398 Meloni con Trump se l'è cercata? L’errore comunicativo che aiuta Vannacci copertina

398 Meloni con Trump se l'è cercata? L’errore comunicativo che aiuta Vannacci

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Donald Trump ha detto che Giorgia Meloni lo avrebbe “implorato” per una foto al G7. Meloni ha risposto che le dichiarazioni sono totalmente inventate e che “l’Italia non implora mai”. Tuttavia il linguaggio del corpo di Meloni al G7 rende credibile, sul piano percettivo, il racconto di Trump.

Meloni cercava feedback non verbali: sguardi, sorrisi, cenni di assenso, segnali di riconoscimento. Trump invece disperdeva lo sguardo, non ricambiava i segnali, non offriva backchanneling non verbale e lasciava Meloni in una posizione comunicativamente debole.

È qui che nasce il problema: in Italia Giorgia Meloni aveva provato a prendere le distanze da Trump, ma nel contesto internazionale ha cercato di ricostruire visivamente una vicinanza. Questa incongruenza produce un boomerang comunicativo.

La politica, soprattutto quando entra nel campo delle relazioni internazionali, non si gioca solo con le parole. Si gioca con i corpi, con le posture, con le immagini, con la capacità di apparire coerenti tra ciò che si dice in patria e ciò che si mostra all’estero.

E questa debolezza comunicativa di Meloni apre paradossalmente uno spazio enorme per Roberto Vannacci. Perché Vannacci, al contrario, oggi funziona per una parte dell’elettorato non tanto per quello che dice, ma per quello che incarna: il “generale”, il corpo militare, l’archetipo dell’ordine, della disciplina e della credibilità costruita attraverso il ruolo.

In questa puntata analizzo il caso Trump-Meloni, il video di risposta di Giorgia Meloni, l’errore della negazione finale, il rapporto tra corpo e potere politico, e poi entro nel caso Vannacci: perché il corpo del generale può risultare più forte delle sue parole, perché continuare a confutarlo nel merito rischia di amplificarne il frame, e perché molti politici stanno sbagliando strategia comunicativa.
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