali del prodotto sportivo.

    Perché nella decima puntata di Antifútbol, il podcast che il team di VDL 29 realizza con il Napolista, non ci vergogniamo di riconoscerlo: Canada Messico USA 2026 funziona. Malgrado le reticenze e gli snobismi, le partite le guardiamo e lo spettacolo ce lo godiamo (fuso orario permettendo). Ma sappiamo pure che la FIFA può modificare i format, non le gerarchie che la manifestazione esprime.


    L’exploit delle africane si è esaurito ai sedicesimi, per fare un esempio: il Marocco continua a sorprendere perché raccoglie i frutti degli investimenti nelle Academy, a partire dalla Mohamed VI. Mentre il vituperato calcio europeo rimane competitivo: le crisi e i successi dipendono dai movimenti nazionali (vedi la Norvegia).

    Il convitato di pietra della riflessione è l’Italia che, non riuscendo in nulla di ciò che gli altri fanno molto bene (il lavoro sui giovani, lo scouting nel villaggio globale dei talenti di passaporto italiano, la formazione all’estero dei talenti nazionali), resta ai margini.

    Per le musiche si ringraziano gli O’Funk’Illo (Yo lo coloco) e Marco Crimaldi.

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    33 min